contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - The Salesman: uno sguardo alle contraddizioni dell’Iran contemporaneo
20853081319_94c8caa270_b_iran-women

The Salesman: uno sguardo alle contraddizioni dell’Iran contemporaneo

Le recensioni del Caffè – Diretto dal pluripremiato regista Asghar Farhadi, The Salesman ha il potere di tenere lo spettatore incollato allo schermo per 125 minuti, in bilico tra sensazione di claustrofobia, desiderio di giustizia e ambizione alla libertà. Tre caratteristiche che scandiscono la vita quotidiana di ogni iraniano

LA VITA PRIVATA NELLA REPUBBLICA ISLAMICA – The Salesman, in persiano Forushande, è un thriller psicologico che entra nel vivo della complessità della società iraniana contemporanea catapultando lo spettatore, già dalle primissime scene, nell’intimità di una giovane coppia di Tehran. Nonostante il ritmo serrato con cui il film procede e nonostante la peculiarità dei temi toccati, Farhadi riesce a rendere universalmente riconoscibili le contraddizioni quotidiane iraniane attraverso la storia di Emad (Shahab Hosseini) e di sua moglie Rana (Taraneh Alidoosti). I due coniugi, costretti ad abbandonare la loro abitazione, vengono ospitati in un appartamento in cui precedentemente, a loro insaputa, viveva una prostituta. Questa incomprensione iniziale apre la strada ad una serie di malintesi che arriveranno ad avere risvolti tragici, attraverso un crescendo di tensioni. La vicenda della giovane coppia, intrecciata alla pièce teatrale Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller che i due protagonisti recitano nel tempo libero, mette in scena una realtà concreta in cui, nonostante la vittoria di Rouhani alle scorse elezioni presidenziali e la conseguente distensione diplomatica con il mondo occidentale, vi sono ancora fortissimi contrasti sociali che vanno di pari passo con una non equa distribuzione della ricchezza e un evidente dislivello tra le diverse classi.

Fig. 1 – Da sinistra: Shahab Hosseini, Asghar Farhadi e Tahraneh Alidoosti sul red carpet della 69sima edizione del Festival di Cannes, tenutasi nel maggio scorso

Rana, come accade spesso alle donne in Iran, si trova ad un bivio: deve decidere se denunciare un’aggressione alle autorità, appoggiare il marito nella sua volontà di farsi giustizia da solo o tentare di dissimulare l’accaduto, affrontando il dramma all’interno del proprio nucleo familiare. L’alternativa di procedere con una denuncia viene subito esclusa: equivarrebbe alla pubblica vergogna dovendo riferire ad altri uomini (poliziotti, vicini e amici) i dettagli della violenza subita. Allo stesso tempo però Rana non riesce ad accettare l’accaduto e superare il trauma ritrovandosi a vivere il suo dolore da sola, nella claustrofobia della casa in cui è avvenuta l’aggressione. La situazione, comune in Iran, in cui si sceglie di non procedere con una denuncia come scelta consapevole per pudore, oltre che per preservare la propria dignità, può portare al desiderio di farsi giustizia da soli, come è tentato di fare Emad. Ma nel film, dopo un lotta angosciosa tra rabbia e rimorsi di coscienza, vincono la compassione e l’umanità, caratteristiche tipiche del sentire iraniano. Si deve ricordare però che atti di violenza nei confronti delle donne non avvengono così di frequente perché le punizioni estremamente severe previste dal codice civile iraniano sono un forte deterrente.

IL CONFINE TRA REPRESSIONE E LIBERTA’ – La possibilità che ha Rana, donna che vive in un contesto così particolare come quello della Repubblica islamica, nello scegliere se preservare la propria dignità o procedere con una pubblica accusa nei confronti del suo aggressore è una delle tante contraddizioni tutte iraniane. Agli occhi occidentali potrebbe sembrare infatti che le donne in Iran non abbiano quel minimo di libertà d’azione che invece, almeno in alcuni contesti, viene fornita loro proprio attraverso la repressione esterna che, in particolare all’interno del nucleo familiare, si trasforma in una sorta di tutela e protezione nei loro confronti. Una delle ambiguità, ad esempio, riguarda il codice d’abbigliamento femminile. Per assurdo proprio l’obbligo di nascondere i capelli e coprire le forme del corpo ha permesso alle iraniane, dalla Rivoluzione islamica in poi, di studiare (il numero di studentesse universitarie ha ad oggi quasi raggiunto il numero di iscritti di sesso maschile) ed esercitare liberamente le proprie professioni. Vi è inoltre una modesta libertà di scelta nella tipologia di abbigliamento da utilizzare, legata al ceto sociale di appartenenza. A differenza di quel che accade tra le classi più povere, nelle zone rurali, nelle famiglie conservatrici e in quelle che seguono più scrupolosamente le regole religiose, le donne di classe medio alta provenienti da famiglie di stampo liberal democratico (famiglie che fanno studiare i figli all’estero, che organizzano feste private in perfetto stile occidentale e che viaggiano per il mondo) indossano foulard colorati che lasciano scoperte intere ciocche di capelli, abbinati ad abiti aderenti all’ultima moda. Va inoltre sottolineato che alcune restrizioni, seppur minime, riguardano anche l’abbigliamento maschile: ad esempio agli uomini è vietato entrare negli uffici pubblici con pantaloni corti o camicie non perfettamente abbottonate o a manica corta e, in particolare nelle occasioni ufficiali, è preferibile che non indossino la cravatta, considerata simbolo dell’Occidente.

Fig. 2 – Giovani donne iraniane di classe medio-alta visitano una mostra d’arte occidentale a Tehran

LA CULTURA, LA GLOBALIZZAZIONE E LA DISPARITA’ SOCIALE – Se, prendendo in esame i binomi giovani-anziani, popolazione urbana-rurale, conservatori-riformisti, religiosi-non religiosi, le diversità negli stili e nelle scelte di vita risultano evidenti anche per il comune spettatore occidentale che non è così semplice individuare le sfaccettature all’interno di una stessa classe sociale in Iran. E The Salesman, interamente ambientato a Tehran, permette al pubblico di districarsi nei meandri della classe sociale medio-bassa della capitale, cui appartengono sia i due protagonisti, sia l’uomo colpevole della violenza su Rana sia gli altri attori che ruotano intorno all’intera vicenda. Il cambiamento del titolo della pellicola (che nelle intenzioni del regista doveva essere Il Cliente, modificato a causa della contemporanea partecipazione al Festival di Cannes di un film dal titolo simile) aiuta ancora meglio a definire le categorie sociali coinvolte nella vicenda: il colpevole della violenza è infatti un venditore ambulante, una delle occupazioni tipiche degli strati più bassi della società iraniana. Con il nuovo titolo risulta inoltre immediato il riferimento all’opera teatrale messa in scena dalla compagnia di cui fanno parte i due protagonisti e vi è un più diretto paragone tra la morte di Willy Loman, protagonista del testo di Miller, rappresentante di commercio e tipico esponente della classe media americana dell’immediato dopoguerra, al tragico epilogo del film.

Fig. 3 – Scene di vita quotidiana per le strade di Tehran, in cui il film è ambientato

In un Paese contraddistinto ancora da una notevole disparità economica e con un altissimo tasso di povertà e disoccupazione, nonostante la globalizzazione e l’intensificazione degli scambi commerciali e diplomatici con l’Occidente, ciò che differenzia i diversi personaggi, se pur appartenenti al medesimo ceto, è il loro livello culturale. Emad, docente, e Rana, casalinga, nel tempo libero recitano per una piccola compagnia teatrale e sono palesemente molto più istruiti rispetto al cliente della prostituta. Lo si nota dal lessico maggiormente ricercato, dalla proprietà linguistica, dall’abbigliamento e dalle modalità con cui si rapportano al prossimo. E proprio grazie alla loro educazione i due giovani riusciranno a districarsi in una situazione da cui sembra non esserci via di uscita. Volendo paragonare la vicenda dei protagonisti del film alla storia contemporanea dell’Iran si potrebbe affermare che, al tempo della globalizzazione, quello che davvero può fare la differenza è una svolta culturale, sia per quanto riguarda i singoli individui (basti pensare che, solo nelle università italiane, ogni anno ci sono oltre 1000 nuovi giovani iscritti provenienti dall’Iran) sia per il potenziamento delle relazioni economiche e diplomatiche attraverso l’incremento dei legami culturali.

LA PASSIONE IRANIANA PER IL CINEMA – Asghar Farhadi è solo uno dei grandi registi che, dopo la Rivoluzione khomeinista e l’instaurazione della Repubblica islamica (1978-79), hanno permesso al cinema iraniano di raggiungere la scena internazionale contribuendo a far conoscere la realtà sociale del proprio Paese all’estero nonostante la rigida censura a cui ogni pellicola viene sottoposta. La fama internazionale dei registi iraniani e dei film da loro diretti è intrinsecamente legata all’amore incondizionato degli iraniani per le arti visive, in primo luogo per il cinema; e questa profonda passione è confermata dal grandissimo successo che The Salesman sta avendo in Iran. Il film è stato infatti accolto con enorme entusiasmo dal pubblico “costringendo” le sale cinematografiche di Tehran a proiettare l’ultimo spettacolo alle 2 di notte e il primo alle 6 di mattina, per permettere a tutti i cittadini della capitale di assistere alle proiezioni.

Fig. 4 – Ragazze iraniane in attesa di assistere a uno spettacolo cinematografico

Anche i due protagonisti del film, Taraneh Alidoosti e Shahab Hosseini, sono molto popolari in Iran: oltre ad aver già recitato in altri film diretti da Farhadi (tra gli altri in About Elly, 2009) lo scorso inverno hanno tenuto milioni di famiglie iraniane incollate al piccolo schermo con le ventotto puntate, andate in onda a cadenza settimanale, della serie Shahrzad ambientata nei primi anni Cinquanta a cavallo del colpo di stato che ha portato al rovesciamento del Governo del Primo Ministro Mossadeq (1953). La serie è stata seguita e apprezzata anche dagli iraniani della diaspora residenti in tutto il mondo, circa due milioni di individui concentrati principalmente tra Canada e Stati Uniti, che, come in Iran, sono ora in fermento per l’uscita della seconda attesissima stagione.

Alice Miggiano

Un chicco in più

The Salesman, già vincitore del Prix du scénario e del Prix d’interprétation masculine al Festival di Cannes 2016, è stato recentemente candidato al premio Oscar come Migliore Film Straniero, riconoscimento già ottenuto dal regista Farhadi nel 2012 con il film Una Separazione.

The Salesman è stato proiettato in anteprima in Italia, in lingua originale e con sottotitoli in inglese e in italiano (questi ultimi curati dall’attore Babak Karimi, che nel film interpreta il ruolo di Babak) nel corso della serata di apertura della diciassettesima edizione di Asiatica Film Mediale – Festival del Cinema Asiatico lo scorso 17 settembre nella suggestiva cornice del Teatro Argentina di Roma.

Foto di copertina di s1ingshot Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

0 comments