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F-16A dell'aeronautica giordana
F-16A dell'aeronautica giordana

La Giordania e gli aiuti militari statunitensi

Miscela Strategica  La Giordania, tra gli alleati in Medio Oriente degli Stati Uniti, è uno di quelli di cui si parla di meno, pur essendo uno dei più attivi nella lotta all’Isis. Attivismo che ha portato a chiedere a più riprese agli Usa un aumento degli aiuti militari.

Lo scarso peso politico, i timori del vicino israeliano e l’incertezza sulle politiche della nuova Amministrazione Trump rendono però difficile il soddisfacimento di questa richiesta. 

RELATIVA STABILITA’ E GUERRA ALLO STATO ISLAMICO – Con i suoi otto milioni di abitanti, la sua monarchia costituzionale e le conquiste laiche degli ultimi anni, la Giordania rappresenta un’isola di relativa stabilità all’interno della regione del Medio Oriente. La sua posizione strategica – tra Siria, Iraq, Arabia Saudita, Israele e Palestina – inoltre, fa del Paese un prezioso alleato per gli Stati Uniti nella lotta allo Stato Islamico. Un alleato tra i più silenziosi ma tra i più impegnati all’interno della coalizione internazionale a guida statunitense, che conta poco più di una cinquantina di membri impegnati a vario titolo nella lotta allo Stato Islamico. «Una lotta per l’anima dell’Islam» come l’ha ribattezzata il re Abdullah commentando, nel febbraio 2015, la barbara uccisione del pilota Muath al-Kaseasbeh, arso vivo e filmato nella sua agonia dai militanti dello SI. Uccisione che doveva essere un monito per invitare Amman a desistere delle sue azioni militari in Siria ma che ha invece avuto l’effetto contrario. Non è solo la difesa dell’immagine e della fede musulmana a provocare l’impegno della monarchia del Giordano. Il lungo confine tra Giordania e Siria – oltre che a quello con l’Iraq – e il gran numero di rifugiati siriani ospitati dal paese a partire dallo scoppio della guerra civile – se ne stima ce ne siamo circa 1,5 milioni su una popolazione di 8 milioni in tutto – rendono impossibile, di fatto, ad Amman disimpegnarsi dalla lotta al Califfato. Una lotta per cui quella che una volta era nota come Transgiordania può contare su un nutrito esercito che la rende l’ottava potenza militare del Medio Oriente, un’area in cui disporre di un esercito poderoso rappresenta spesso una condizione imprescindibile di sopravvivenza.

Fig.1 – Un M-60 giordano nei pressi di Wadi Shadiyah, nel corso di un’esercitazione congiunta con forze statunitensi

NUMERI

Consistenza esercito: 110.000 unità e 65.000 riservisti

Carri armati disponibili: 1.250

Mezzi aerei: 270

Forza navale: 37 mezzi

Budget annuale della difesa: 1.500.000.000 $

DUE PESI, DUE MISURE – Nonostante la buona consistenza e il discreto equipaggiamento delle sue forze, la Giordania resta comunque indietro rispetto alle principali potenze regionali. Un gap che, giunti ormai alle porte del sesto anno di guerra civile in Siria e del quattordicesimo in Iraq, comincia a far sentire i propri effetti. In particolare, inizia a pesare l’età degli F-16 e dei velivoli dell’aviazione in generale, nonché la mancata acquisizione di armamento di caduta adeguato per fronteggiare efficacemente lo SI. Anche per questi motivi il 2 febbraio 2015, nei giorni del sequestro del pilota poi bruciato vivo, il re Abdullah in visita a Washington chiese pubblicamente all’Amministrazione Obama di aumentare l’entità dei finanziamenti e delle munizioni concesse dagli USA alla Monarchia.
Secondo gli ultimi dati disponibili , Amman riceve ogni anno 300 milioni di dollari da Washington per il programma di aiuti militari internazionali FMF (Foreign Military Financing), che si sommano a poco più di un miliardo di altri finanziamenti americani ricevuti su base annuale. Un’assistenza che prevede anche la presenza di circa 2.000 soldati statunitensi nel Paese e un impegno statunitense nel proteggere il confine con la Siria grazie al sistema missilistico Patriot e a diversi velivoli militari. Ciò nonostante, gran parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente del Paese reclama un maggior sostegno, soprattutto di tipo finanziario.
Il paragone utilizzato a supporto di tale richiesta è quello con il potente vicino, Israele. Lo Stato ebraico, in virtù del principio QME (Qualitative Military Edge) e degli accordi di Camp David, gode dell’impegno di Washington nel garantire la superiorità militare dell’alleato rispetto a tutti gli altri attori regionali, e quindi di un trattamento preferenziale. Ciò si traduce e si esemplifica nel recente memorandum USA-Israele, siglato a settembre e che prevede un pacchetto di aiuti decennali pari a 38 miliardi di dollari. Una cifra che fa impallidire i finanziamenti corrisposti alla Giordania e che consolida il precedente accordo – del 2007 – da 3,1 miliardi l’anno. Il confronto è interessante in quanto Gerusalemme, a differenza di Amman, non partecipa attivamente alla lotta contro Daesh e in Siria svolge – almeno ufficialmente – solo la funzione di spettatore interessato. «Gli Stati Uniti dovrebbero immediatamente aumentare gli aiuti alla Giordania. Amman è ormai il paese cardine nelle lotta contro l’Isis – aveva dichiarato ad Al Jaazera l’ex generale giordano Mamoun Abu Nuwwar – Ci serve immediatamente un miliardo di dollari in assistenza, armamenti e una nuova aviazione. Ci servono anche delle bombe più avanzante e dei drone che invece gli Stati Uniti hanno costantemente rifiutato di darci. Ciò per due scopi: per le operazioni di intelligence e per instillare paura nell’avversario grazie al loro sorvolo». Queste richieste di Amman ad oggi non hanno ancora avuto seguito, con solo una parte minoritaria del Congresso che ha provato a interrogarsi sull’ipotesi di rivedere la struttura degli aiuti per la regione mediorientale.

Fig.2 – Elicotteri AH-1 Cobra giordani

RICHIESTE IGNORATE – Sebbene vi sia la consapevolezza che una destabilizzazione del Paese ad opera dello SI potrebbe essere fatale per lo scacchiere mediorientale, tali preoccupazioni non sembrano essere sufficienti per esaudire le richieste di Amman. Nonostante l’indubbia importanza del suo ruolo all’interno della crisi siriana, la Giordania non ha lo stesso peso politico di cui gode Israele ma di cui godono anche la Turchia o le grandi e ricche monarchie del golfo. Sono da registrare inoltre, con riferimento specifico al QME, le rivelazioni fatte dal responsabile esteri di Haaretz – testata di riferimento della sinistra israeliana – Asaf Ronel riguardo al timore di parte dell’establishment israeliano che proprio un’eventuale destabilizzazione della Giordania potrebbe portare l’ipotetico surplus di aiuti USA nelle mani sbagliate, finendo per minacciare la sicurezza di Gerusalemme.

IMPREVEDIBILITA’ A STELLE E STRISCE – Dopo l’analisi di Ronel, inoltre, un’altra grossa variabile si è materializzata all’orizzonte: la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane dell’8 novembre. Il Presidente eletto degli Stati Uniti, da quel poco che si è capito durante la sua campagna, ha idee piuttosto isolazioniste in materia di politica estera. Trump, se da una parte ha promesso di aumentare le spese militari interne, dall’altra ha persino messo in dubbio il permanere dell’attuale finanziamento americano alla NATO, cui Washington contribuisce circa per l’80%. Pur essendo impossibile, in questo momento di transizione e data l’imprevedibilità del personaggio, fare alcun tipo di previsione, il tycoon non sembra proprio il Presidente ideale cui andare a chiedere un aumento dei finanziamenti militari ed è quindi probabile che anche sotto la sua Amministrazione le richieste della monarchia giordana saranno ignorate. A maggior ragione se davvero il nuovo Commander-in Chief deciderà di accelerare il processo di disimpegno statunitense dal Medio Oriente, lasciando più campo libero in Siria alla Russia di Putin. Disimpegno che, naturalmente, non riguarderebbe Israele, di cui Trump subito dopo l’elezione si è definito «il miglior amico possibile». Il Qme – almeno questo si può prevedere con ragionevole convinzione – non dovrebbe essere messo in discussione.

Rischi

  • Perdita del controllo del confine con la Siria
  • Degenerazione della crisi dei rifugiati siriani
  • Collasso dell’esercito giordano

Variabili

  • Svolta interventista nella politica estera di Trump con maggior impegno militare statunitense anche sul confine tra Giordania e Siria.
  • Al contrario, Trump potrebbe invece seguire una politica di tipo isolazionista dal punto di vista del numero dei soldati americani impegnati in operazioni militari, compensata da un aumento degli aiuti economici agli alleati.

Giulio Monga

Foto di copertina di young shanahan Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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