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L’Argentina di Macri: le prime complicazioni

In 3 sorsi  L’inflazione a livelli sempre più bassi e l’impronta neoliberista sembrano riuscire a stimolare alcune attività del settore privato, ma il rischio di una stagnazione potrebbe mettere in discussione il progetto di Macri

1. UN FUTURO INCERTO – Le notizie più preoccupanti per la politica economica di Mauricio Macri vengono dagli ultimi resoconti ufficiali che, per i prossimi anni, prevedono una riduzione del livello di crescita del Sudamerica. Dopo due anni di crescita negativa (20152016), le stime della CEPAL (Comisión Económica para América Latina y el Caribe) rilevano che tutti i Paesi della regione (salvo alcune eccezioni) registreranno una crescita non più alta del 2%. Nel dettaglio: la Commissione ha riportato che, escludendo Venezuela – in cui non si attende crescita positiva sia per quest’anno che per l’anno futuro – e Ecuador e Brasile – per i quali si prevede una ripresa solo a partire del prossimo anno –, vi sarà una crescita generale fra i Paesi sudamericani, che si intensificherà nel 2017. Tuttavia, solo Panama e Repubblica Domenicana registreranno un incremento maggiore, fino al 5%. Per l’Argentina si prevede un tasso di crescita di – 1,8% nel 2016, mentre il 2017 vedrà una crescita del 2,5%. Il quadro delineato dalla CEPAL risulta insidioso per il rischio rappresentato dalle tensioni sociali, rese ulteriormente esplosive per via della crescita economica presente, ma non abbastanza rapida. Una spiegazione plausibile del fenomeno è stata fornita dagli economisti Harinder Kohli e Claudio Loser: a seguito della crescita economica avvenuta grazie alle materie prime e l’ingente ingresso di capitali sotto forma di investimenti, numerose nazioni latinoamericane sono divenute Paesi a reddito medio-alto. Ciò rende questi Paesi incapaci di competere con le economie a minor reddito a livello di esportazioni manifatturiere e, d’altra parte, con le economie avanzate per quanto riguarda l’innovazione tecnologica. La situazione descritta dai due economisti è confermata in parte dalla Banca Mondiale, che individua nell’America Latina la regione con il maggior numero di Paesi con reddito medio del mondo, con un PIL pro capite di 13 000 dollari. A complicare il quadro internazionale già di per sé incerto – con la Cina che ridimensiona le sue prospettive di crescita, l’UE in crisi e il rischio Trump negli USA – si sommano le riforme strutturali necessarie e non fatte negli anni, ossia puntare sulla qualificazione professionale piuttosto che nel connubio materie prime – salari bassi.

Fig. 1 – Mauricio Macri asserragliato dai giornalisti

2. L’ABC DEL LIBERISMO – L’eventualità di una contrazione dell’espansione economica è doppiamente nefasta per il presidente argentino, dal momento che proprio sull’economia si giocherà la battaglia politica del Governo. La ricetta fornita da Macri in quel senso è molto chiara: politica deflazionista. Si tratta di una strategia di politica economica molto adoperata all’interno del panorama liberista, fondata essenzialmente su tre elementi principali: 1) lotta all’inflazione, 2) taglio della spesa pubblica, 3) privatizzazioni. Attualmente il Governo argentino sta insistendo soprattutto sul primo punto, in quanto un taglio dell’inflazione permette alle imprese un accesso a prestiti con un tasso di interesse minore. Giovedì 13 ottobre il presidente del Banco Nacional (la più grande banca argentina) ha dichiarato che l’ente abbia concesso il 60% delle proprie linee di credito per le piccole e medie imprese. Si tratta di un programma creditizio di 90 giorni, per 5 000 milioni di pesos in prestiti triennali, avviato il mese passato con un tasso del 15% – meno della metà dell’inflazione prevista quest’anno –. Il mantra del Banco Naciónal è, dunque, perfettamente riassunto dalle parole del suo presidente Carlos Melconian: “Bisogna abituarsi all’idea che l’inflazione ed i tassi d’interesse andranno di pari passo con la normalizzazione dell’economia“.

Fig. 2 – La Banca della Nazione Argentina, la più grande istituzione finanziaria del Paese

 

3. NOVITÀ SUL FRONTE ENERGETICO  Il Ministero dell’Energia e delle Miniere argentino ha annunciato il 21 ottobre la selezione di 12 progetti  all’interno del programma di energie rinnovabili RenovAr – su un totale di 29 aggiudicatisi la selezione –, giunto alla conclusione del suo primo bando. Si tratta di 5 progetti nuovi legati al biogas, 5 basati su piccoli approvvigionamenti idroelettrici e 2 sulla biomassa. Approssimativamente questi 12 progetti forniranno una copertura di 34 MW di potenza. Inoltre, all’interno dei 29 progetti che si sono aggiudicati il bando, 15 hanno richiesto la garanzia della Banca Mondiale per scadenze che vanno da 8 a 20 anni e che insieme raggiungono la somma di 295 milioni di dollari. Attualmente si prospetta un totale di 1 142 MW – 4 060 GW/anno – in 14 province argentine. In media i 29 progetti registrano una percentuale di partecipazione statale del 13,5%, consistenti nella spesa di 3 600 milioni di pesos per fornire le autorità locali di equipaggiamenti elettromeccanici. Una volta avviati, i progetti di Renovar “Ronda 1” contribuiranno al 2,8% del consumo energetico nazionale che, sommato all’energia prodotta da fonti rinnovabili già adoperate nel Paese, permetteranno di raggiungere il 4,5% del consumo totale. Per tutti i progetti che non sono riusciti a rientrare nel primo ciclo del bando, il ministro dell’Energia Juan José Aranguren ha annunciato che vi sarà la possibilità di concorrere per un secondo bando – nominato “Ronda 1,5” –, volto a rendere operativi i progetti vincitori prima dell’11 novembre. La convocazione riguarderà quei progetti presentati ma non vincitori nella Ronda 1, i quali potranno competere per la fornitura di 400 MW  e 200 MW. Importanti saranno anche le offerte ricevute dal Governo argentino, come annunciato ad inizio di settembre: a questo proposito risulterà fondamentale l’accordo fra la Shell di Ben van  Beurden e il presidente Macri. L’oggetto dell’intesa  la conversione nelle aree energiche per un valore di 300 milioni di dollari l’anno, fino al 2020, come rivelato dallo stesso CEO Beurden una volta ricevuto in udienza il 29 settembre. In conclusione, il Governo Macri dovrà in futuro stimolare ulteriormente la crescita economica se non vuole ritrovarsi ad affrontare una contrazione economica capace di ridurre drasticamente il potere di acquisto dei suoi cittadini e, di conseguenza, alimentare le difficoltà sociali. Attualmente l’Argentina non sta portando nuovo benessere ad un numero di cittadini sufficientemente alto, mentre l’inflazione rischia in ogni momento di salire: qualora si verificasse questo scenario, si rischierebbe un erosione dei salari medio-bassi ed una pericolosa riduzione della produzione industriale, complici i costi del lavoro a rialzo in tutta l’America latina. La produzione potrebbe calare anche a causa della ridotta capacità dell’America latina di esportare materie prime ad un costo vantaggioso, fattore che ha portato il Venezuela al tracollo. La combinazione di inflazione e stagnazione sarà la principale minaccia per l’esecutivo ancora per molto, con ancora pochi elementi per poter effettuare una previsione sull’esito futuro.

Fig. 3 – Una diga argentina

Riccardo Antonucci

Un chicco in più

La collaborazione con il Cile è un punto fondamentale nella politica estera di Macri. Entrambi i Paesi sono attualmente interessati ad intraprendere un percorso di collaborazione, come ha dimostrato la presentazione a Santiago di un progetto per disegnare e costruire il tunnel di Agua Negra: un corridoio di 13,9 chilometri che unirà la regione cilena di Coquimbo con la provincia argentina di San Juan, incrementando le relazioni commerciali fra i due partner. Potrebbe trattarsi di un valido supporto alla crescita economica di Buenos Aires, nonché una panacea contro le tensioni sociali pericolosamente a rischio.

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Foto di copertina di Mauricio Macri Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-NoDerivs License

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