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I boscimani e la battaglia per i diritti sulla terra in Botswana

In occasione del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza del Botswana, Survival International lancia una campagna per difendere i diritti dei boscimani, sfrattati ingiustamente dalle proprie terre e costretti a vivere in condizioni di marginalità economica e sociale

BOT50 – Lo scorso 30 settembre il Botswana, il Paese della “storia di successo africana” caratterizzato da stabilità politica e crescita economica, ha festeggiato i suoi primi cinquant’anni di indipendenza dalla colonizzazione britannica. Ma con il termine “Bot50” non verranno soltanto ricordati i festeggiamenti organizzati per questa ricorrenza ma anche l’omonima campagna di Survival International, il movimento globale per i diritti degli indigeni, con la quale è stato lanciato un appello al governo del Paese per chiedere di porre fine alle discriminazioni nei confronti dei boscimani entro la data delle celebrazioni. I boscimani sono un gruppo etnico minoritario dedito originariamente alla caccia e alla raccolta dei prodotti della terra che si è storicamente stanziato nel deserto del Kalahari, una vasta zona sabbiosa compresa tra il Botswana, il Sudafrica, la Namibia e lo Zimbabwe.

Fig. 1 – Dimostranti di Survival International durante una manifestazione protestano contro lo sfruttamento di un giacimento diamantifero nel deserto del Kalahari, febbraio 2009, Londra. 

DIRITTI ANCESTRALI– Decenni di politiche discriminatorie hanno portato la maggior parte degli appartenenti a questo gruppo a una condizione di marginalità politica ed economica esemplificata dal mancato riconoscimento dei loro diritti sulla terra. Dalla fine degli anni novanta, infatti, si sono susseguiti diversi provvedimenti volti a impedire a questa parte della popolazione di accedere alle loro terre ancestrali, costringendoli a trasferirsi nelle zone limitrofe e a cercare una difficile integrazione in un sistema economico e culturale a loro estraneo. Ma la battaglia dei boscimani per restare in quelle che considerano le loro terre natali continua, anche a colpi di sentenze giudiziarie e campagne di sensibilizzazione internazionali. Ciò lascia il Paese in una situazione di continua tensione che ha portato a numerosi abusi da parte delle autorità locali culminati nel gravissimo episodio dello scorso agosto che ha visto un elicottero della polizia aprire il fuoco su un gruppo di boscimani che stavano cacciando antilopi nella Central Kalahari Game Reserve.

LE TERRE DI NESSUNO – La storia di marginalizzazione dei boscimani inizia ben prima dell’indipendenza del paese: sono le migrazioni di più di duecento anni fa dei tswanda, popolazione bantu originaria dell’Africa centrale che attualmente costituisce la maggioranza della popolazione del Paese, a segnare il primo passo verso la perdita dei diritti sulla terra dei boscimani. Questi hanno progressivamente perso territori a favore dei nuovi arrivati in una “battaglia” tra modi di concepire l’uso della terra che ha visto vincitori gli agricoltori e allevatori sui cacciatori-raccoglitori. I britannici cristallizzarono questa situazione creando un sistema di proprietà della terra, che è stato in buona parte ereditato dallo Stato indipendente, che formalizzava i diritti di proprietà dei tswana. Le terre dei boscimani erano infatti percepite come non utilizzate proprio per l’estraneità del loro modello economico rispetto ai canoni occidentali dell’epoca, e fu quindi dato ai capi tradizionali tswanda il compito di redistribuire tali terre vuote.

Fig. 2 – Boscimani impegnati nella caccia all’antilope in Botswana

All’indomani dell’indipendenza, la posizione di vulnerabilità dei boscimani, ampliata dalla difficoltà di accesso a un sistema educativo dove le lingue ufficiali, l’inglese e lo tswana, non sono parlate dalla maggioranza dei giovani della comunità, li portò a una sotto rappresentanza in ambito politico. I consigli distrettuali della terra, istituiti per formalizzare i diritti di proprietà nel Botwana indipendente, non riconoscevano diritti sulla terra rivendicati su base consuetudinaria e, molto spesso, la natura nomade dei boscimani veniva concepita come inconciliabile con la possibilità stessa di possedere la terra. Ancora una volta le terre occupate dai cacciatori-raccoglitori venivano considerate vuote e quindi utilizzabili per motivi commerciali.

LE SENTENZE IGNORATE – La Central Kalahari Game Reserve fu istituita nel 1961 dall’amministrazione britannica con il duplice scopo di salvaguardare la fauna e permettere alle popolazioni locali, ovvero i boscimani, di preservare la propria cultura. Queste terre, però, restarono catalogate come terre della corona e quindi non furono trasferiti diritti di proprietà ai boscimani. Ciò ha reso possibile negli anni ottanta politiche di reinsediamento nelle aree vicine giustificate nell’ottica della salvaguardia delle specie protette che vivevano nella riserva e del miglioramento dei servizi offerti alle popolazioni locali. Le inadeguate compensazioni per gli espropri, la mancata erogazione di titoli di proprietà per chi accettava di trasferirsi e la divisione di molti nuclei familiari in diversi accampamenti resero sempre più diffidenti i boscimani verso i programmi governativi di reinsediamento.

Fig. 3 – Roy Sesana è un attivista politico che si batte per i diritti del proprio popolo, i boscimani del Kalahari. Nel 2005 dichiarò «Se qualcuno ha letto tanti libri e crede che noi siamo primitivi perché non ne abbiamo letto nemmeno uno, allora dovrebbe buttare via quei libri e cercarne uno che dica che siamo tutti fratelli e sorelle, e che abbiamo tutti lo stesso diritto di vivere»

Le forze governative, nel tentativo di forzare lo sgombero della riserva, interruppero l’erogazione dei servizi forniti alla comunità dei boscimani come il trasporto dei bambini a scuola e le unità sanitarie mobili. Nel 2002 la comunità boscimana ha intentato una causa contro il governo, conclusasi nel 2006 a loro favore, per difendere il proprio diritto di vivere nella riserva. La sentenza presentava tuttavia due limiti: non stabiliva un diritto assoluto di tutti sulle terre ma soltanto dei pochi che avevano partecipato alla causa e deresponsabilizzava il governo del Botswana che non fu ritenuto obbligato a fornire servizi nella riserva. Questa interpretazione è stata in parte confutata da una nuova sentenza del 2011 ma nonostante ciò la condizione dei boscimani non è migliorata: ancora molti appartenenti a questo gruppo devono richiedere permessi provvisori per entrare nella riserva e raggiungere le proprie famiglie e il recente provvedimento governativo che vieta la caccia nell’area impedisce a chi è riuscito a rientrare nella riserva di vivere una vita dignitosa.

UGUAGLIANZE FORMALI E DIRITTI NEGATI – La Costituzione del Botwana si fonda sul presupposto che tutti i cittadini godano degli stessi diritti. Non è previsto quindi il riconoscimento di gruppi con specifici diritti legati alla loro identità e cultura. Da qui l’opposizione del Governo a implementare politiche specificamente indirizzate ai boscimani e a riconoscere le peculiarità economiche e culturali del gruppo. Il divieto di caccia nelle aree in cui la Corte ha riconosciuto il diritto dei boscimani a risiedere contravviene al loro diritto all’autodeterminazione sancito nella Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite (che predispone anche il diritto per tali popoli di risiedere nelle proprie terre ancestrali) di cui il Botswana è firmatario. Il sistema giuridico del Paese è un sistema dualistico in cui il diritto internazionale e il diritto interno sono due ordinamenti indipendenti: i trattati e le convenzioni firmate devono perciò essere inclusi nell’ordinamento nazionale mediante leggi ad hoc.

Fig. 4 – Giovani boscimani a Molapo, al centro del Kalahari Game Reserve. Dopo la lunga battaglia legale con il governo del Botswana, i boscimani possono tornare alle loro terre ancestrali ma dovranno affrontare inevitabilmente la sfida con la modernità

Rifiutandosi di creare politiche etnicizzate, il governo del Botswana finisce per svantaggiare quella parte della popolazione che non si identifica con il modello culturale ed economico ufficiale del Paese. Le sentenze della Corte, che rimandano anche a normative internazionali e utilizzano la categoria di popoli indigeni, sono un primo risultato importante per i boscimani ma non riusciranno a segnare un cambiamento significativo nel Paese senza un reale impegno del Governo nel rispettare i diritti delle minoranze e nel mettere in atto politiche di sviluppo che tengano conto delle peculiarità dei destinatari.

Marcella Esposito

Un chicco in più

Qui trovate un interessante report dell’ILO e dell’African Commission on Human and Peoples’ Rights.

Foto di copertina di hobgadlng Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-NoDerivs License

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