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Foto di copertina di medea_material Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

Colombia, una seconda possibilità per la pace

In 3 sorsi – Dopo il clamoroso rifiuto del primo accordo di pace, il presidente Santos ed il gruppo guerrigliero FARC si sono affrettati a raggiungere una nuova intesa, presentata anche alla stampa. Ultima chiamata per la pace?

1. PACE, UN VOTO INASPETTATO  Il 2016 avrebbe dovuto essere un anno storico per la Colombia, in quanto avrebbe dovuto segnare la fine del conflitto tra Bogotà e le FARC-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército de Pueblo), che da più di 50 anni insanguina il Paese. Il 26 settembre scorso infatti, dopo quattro anni di difficili negoziati condotti nella capitale cubana La Avana, il Presidente colombiano Juan Manuel Santos ed il leader dei guerriglieri Iván Márquez annunciavano al mondo di aver finalmente raggiunto un accordo di pace. A grandi linee, l’intesa stabiliva che le FARC avrebbero cessato ogni attività bellica e avrebbero, in tempi più o meno rapidi, consegnato le armi al Governo. In cambio, Bogotà prometteva di varare una riforma agraria e di creare dei tribunali speciali per giudicare i crimini di guerra compiuti da entrambe le parti (anche se ai principali capi guerriglieri viene concessa un’amnistia), e assegnava inoltre al gruppo armato anche una rappresentanza presso il Congresso colombiano di 10 seggi. A questo punto, il Presidente Santos ha deciso di legare la messa in atto degli accordi di pace ad un plebiscito nazionale che, oltre a confermare l’avvallo popolare, avrebbe dovuto cementificare la sua posizione di fronte alle opposizioni interne. Nonostante i vari dubbi suscitati dall’accordo e le critiche di una parte dell’opinione pubblica colombiana, guidata principalmente dal senatore Álvaro Uribe, ex Presidente ed ex alleato di Santos, la comunità internazionale ed il Vaticano si sono schierati in favore dell’accordo, così come hanno fatto quasi tutte le più celebri testate di stampa internazionali, al punto che tutti i sondaggi davano il SI’ vincente con anche un largo margine. Invece, il voto del 2 ottobre ha dato due risultati sorprendenti. Il primo riguarda il tasso vergognosamente basso di affluenza alle urne, che si è fermato al 37,43%. Il secondo invece riguarda il risultato del voto, vinto clamorosamente dal NO, anche se con uno scarto ridottissimo (50,21 contro 49,78). A votare a favore del no sono state soprattutto le regioni centrali, ad eccezione di Bogotà, mentre nelle regioni più colpite dalla guerra la popolazione ha votato decisamente a favore del SI’.

Fig. 1 – La tristezza di una giovane sostenitrice del SI

2. GIVE PEACE A (SECOND) CHANCE – Il clamoroso esito delle votazioni ha costretto a rivalutare le posizioni di coloro che hanno fatto campagna per il NO, e che precedentemente erano stati tacciati da Santos stesso di essere contrari alla pace tout court. In realtà, quasi nessuno in Colombia desidera il proseguo di un conflitto che ha sfiancato il Paese e la sua popolazione. Piuttosto, gran parte della popolazione non tollera che ai guerriglieri vengano concesse condizioni così lievi, e che questi vengano posti sullo stesso livello dei soldati regolari o dei paramilitari. Il risultato a sorpresa ha gettato il Paese in un clima di incertezza, ed ha gravemente danneggiato la tenuta del governo di Santos, che aveva puntato tutto sul SI. Tuttavia, la decisione del Comitato per il Nobel norvegese di assegnargli il prestigioso Premio per la Pace ha garantito al presidente colombiano un po’ di respiro, che ha impiegato per inaugurare una nuova sessione di negoziati con le FARC, cercando di limare alcuni punti critici del precedente accordo. Il 12 novembre, dopo poco più di un mese dal voto, il capo della delegazione colombiana Humberto de la Calle ha annunciato la firma di un nuovo trattato di pace. La rapidità con cui è stata raggiunta una seconda intesa mostra da un lato l’urgenza del Presidente Santos, consapevole di dover dare alla Nazione risposte certe ed in breve tempo, e di non potersi permettere un’altra sconfitta su una questione su cui è in gioco il destino del Paese e la sua stessa eredità storica. Dall’altro, l’accordo rivela la debolezza delle FARC, fin troppo consce che la ripresa delle operazioni militari significherebbe, in un tempo più o meno breve, una totale disfatta per la loro organizzazione. La debolezza dei guerriglieri è confermata anche dal contenuto del trattato, nel quale essi cedono su quasi tutti i punti contestati, ed accettano anche di procedere ad un inventario dei loro beni, che dovranno essere distribuiti alle popolazioni colpite in qualità di parziale risarcimento danni. Anche il governo colombiano ha annacquato le sue posizioni, soprattutto restringendo la possibilità da parte delle comunità locali di avere diretta voce politica su alcune questioni che le riguardano, un argomento che aveva suscitato molti dubbi tra gli stessi membri del Congresso. Unico punto fermo è stata la partecipazione degli ex-guerriglieri alla vita politica del Paese: quest’ultima è forse una concessione più simbolica che reale, in quanto è improbabile che il gruppo riesca ad ottenere voti sufficienti per fare eleggere un numero consistente di deputati, ed è più che altro necessaria ai leader delle FARC per affermare di fronte al mondo, ed a se stessi in primis, di non aver combattuto per cinquant’anni per nulla. Questo punto era stato uno di quelli che aveva suscitato le maggiori contestazioni da parte dei colombiani, i quali non riescono a sopportare l’idea di vedere un ex-capo guerrigliero seduto allegramente in mezzo agli altri deputati e senatori.

Fig. 2 – Stretta di mano tra il presidente Santso (a sinistra) ed il leader delle FARC alias Timochenko (destra)

3. LE INCOGNITE DELLA NUOVA PACE – Il nuovo accordo, che si presenta dunque con pochi mutamenti sostanziali e molti cosmetici, è stato subito lodato dal capo delegazione De La Calle, che ha affermato che questo accordo di pace è il definitivo ed il migliore possibile (attributi che però aveva già affibbiato al precedente). Anche il presidente Santos ed il Governo hanno pubblicamente celebrato l’accordo, mentre la comunità interazionale, memore della figuraccia precedente, si è per ora mantenuta su toni neutrali. La principale incognita che pesa su questo nuovo accordo di pace è se verrà accolto o meno da parte della popolazione. Per adesso, il leader del fronte del NO Uribe non si è ancora pronunciato, ma difficilmente non cercherà di sfruttare il successo politico appena ottenuto, in vista anche delle prossime elezioni presidenziali previste per il 2018. Dal canto suo invece il presidente Santos, che si è già scottato ad ottobre, difficilmente vorrà ripetere la scommessa del voto degli elettori passando attraverso le urne, e cercherà probabilmente una rapida ratifica tramite il Congresso. Fondamentale è dunque il fattore tempo: mente Uribe non ha particolari urgenze, Santos invece sa di dover portare a casa rapidamente un risultato positivo, in modo da rafforzare la propria credibilità interna ed esterna e per aver mano libera per affrontare nuovi scenari problematici (come per esempio la crisi del Venezuela, che ha spinto in 3 mesi almeno 11 milioni di venezuelani a varcare il confine in cerca di cibo e medicinali da acquistare). Appare quindi chiaro che tra il popolo colombiano è enormemente diffuso il desiderio di pace, ma anche, come è naturale dopo un conflitto così lungo, anche la volontà di punire i responsabili di cinquant’anni di guerra. Per questo motivo, il nuovo accordo potrebbe venire nuovamente osteggiato od addirittura respinto dalla maggioranza.

Fig. 3 – Il senatore Uribe, principale oppositore dle precedente accordo

In definitiva, dunque, si può affermare che a Santos ed al suo governo è stata concessa, cosa alquanto rara in politica, una seconda possibilità di concludere un accordo di pace soddisfacente per la Colombia. Ma non è detto che questa sia la volta buona.

Umberto Guzzardi

Un chicco in più

Il conflitto tra Stato colombiano e le FARC è iniziato nel 1964. Da allora è stato marcato da violenze ed eccidi da entrambe le parti e ha causato più di 200.000 morti oltre a milioni di profughi.

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