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Olio di palma, un business a tavola?

Nonostante le iniziative per regolamentare la produzione dell’olio vegetale più usato al mondo, il business dell’olio di palma si basa ancora molto su deforestazione e sfruttamento del lavoro

PALMA, L’OLIO PIÙ RICHIESTO – L’olio di palma è l’olio vegetale più economico e consumato al mondo e rappresenta il 35% della produzione. I principali Paesi produttori sono Indonesia e Malesia e la sua domanda è aumentata esponenzialmente negli ultimi 40 anni: India, Cina e Europa si classificano come i primi tre importatori. La sua versatilità è la caratteristica che spinge l’industria alimentare a scegliere questo tipo di olio vegetale invece di altri. Infatti, l’olio vegetale non solo resiste a calore e ossidazione (perfetto quindi per i prodotti a lunga conservazione come dolci e biscotti) ma ha anche un sapore neutro e conferisce ai cibi la giusta cremosità. Il fatto che non contenga colesterolo ne aumenta per di più la vendibilità. Inoltre, la palma da olio ha la migliore resa produttiva – fino a dieci volte superiore a quella della soia – se si considera che, oltre a richiedere poca acqua e trattamenti, può produrre frutti per oltre 30 anni. Ad oggi circa l’80% dei prodotti alimentari contiene olio di palma. Gli studi scientifici più recenti hanno poi confermato che, se consumato nelle giuste quantità, l’olio di palma non reca pericoli per la salute. 

Fig. 1 – Un orangutan del Borneo indonesiano sta per essere reinserito nel suo habitat dopo un programma di riabilitazione

PIÙ OLIO, MENO FORESTA – L’olio di palma, come tutti gli oli e i grassi, contiene sia grassi insaturi che saturi. Quest’ultimi, se assunti in grandi quantità, possono essere nocivi per la salute causando colesterolo e malattie cardiovascolari. Ma tra le più disastrose conseguenze della produzione dell’olio di palma vi sono i danni ambientali. Negli ultimi decenni, in Indonesia e Malesia sono stati bruciati illegalmente milioni di ettari di foresta tropicale per dare spazio alla coltivazione della palma da olio. Ciò comporta la distruzione di un ambiente ricco di biodiversità e habitat naturale di tigri e orangutan – il 90% degli orangutan dell’isola indonesiana di Sumatra è ormai scomparso – e l’aumento di produzione di anidride carbonica. Infatti, queste foreste hanno terreni torbosi che intrappolano tonnellate di carbonio organico e perciò con la combustione rilasciano nell’atmosfera un’enorme quantità di biossido di carbonio, uno dei principali gas serra. L’Indonesia è difatti il terzo Paese più inquinante al mondo dopo Cina e USA. Dopo l’Accordo di Parigi sul clima il governo si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra del 29% entro il 2030. Tuttavia, ad oggi si stima che con le attuali politiche ambientali ci potrebbe essere un’ulteriore perdita del 25% dell’area forestale entro il 2030.

LAVORATORI SFRUTTATI – Lo sfruttamento del lavoro è un altro problema legato alla produzione dell’olio di palma. I lavoratori provengono da comunità povere e sono disposti a lavorare anche in condizioni precarie per salari irrisori. Inoltre, molti migranti del Myanmar e del Bangladesh vengono portati nelle piantagioni di palma per lavorare tutti i giorni e senza retribuzione. La Malesia è stata segnalata nel rapporto del 2014 del dipartimento di Stato USA per traffico di essere umani e classificata al livello 3, ovvero il più basso. Di conseguenza, sono state fatte forti pressioni sul governo malese per portarla al livello 2, uno dei requisiti necessari per entrare nel TPP, cioè l’accordo di libero scambio tra gli USA e undici Paesi del Pacifico. Lo scorso febbraio, la Malesia è entrata a far parte dell’accordo ma si denunciano ancora molti casi di sfruttamento del lavoro.

Fig. 2 – Un lavoratore indonesiano in una piantagione di palme da olio

FRAGILI INIZIATIVE – In risposta alle tante proteste e denunce contro la produzione ‘sporca’ dell’olio di palma, nel 2004 molte delle grandi compagnie coinvolte nell’industria dell’olio si sono unite nel Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), una tavola rotonda che ha sviluppato diversi criteri a cui le compagnie devono attenersi per produrre olio di palma certificato sostenibile. Questo dovrebbe minimizzare gli impatti negativi su ambiente e lavoratori. Nonostante ciò, la RSPO è stata accusata di ‘greenwashing’, ovvero pubblicizzare la (falsa) sostenibilità di aziende e prodotti. Infatti, chi controlla le compagnie è pagato dalle compagnie stesse ed è quindi lecito dubitare dell’attendibilità della certificazione sostenibile. Per di più, l’uso di pesticidi rappresenta un ulteriore problema nella coltivazione della palma. I lavoratori usano il pesticida Paraquat, considerato nocivo per la salute e vietato in Svizzera e in Europa. Tuttavia, la multinazionale agrochimica Sygenta non solo commercializza il Paraquat nei Paesi in via di sviluppo, ma fa anche parte della RSPO. A livello legislativo, se prima la presenza di olio di palma era mascherata dalla voce ‘oli vegetali’ nelle etichette alimentari, dal dicembre 2014 una legge europea stabilisce che bisogna indicare con precisione la natura dell’olio.

SPAZIO ALLA RICERCABoicottare l’olio di palma non è la soluzione, in quanto rappresenta un’importante fonte di guadagno sia per le grandi aziende che per i piccoli lavoratori dei Paesi in via di sviluppo. Renderlo veramente sostenibile è invece la risposta più efficace al problema. Riguardo a ciò, ci sono già alcuni gruppi di ricerca che stanno studiando diversi progetti. Tra questi, l’università olandese di Wageningen, tra le migliori in Europa negli studi agroalimentari, sta portando avanti del 2012 un progetto sul campo (in Indonesia e in Tailandia) per rendere la produzione dell’olio sostenibile ed equa. Il progetto si concluderà nel 2017 e dopo si apriranno collaborazioni con investitori locali e globali.

Viola Graldi

Un chicco in più

La scienziata canadese Biruté Mary Galdikas è stata la prima a studiare e a salvare gli orangutan del Borneo indonesiano. Per saperne di più clicca qui

Foto di copertina di pixelthing Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

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