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Pechino e il mare della discordia

In 3 sorsiLa decisione delle Filippine di portare la Cina di fronte alla Corte permanente di arbitrato non è stata una mossa felice per risolvere la complessa questione del Mar Cinese Meridionale. La sentenza pronunciata a sfavore della Cina ha, infatti, agitato ancora di più le acque tanto da ostacolare quel dialogo che la Repubblica Popolare Cinese (RPC) tenta di avere con tutti gli attori coinvolti e non

1. IL NO ALLA DECISIONE DELL’AIA  L’azione intrapresa dalle Filippine nel 2013 di appellarsi alla Corte Permanente di arbitrato presso la Corte Internazionale di giustizia dell’Aia è stata considerata dalla RPC una violazione della Dichiarazione sulla conduzione delle parti nel Mar Meridionale Cinese (DOC) del 2002, in cui gli Stati coinvolti si impegnavano a risolvere la questione attraverso accordi bilaterali. Di conseguenza, la sentenza emanata dalla corte il 12 luglio 2016, secondo la quale le isole Xisha (Paracel) e Nansha (Spratly) non possono essere considerate storicamente appartenenti unicamente alla Cina, non è accettata e non sarà resa effettiva. Inoltre, la sentenza è considerata illegittima da parte cinese alla luce dell’articolo 298 della Convenzione sul diritto del mare, al quale Pechino si è appellato per sottrarsi a qualsiasi meccanismo di risoluzione delle dispute riguardanti i propri confini territoriali.

Fig. 1 – Manifestazione di protesta a Manila contro le iniziative della Cina nel Mar Cinese Meridionale, luglio 2015

2. I NEMICI – La RPC sostiene che dietro la sentenza c’è la manipolazione di Stati Uniti e Giappone interessati a garantire la libertà di navigazione e di pesca in quelle acque e a mettere i paletti alla potenza cinese. Il Quotidiano del popolo (il giornale del Partito Comunista cinese) ha criticato il coinvolgimento degli Stati Uniti perché, a causa dell’ansia egemonica di Washington, renderebbe difficile qualsiasi processo risolutivo pacifico e ostacolarebbe la possibilità di intavolare accordi bilaterali con le Filippine, come previsto dal DOC. Stati Uniti e Filippine, infatti, nell’ultimo anno hanno condotto delle esercitazioni militari congiunte, che sono state sospese solo lo scorso settembre su decisione del Presidente filippino Rodrigo Duterte. Un sospiro di sollievo, tuttavia, Pechino non può ancora tirarlo perché allungando lo sguardo di poco oltre la nine-dash line (la linea che demarca il confine delle acque territoriali cinesi) vede migliaia di unità militari indonesiane che dal 6 ottobre svolgono un’esercitazione militare al largo delle isole Natuna.

L’Indonesia – ufficialmente non coinvolta nella disputa – ha lanciato questa esercitazione per difendere la propria sovranità su quelle acque, accusando Pechino di pescare in quella che è considerata la zona economica speciale di Giacarta. La Cina, inoltre, deve fare i conti anche con lo storico nemico giapponese, al quale ha intimato di mantenere un atteggiamento neutrale, considerato il suo passato storico nell’area (la Cina liberò i due arcipelaghi dall’invasione giapponese dopo la Seconda Guerra Mondiale) e la controversia per le isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale.

Fig. 2 – Una nave della Marina indonesiana pattuglia le acque intorno alle isole Natuna, al centro della contesa tra Pechino e Giacarta nel Mar Cinese Meridionale

3. UNA NUOVA SICUREZZA  Per sua fortuna, Xi Jinping può contare su altri Stati schierati a favore della sua causa (se ne contano circa 60), e il più importante tra questi è certamente la Russia di Vladimir Putin. Mosca e Pechino, infatti, hanno svolto dal 12 al 19 settembre il Joint Sea 2016, una serie di operazioni congiunte di difesa, di salvataggio e di lotta antisommergibile, in risposta alle precedenti esercitazioni Usa-Filippine. La volontà cinese, tuttavia, non è solo quella di intimare a Stati Uniti e Giappone di non intromettersi nel Mar Cinese Meridionale e di assicurarsi l’alleanza militare della Russia, ma è anche e soprattutto quella di risolvere la disputa in modo diplomatico sulla base (considerata legittima) del DOC e del Codice di Condotta nel Mar Meridionale Cinese (COC). Tale volontà è stata fortemente sottolineata dal Premier Li Keqiang nell’ultimo East Asia Summit (6-8 settembre 2016) in cui ha affermato che la Cina e tutti i Paesi membri dell’ASEAN hanno l’esperienza e le competenze necessarie per affrontare la questione, mentre le nazioni al di fuori della regione dovrebbero comprendere e supportare ogni sforzo fatto dagli Stati coinvolti. L’affermazione di Li Keqiang si inserisce all’interno di un concetto superiore teorizzato dalla dirigenza cinese, quello di una nuova sicurezza asiatica che sia “comune, comprensibile, congiunta e sostenibile” e che superi il concetto post-guerra fredda di una sicurezza basata sull’alleanza militare. In tal senso, le ultime dichiarazioni del Presidente filippino fanno ben sperare; infatti entro la fine dell’anno il dialogo tra i due maggiori contendenti dovrebbe riprendere. Intanto, la Cina mette le mani avanti proclamando l’esercizio della propria giurisdizione in caso di atti illeciti compiuti da cinesi e stranieri nelle acque del Mar Cinese Meridionale e pubblicando su un sito web ufficiale, lo State Oceanic Administration (aperto lo scorso 3 agosto), le proprie scelte politiche, dichiarazioni e documenti che attestino la storicità e la veridicità della sua rivendicazione. Le acque dunque restano agitate e c’è chi paventa venti di una terza guerra mondiale.

Fig. 3 – Il Premier cinese Li Keqiang e quello russo Dmitry Medvedev discutono durante l’ultimo East Asia Summit in Laos, settembre 2016

 

Roberta Maddalena

Un chicco in più

Come in una battaglia navale in cui ogni strategia può essere decisiva per vincere, anche in quella che si disputa nel Mar Cinese Meridionale viene giocata ogni carta per giungere ad un compromesso. Nel marasma di strategie adottate e mappe nautiche esaminate, spunta una carta storica risalente al diciassettesimo secolo e ritrovata nel 2008 che, secondo alcuni studiosi, potrebbe fare un po di chiarezza. Si tratta della Selden Map, dal nome del teorico marittimo e legale inglese John Selden che la possedeva, in cui sono rappresentati i traffici commerciali dell’epoca in quelle acque e in modo dettagliato la geografia del Sud-est asiatico, in cui il territorio cinese occupa solo una parte. Questa mappa potrebbe mettere in discussione quella ufficiale cinese in cui è disegnata la nine-dash line (la linea a nove trattini), tratteggiata nel 1947 su nessuna base, se non quella di avere liberato i due arcipelaghi dall’invasione giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

Foto di copertina di naturalflow Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

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