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Il patto di alleanza tra comunità africane di ebrei e Israele

Nonostante la difficoltà di accertare il legame delle tribù africane con la religione ebraica, molti testi religiosi, interpretazioni rabbiniche e storie mitologiche confermano la presenza di ebrei in Africa subsahariana e giustificano il loro ritorno in Israele

ESSERE EBREO IN AFRICA – In un’ottica goy (chi non è ebreo), si tende ad accomunare gli ebrei in un’unica categoria, trascurando l’enorme differenza culturale tra i diversi gruppi creatisi in seguito alla diaspora ebraica: gli aschkenaziti, discendenti degli ebrei insediatisi nella valle del Reno, oggi termine usato per indicare genericamente gli ebrei dell’Europa centro-orientale; i sefarditi, termine che indica i discendenti degli ebrei insediatisi nella penisola iberica e in generale gli ebrei che vivono in Spagna e nel Paesi del Mediterraneo; i misrahi, ebrei originari del Medio Oriente e Africa del Nord e i falasha, ebrei etiopi. Dal punto di vista religioso ortodosso, è “ebreo” chi nasce da madre ebrea o chi porta a termine un processo di conversione. L’attuale dibattito, che coinvolge interpretazioni ortodosse e progressiste, dimostra un’apertura del mondo ebraico a riconoscere le comunità africane come appartenenti all’ebraismo. Essere ebrei comporta il rispetto di numerosi e complicati precetti religiosi, culturali e tradizionali – le preghiere in sinagoga, il rispetto dello Shabbat (il riposo del sabato) e delle altre festività del calendario ebraico (ad esempio, il digiuno di Kippur), la circoncisione all’ottavo giorno dopo la nascita, la Kasherut (regole alimentari) – tutte regole mantenute dalle comunità ebraiche in Africa.

Fig. 1 – Un kessim israelinao e altri leader religiosi della comunità ebraica etiope pregano durante il Sigd, la festa che celebra il desiderio di tornare a Israele, Novembre 2014

In Africa occidentale, troviamo gli Zakhor di Timbcuctù (Mali); circa tremila nigeriani di etnia Igbo affermano la loro identità ebraica da oltre un decennio, perché sostengono di appartenere a una delle dieci tribù perdute di Israele; la comunità Beith Israel in Ghana rispetta le tradizioni ebraiche senza dimenticare i costumi e la cultura africana, proprio come la comunità ebraica di Capo Verde. In Africa orientale, la tribù dei Rusape in Zimbabwe ed il gruppo dei Beth Yeshorun in Camerun rivendicano l’appartenenza alla religione ebraica dall’inizio del 2000. In Africa centrale, i Tutsi di Ruanda e Burundi si dichiarano diretti discendenti del regno giudaico di Havilah, a cui la Bibbia fa riferimento, proprio come i Baloua in Repubblica Democratica del Congo. In Uganda, la tribù degli Abayudaya (letteralmente “il popolo di Giuda”) non ha legami di sangue con Abramo e Giacobbe, né rivendica alcuna lontana ascendenza giudaica risalente al re Davide, eppure sta cercando di rompere la solitudine allacciando timidi rapporti coi rappresentanti diplomatici d’Israele ai fini di un riconoscimento ufficiale da parte dei rabbini ortodossi. In Africa del Sud, i Lemba (gruppo di lingua bantu) rivendicano una discendenza giudaica ed osservano riti, cultura e tradizioni semite.

I FALASHA – La più grande è senza dubbio quella dei Falasha (“esiliati” in aramaico). Gli ebrei etiopi si collocano principalmente nelle regioni nord-orientali dell’Etiopia, al nord del lago Tana, mentre alcuni gruppi si sono spinti nello scorso secolo più a est, nelle zone del Tigré. Appartenenti al gruppo Beta Israel, traggono le loro origini da tre storie antichissime. È ben difficile distinguere il nucleo di verità storico – biblica dalle sovrapposizioni di natura leggendaria.

Fig. 2 – Ebrei etiopi riuniti nei pressi della sinagoga di Gondar in attesa di una data possibile per essere trasferiti in Israele. Dopo il “rimpatrio” di circa 35.000 ebrei d’Etiopia nel territorio israeliano

La storia della regina di Saba è quella più celebre. La sua versione ebraica è anche contenuta nel Kebra Nagast (il più importante libro religioso etiope). Secondo le scritture della Torah, la Regina di Saba ebbe un figlio da Re Salomone, chiamato Menelik, fondatore del Regno di Etiopia. Si racconta che, divenuto adulto, Menelik volle far visita al padre Salomone. Al suo ritorno ad Aksum (nel Tigré) gli fu affidata l’Arca dell’Alleanza. Questo avvenimento è ricordato dai riti della Chiesa etiope, in occasione di Ghenna e Timkat (Natale ed Epifania nel rito copto). Una seconda tradizione, quella maggiormente riconosciuta dal rabbinato, fa risalire la discendenza dei Beta Israel alla tribù dei Dan, una delle “Dieci tribù perse israelite” – deportati dagli Assiri nel 722 a.C. Una terza tradizione, meno conosciuta, sostiene che i Falasha provengano da un gruppo di ebrei dissidenti, che si rifiutarono di seguire Mosè all’uscita dall’Egitto.

IL RITORNO IN ISRAELE – I primi contatti con gli ebrei etiopi si ebbero con le missioni in Etiopia da parte di missionari a partire dal 1800. Ma il primo vero riconoscimento dell’appartenenza all’ebraismo si ebbe solo nel 1904, per opera di Avraham Yitzchak Kook, Capo Rabbino aschkenazita di quella che all’epoca era la Palestina. Nel 1973, la questione si ripropose e il Capo Rabbino sefardita d’Israele, Ovadia Youssef, fu chiamato a rispondere sull’appartenenza della comunità etiope all’ebraismo. Riprendendo una decisione del Rabbinato egizio del XVI secolo e citando la discendenza dalla tribù perduta dei Dan, riconobbe loro l’ebraicità. La risposta fu, tuttavia, contestata dal Capo Rabbino aschkenazita Shlomo Goren. Infine, nel 1975, il governo di Rabin riconobbe le origini ebraiche della comunità etiope e permise loro di usufruire della Legge del Ritorno (Aliah) – legge, peraltro, ancora valida per ogni ebreo del mondo. Nel 1984, il governo israeliano procedette a rimpatriare 16.000 ebrei etiopi attraverso l’operazione Mosè. Nel 1991, arrivarono altri 14.000 etiopi in meno di 36 ore con l’operazione Salomone.

Fig. 3 – Durante la sua attività politica Shimon Peres si è schierato apertamente a favore della causa etiope. Dichiarò «Israele non si concederà nemmeno un attimo di respiro fino a quando tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle in Etiopia non saranno giunti al sicuro tra noi»

Oggi circa 135.000 ebrei etiopi vivono in Israele, di cui quasi 85.900 sono immigrati e 49.600 nati in Israele. Finora il governo di Tel Aviv, generalmente disponibile ad accogliere i discendenti delle tribù perdute per sostenere la crescita demografica dello Stato ebraico, ha mostrato una particolare tutela nei confronti di questa comunità. Non mancano tuttavia rimostranze e tensioni.

UN PROBLEMA DI INTEGRAZIONE – Riconosciuti come ebrei, in Israele gli etiopi godono di ogni diritto e tutela come tutti i cittadini israeliani. Inoltre, a differenza dei palestinesi-israeliani, degli ortodossi (haredim) ebrei o dei cristiani (cattolici e ortodossi) israeliani, adempiono all’obbligo del servizio militare a cui sono sottoposti i giovani israeliani uomini e donne dai 17 ai 20 anni. Eppure la comunità etiope lamenta numerose discriminazioni nei suoi confronti, forse – così sostengono i cittadini – per il colore della pelle. La loro integrazione, a trent’anni dalle grandi ondate di immigrazione, risulta ancora un tasto dolente della politica interna israeliana. Il 65% della popolazione infantile vive sotto la soglia di povertà, il 10% di minori detenuti nelle carceri israeliane sono di origine etiope e solo il 55% della popolazione adulta è occupata.

Fig. 4 – Titi Yitayish Ayanaw è una modella israeliana di origine etiope, vincitrice del titolo di Miss Israele 2013. Si tratta della prima ebrea di origine etiope a vincere il concorso. Aynaw è anche la prima vincitrice di colore di Miss Israele

Negli ultimi anni  si sono moltiplicate le manifestazioni da parte della comunità etiope contro il governo israeliano. Si ricorda la protesta del 2012, quella del 2013 per la vicenda dei controlli delle nascite dei bambini etiopi sollevata dalla parlamentare etiope Pnina Tamano-Shata a cui fu negata la possibilità di utilizzare il sangue da lei donato per motivi di sicurezza sanitaria e quella del 2015 a difesa del giovane militare etiope Yosef Salamsa, morto suicida. La popolazione etiope rappresenta solo l’1,7% di quella israeliana e a nel marzo 2016 in centinaia hanno protestato contro la decisione del governo Netanyahu di sospendere l’arrivo in Israele degli ultimi componenti della comunità ebraica etiope. Oggi si stima che una piccola parte della popolazione ebraica di Etiopia sia rimasta nelle zona di Kechene, nella città di Addis Abeba (da 9,000 a 20,000 persone), mentre, la maggioranza risieda regolarmente in Israele.

Ornella Ordituro

Un chicco in più

 Ulteriori approfondimenti sulla diaspora degli ebrei africani sono disponibili a questo link.

 

Foto di copertina di downatthezoo Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-NoDerivs License

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