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Protesta Turkestan orientale

Dalla Cina al Califfato: il jihad dei foreign fighters uiguri

Negli ultimi anni l’aumento del numero di sostenitori dello Stato Islamico (ISIS) ha destato grande preoccupazione a livello internazionale. Anche la Cina ha adottato diverse misure antiterroristiche, che secondo alcuni commentatori sfumano i confini tra terrorismo, estremismo e separatismo, poiché si legano strettamente alla questione dei cosiddetti “separatisti” uiguri della provincia dello Xinjiang

LA CINA REAGISCE AL TERRORISMO – L’etnia uigura viene spesso associata nell’immaginario comune ad alcuni gruppi armati islamisti che contestano gli “invasori” cinesi. Alcuni esempi sono il Partito Islamico del Turkestan Orientale (Sarki Türkistan Islam Partisi, noto anche come TIP e precedentemente come ETIM) e il Partito Popolare del Turkestan Orientale (Sarki Türkistan Halk Partisi). Da quando il messaggio jihadista di ISIS ha iniziato a espandersi a macchia d’olio, valicando confini geografici e politici, gli uiguri sono quindi guardati con ancora maggior sospetto. Il conseguente inasprimento delle misure restrittive nei loro confronti si unisce così alla povertà, la disoccupazione e le disuguaglianze sociali che vengono denunciate dai connazionali emigrati. Da loro si apprende che le misure antiterroristiche consisterebbero, tra l’altro, nell’interdire l’accesso alle moschee e di ricevere un’istruzione islamica o impartita in lingua uigura. In alcuni casi si giungerebbe fino al monitoraggio degli spostamenti dei cittadini, come riporta Radio Free Asia, un’emittente non profit basata a Washington.

Fig. 1 – Due donne uigure passano di fianco a un gruppo di soldati cinesi in una strada di Urumqi, capitale dello Xinjiang

GLI UIGURI DELLO STATO ISLAMICO – La situazione è peggiorata nel momento in cui diverse inchieste hanno provato la presenza di uiguri in Siria e in Iraq: al luglio 2016, secondo la New America Foundation, sono 114 gli uiguri musulmani unitisi alle file del cosiddetto ISIS o Da’esh. Il rapporto del think tank americano, basato su documenti provenienti direttamente dai territori occupati dal Califfato, afferma che una parte di loro si sarebbe trasferita in Medio Oriente con la propria famiglia, ma solo nel momento in cui Da’esh ebbe raggiunto una certa parvenza di stabilità nel 2014. Questo proverebbe che si tratta per lo più di una scelta di vita strettamente connessa a diversi fattori, non solo religiosi ma anche sociali, culturali, politici ed economici, indubbiamente legati alla situazione attuale in Xinjiang. Le autorità cinesi hanno però definito «infondate» tali osservazioni e hanno negato di adottare misure repressive contro gli uiguri.

IL POTERE DELLA PROPAGANDA – In ogni caso, è indubbio che la situazione attuale sia a tutto vantaggio dell’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi. Da’esh non ha perso l’occasione di appropriarsi degli slogan espressi sui social network con gli hashtag #Freeuyghurs e #ChineseMuslimTrouble per attirare attenzione e nuovi sostenitori. Non è difficile imbattersi sulla rete in prodotti di propaganda jihadista (video, immagini, podcast, nashid o inni, discorsi in forma scritta) incentrati sugli uiguri, tradotti nella loro lingua e trascritti in alfabeto arabo. In Cina, uno dei canali attraverso cui si muove più liberamente il messaggio jihadista è il popolare strumento di instant messaging Weixin, noto in Europa come WeChat. La rete veicola però anche i timori e la rabbia dei cinesi nei confronti dei musulmani, specialmente alla notizia di nuovi attacchi terroristici, come quello che ha coinvolto un diplomatico cinese presso l’ambasciata del Kirghizistan nell’agosto 2016. L’evento ha provocato reazioni ostili nei confronti dei musulmani e soprattutto degli uiguri, sebbene non sia ancora chiaro chi siano i responsabili del gesto. In casi come questo emerge con forza la paura dei cittadini di «diventare verdi», per usare l’espressione comunemente adottata per indicare i musulmani.

Fig. 2 – Poliziotti cinesi presidiano il tribunale di Urumqi durante il processo di Ilham Tohti, economista uiguro accusato di separatismo e condannato all’ergastolo nel 2014

IL TIP RIFIUTA DA’ESH – Non tutti i gruppi islamisti della regione del Turkestan sono però affiliati a ISIS. In un messaggio del maggio 2016, il leader del TIP/ETIM Abd al-­Haqq al­-Turkistani ha infatti rinnegato il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Con questo gesto, il movimento ha preso le distanze anche da sostenitori forti come il movimento uzbeko IMU. Al-Haqq ha accusato al-Baghdadi di aver usurpato il titolo senza richiedere l’approvazione dei leader islamici e della Ummah (comunità islamica) e soprattutto di sfruttarlo per fini politici: una posizione che confermerebbe l’allineamento del TIP con al-Qa’ida, come denunciato dalle autorità cinesi sin dagli anni Novanta. Secondo un rapporto del Governo di Pechino, pubblicato nel 2002, alcuni membri dell’organizzazione avrebbero ricevuto in quegli anni un «addestramento speciale» in Afghanistan dal gruppo di Osama Bin Laden. In seguito sarebbero rientrati in Cina, dove avrebbero fondato delle cellule terroristiche dislocate su tutto il territorio nazionale. Per via delle azioni antiterroristiche del Governo cinese e dei numerosi arresti dei suoi militanti, pare che molti membri del TIP si siano trasferiti nei Paesi circostanti, da dove gestiscono un lucroso traffico di armi, soprattutto strumentazioni militari per le telecomunicazioni, e di denaro illegale.

Fig. 3 – Ahmet Bozoglan, di origine uigura, ritratto mentre sta per essere processato da un tribunale di Giacarta con l’accusa di aver tentato di unirsi a un gruppo estremista indonesiano, luglio 2015

IL PROBLEMA DELLA RADICALIZZAZIONE – La prova che al-Qa’ida sia ancora favorevole nei confronti del TIP è un messaggio del luglio 2016, in cui Ayman al-Zawahiri, leader del movimento, elogia personalmente i combattenti del Turkestan Orientale per i loro sforzi di diffusione del jihad nel mondo. Il TIP, tuttavia, non è tanto interessato a un jihad globale, quanto a una lotta nella regione asiatica e in particolare nello Xinjiang. Questo è, infatti, uno dei temi principali della propaganda prodotta dal suo centro mediatico, İslam Awazi. Un fatto preoccupante per il Governo centrale cinese è che nemmeno la censura riesce ad arrestare il messaggio jihadista. Le voci dei militanti, attraverso Internet e il passaparola, continuano a nutrire il desiderio di fuga, riscatto o contestazione degli individui più vulnerabili, non necessariamente uiguri. Alcuni disertori di ISIS hanno infatti confermato la presenza di foreign fighters provenienti da diverse zone della Cina, capaci di esprimersi in un arabo coranico perfetto, a dimostrazione del fatto che in realtà il problema della radicalizzazione non coinvolge solo un’etnia o una provincia, ma potenzialmente tutta la nazione cinese.

Erika Panuccio

Un chicco in più

Gli uiguri sono una popolazione turcofona a prevalenza islamica, presente in tutta la regione anticamente denominata Turkestan (“terra dei popoli turchi”). I militanti jihadisti suddividono quest’area in Turkestan occidentale (che comprende parzialmente gli odierni Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kazakistan) e Turkestan orientale (la provincia cinese dello Xinjiang). 

Foto di copertina di SPakhrin Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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