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La guerra dell’acciaio tra Cina e UE

In 3 sorsi La UE ha da poco finalizzato la scelta di imporre dazi antidumping sulle importazioni d’acciaio provenienti dalla Cina. La Commissione Europea deciderà durante i prossimi sei mesi se reiterare queste misure o meno

1. IL FUTURO DELLA CINA NELLA WTO – Quando l’11 dicembre 2001 la Repubblica Popolare Cinese entrò nella WTO, vi entrò come “economia non di mercato” e con l’accordo che un eventuale cambiamento del suo status sarebbe avvenuto solo dopo quindici anni di attente valutazioni. Con la scadenza sempre più vicina Pechino, che considerava ormai automatico il passaggio, ha dovuto affrontare i dissensi da parte di Stati Uniti e Unione Europea, come della stessa WTO. Il passaggio da “economia non di mercato” ad “economia di mercato” significherebbe per la Cina la cancellazione dei dazi sulle sue esportazioni e, quindi, una presenza ancora più significativa nel mercato mondiale. Se dal suo canto la WTO non ha stabilito dei requisiti precisi per definire un’economia di mercato, l’Unione Europea nel regolamento n.1225/2009 ne ha definiti cinque molto specifici e la Cina, secondo la UE, non ne rispetterebbe quasi nessuno. Il primo in particolare sostiene che le decisioni in materia di prezzi, costi e fattori produttivi debbano essere prese in risposta alle tendenze di mercato che rispecchiano condizioni di domanda e offerta, senza significative interferenze statali. Nei fatti, invece, i prezzi del mercato cinese sono ancora, in modo diretto o meno, influenzati dallo Stato e i prodotti spesso venduti a prezzi molto più economici rispetto a quelli del mercato di destinazione. Per questo motivo tutti i Paesi aderenti alla WTO sono stati autorizzati a delle procedure di calcolo dei dazi “non comuni” nei confronti della Cina, ovvero misure che permettono con un ampio margine di arbitrio di non considerare i prezzi interni al mercato cinese come base di calcolo per un corretto dazio antidumping.

Fig. 1 – Un cantiere di lavorazione dell’acciaio in Cina

2. L’UNIONE EUROPEA E I NUOVI DAZI SULL’ACCIAIO – Qualche mese fa, esattamente a maggio, si è tenuta una votazione, puramente d’opinione, presso l’Europarlamento riguardo il riconoscimento della Cina come economia di mercato. La votazione ha messo quasi tutti i parlamentari d’accordo, concludendosi con 546 sì, 26 no e 77 astenuti e la richiesta alla Commissione di mantenere i meccanismi antidumping non convenzionali usati nei confronti della RPC. Tuttavia non si può dimenticare che la Cina rappresenta un importante partner commerciale per la UE. Dopo gli Stati Uniti, infatti, che occupano il 18% degli scambi totali con l’Unione Europea, la Cina si presenta al secondo posto con il 15%. I primi restano il principale mercato di destinazione dei beni prodotti nella UE, ma la RPC resta invece il Paese dal quale la UE importa maggiormente. Se a fine anno, quindi, un rifiuto sul passaggio di status potrebbe provocare una grave crisi con tale importante partner commerciale, concederglielo significherebbe invece mettere a rischio l’economia dell’Unione. Per questo motivo la Commissione Europea sta studiando una terza via della quale, tuttavia, si sa ancora poco. Probabilmente cambierà il modo in cui i dazi saranno calcolati, non basandosi più sui prezzi applicati nella RPC o in Paesi terzi, ma su un sistema di riferimento nuovo, più internazionalizzato, che rappresenti una via di mezzo fra esigenze della UE ed esigenze della Cina. Le condizioni con le quali sono avvenute le più recenti importazioni hanno destato non poche preoccupazioni e da pochi giorni hanno portato alla finalizzazione di nuovi dazi sui prodotti in acciaio importati dalla Cina. I prodotti colpiti sono due: quelli laminati a caldo, sui quali è stato imposto un dazio tra il 13,2% e il 22,6%, e i prodotti piatti pesanti, che hanno un dazio tra il 65,1% e il 73,7%. Come recita il comunicato stampa rilasciato sul sito della Commissione Europea, “le indagini [della Commissione] hanno confermato che i prodotti cinesi sono venduti in Europa a prezzi di dumping”; anche per questo si deciderà nei prossimi sei mesi se reiterare queste misure per gli anni a venire o meno.

Fig. 2 – Gao Hucheng, Ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese

3. LA REAZIONE DI PECHINO – Il Governo cinese ha da subito dimostrato forte indignazione per queste ultime misure prese dalla UE, descrivendo i dazi come ingiusti, frutto di una manovra protezionistica avventata che limita la concorrenza di mercato e non permette allo stesso mercato europeo dell’acciaio di crescere. Questo perché, come ha ribadito il Ministro del Commercio Gao Hucheng, l’acciaio esportato nella UE rappresenterebbe meno del 5%, quindi non una minaccia per l’industria comunitaria. Inoltre il Ministro ha negato che questa vendita sia dovuta ad un surplus produttivo, aggiungendo invece che “la sovracapacità d’acciaio è un problema globale e un problema globale richiede degli sforzi collaborativi da parte di tutti i Paesi”. Alcuni consumatori, secondo Pechino, beneficerebbero di questi bassi costi e questo rientrerebbe perfettamente nelle dinamiche del mercato in generale, non nello specifico di quelle riguardanti solo Cina e UE. Se, quindi, la UE colpevolizza in buona parte i prezzi cinesi per l’ingente perdita di posti di lavoro nell’industria dell’acciaio, la Cina sostiene che ciò sia dovuto solo ad una lenta crescita di quest’industria produttiva in Europa.

Giulia Quarta

 

Un chicco in più

Durante il Grande Balzo in Avanti (1958-1962), nome del secondo piano quinquennale di Mao Zedong, la produzione d’acciaio era considerata come l’elemento fondamentale dell’industria. L’obiettivo di Mao era quello di raggiungere la produzione inglese in ben 15 anni, per questo vennero installate delle fornaci da cortile nelle quali la popolazione doveva fondere gli oggetti più disparati, da reti da letto a utensili di cucina. In realtà quest’acciaio si rivelò in sostanza inutilizzabile, portando al totale fallimento della campagna industriale. Non da meno, questo sforzo aveva assorbito quasi tutta la forza lavoro dell’agricoltura, costretta a lavorare esclusivamente nell’industria. Il Grande Balzo, infatti, si trasformò in una vera e propria tragedia, causando una carestia che contò dai 14 ai 43 milioni di vittime. 

 

Foto di copertina di 24x7photo.com Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-NoDerivs License

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