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L’uragano Matthew ad Haiti, disastro umanitario e burocratico

Haiti in ginocchio a causa di Matthew e del caos amministrativo. L’uragano che si è abbattuto sull’isola ha distrutto la vita di molti ed si è andato ad aggiungere alle macerie del terremoto del 2010 e al disastro amministrativo statale. La macchina dei soccorsi è partita subito ma alle difficoltà umanitarie si è aggiungo il caos burocratico. 

HAITI E L’URAGANO MATTHEW – L’uragano di categoria 5 Matthew si è riversato con una velocità di 195km/h sulle coste meridionali dell’isola di Haiti, già duramente colpita in precedenza da differenti catastrofiMatthew ha colpito anche Cuba, Giamaica, Repubblica Dominicana, Bahamas, Turks & Caicos, Belize, Puerto Rico fino a raggiungere le coste della Florida.

Secondo il bollettino della protezione civile 327 persone sono morte nel sud dell’isola a causa dell’uragano (anche se le cifre rimangono in aumento) e più di 115.000 in 500 villaggi sono rimaste senza acqua e senza cibo; l’accesso all’area rimane piuttosto difficoltoso. Oltre 29.000 case e infrastrutture pubbliche sono state distrutte e severamente danneggiate. Il collasso del ponte di Petit Goave che collega la capitale alle regioni del Sud, Nippes e Grand’anse ha isolato le comunità della regione. Centinaia di pazienti si sono riversati negli ospedali o in strutture temporanee attrezzate come ospedali. In cinque dipartimenti, dieci ospedali sono stati danneggiati dall’uragano.
Il timore più grande dopo l’uragano è l’esplosione dei casi di colera e di malnutrizione dovuta alla perdita dei raccolti. Inoltre c’è il rischio che le inondazioni provochino casi di malaria e dissenteria, vittime soprattutto le donne incinte e i bambini. I crolli e le alluvioni che hanno devastato la zona occidentale dell’isola, sono il risultato dell’assenza di infrastrutture e di programmi di risanamento. Malgrado i numerosi programmi di RRD (riduzione rischi e disastri), non è ancora possibile parlare di abitazioni conformi agli standard minimi di sopravvivenza alle catastrofi. Ad Haiti, a causa della carenza costante di elettricità, la maggior parte della popolazione cucina su fornelli a carbone. Questa pratica sta causando il disboscamento dell’isola; il carbone si produce bruciando i rami secchi e le radici degli alberi. In dieci anni, l’isola è stata disboscata del 50%. Il disboscamento provoca l’erosione della costa e l’incapacità del terreno di resistere e attecchire ai fenomeni naturali quali terremoti, uragani, cicloni. Il rimboscamento è una delle migliori soluzioni per ammortire l’impatto devastante degli uragani e delle tempeste tropicali. Purtroppo ancora oggi nessuna esperienza di questo tipo è risultata efficace. Infatti senza delle adeguate infrastrutture e un sistema di approvvigionamento dell’elettricità, risulta difficile ridurre il fenomeno delle cucine a carbone.

HAITI E LA DEBOLEZZA STRUTTURALE – Perché ancora Haiti? Gran parte della popolazione del paese è ancora particolarmente vulnerabile. Malgrado i miliardi di dollari di aiuti umanitari ricevuti dopo il terremoto del 2010, ancora 50.000 persone risultano sfollate e vivono in sistemazioni provvisorie. Con una missione di stabilizzazione presenta da ormai 10 anni (MINUSTAH) non si è stati in grado di equipaggiare la popolazione civile per questo avvenimento.
La comunità internazionale si è già mossa nuovamente per inviare numerosi fondi per aiutare questo piccolo paese, prima tra tutti Stati Uniti e Unione Europea. Milo Pearson, presidente del CCRIF SPC (Caribbean Risk Insurance Facility), un pool found creato nel 2007 come primo intervento in caso di calamità naturali nell’area dei Caraibi, durante il meeting annuale del FMI (Fondo Monetario Internazionale) ha affermato di voler stanziare 20 miliardi di dollari per la ricostruzione dopo l’uragano Matthew.

L’OCCIDENTE E LE ONG AD HAITI – Le cifre delle vittime risultano gonfiate rispetto ai bollettini ufficiali e la stampa riporta numeri da tragedia umanitaria. Se ci affidiamo ai bollettini OCHA, il numero delle vittime non supera le 400 persone, ma i giornali occidentali riportano dati come 800/ 900 vittime, quindi superiori. Per capire le cause di questo modus operandi bisogna fare un passo indietro: nel 2010 dopo il sisma sotto pressione della comunità internazionale ci sono tenute le elezioni elettorali che hanno visto la vittoria del cantante Michel  Martelly. Il Presidente ha favorito una politica piuttosto generosa nei confronti delle ONG, affidando a queste interi settori nei programmi sociali e educativi. Una delle più grandi difficoltà dopo il sisma è stata la mancanza di coordinamento delle agenzie internazionali e della moltitudine di ONG che sono sbarcate ad Haiti. Il Governo nel frattempo si è occupato di sviluppare l’agricoltura e l’esportazione del settore tessile verso gli Stati Uniti.
L’inefficienza del Governo e il caos post-terremoto ha giocato a favore di tutti quegli Stati che volevano ottenere uno spazio all’interno dello scenario haitiano. Tutte le maggiori potenze sono presenti sull’isola in modo formale, attraverso uffici di rappresentanza, e per vie terze, attraverso le organizzazioni governative per la maggior parte americane e europee.
La posizione strategica di Haiti gioca un ruolo geopolitico fondamentale per gli Stati Uniti che hanno tutto l’interesse a mantenere la presenza sull’isola, un punto di appoggio gestire i commerci internazionali e le relazioni con i paesi dell’America Latina, una sorta di proiezione di potenza nel bacino del mar dei Caraibi. Non da meno gli Stati europei, prima fra tutti la Francia, che continua ad essere presente in tutte le ex-colonie francofone.

TERREMOTO ED URAGANO – Dalla fine del Governo di Jean Bertrand Aristide, dopo il colpo di stato, la missione delle Nazioni Unite è entrata stabilmente nel Paese. Con la missione di stabilizzazione non è concesso ad Haiti di disporre di un Esercito proprio, togliendo effettivamente sovranità e legittimità all’esecutivo. La Giunta Interamericana di Difesa dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) presieduta dagli Stati Uniti dovrebbe redigere un Libro Bianco sulla Sicurezza e la Difesa Nazionale per autorizzare la costituzione, nuovamente, dell’Esercito nazionale. La volontà di non consentire al popolo haitiano di autodeterminarsi in tutto e per tutto è sinonimo di quanto quest’area geografica, malgrado la fine dell’embargo con Cuba, sia ancora di fondamentale importanza nello scacchiere internazionale.
Il consiglio elettorale provvisorio (CEP) sta valutando la situazione. Intanto il presidente provvisorio Jocelerme Privert spera di poter annunciare un nuovo calendario elettorale la settimana prossima.  Purtroppo gli alti livelli di corruzione del Paese hanno ritardato già di un anno le elezioni e l’uragano farà altrettanto, lasciando l’isola in una situazione di instabilità costante. L’Unione Europea ha rinunciato, nel mese di giugno alla missione di osservatore elettorale.
La volontà politica di ricostruzione questa volta sembra più determinata a gestire consapevolmente l’arrivo dei fondi umanitari per il risanamento delle zone colpite. Il popolo haitiano si augura che questa volta i politici mantengano le promesse, stanchi di vivere in un sistema di assistenzialismo perenne.

Flavia Maurello

Un chicco in più

La zona caraibica è attraversata ogni anno da fenomeni ciclonici ma non è strutturata per rispondere. Qui un articolo di National Geographic che descrive la capacità dei vari stati del mondo di reagire alla minaccia atmosferica

Info Flavia Maurello

Flavia Maurello

Laureata in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano, gira per il mondo come cooperante internazionale. Ha lavorato in Haiti, Repubblica Democratica del Congo e Sudan del Sud. Interessata a questioni umanitarie, tematiche ambientali e diritti umani. Appassionata di viaggi, lingue straniere e grande lettrice di libri gialli.

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