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L’economia russa, tra crisi energetica e sanzioni

Per comprendere in profondità la crisi economica che ha colpito la Russia a partire dal 2014, è necessario fare anche (e soprattutto) riferimento al cambiamento del suo ruolo nello scacchiere internazionale negli ultimi anni

CRIMEA E SANZIONI Una delle cause che hanno portato alla recessione è stata infatti, e continua ad essere, l’imposizione di sanzioni economiche da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti in risposta all’annessione della Crimea nei primi mesi del 2014. Oltre all’applicazione di una serie di misure diplomatiche punitive (come l’esclusione della Russia dal G8 e la cancellazione di summit regolari tra l’UE e la Russia), l’embargo economico che ne è seguito ha portato infatti ad una restrizione dell’economia russa e ad un aumento del prezzo degli alimentari, nonché ad una forte svalutazione del rublo rispetto al dollaro (per una perdita di più del 50% del suo valore). Pesanti sanzioni sono state applicate sugli stessi territori della Crimea e della città federale di Sebastopoli, come l’importo di beni commerciali dai territori in questione. Le sanzioni, rinnovate periodicamente ogni sei mesi, stanno però diventando oggetto di dibattito, dato che alcuni paesi dell’UE, maggiormente dipendenti dalle risorse energetiche russe e dalle esportazioni di beni richiesti da Mosca, cominciano ad avere dubbi in proposito: se da una parte la Germania e i Paesi baltici mantengono la linea dura, dall’altra paesi come Italia, Francia e Slovacchia cominciano a considerare l’applicazione di sanzioni una costosa distrazione, mentre la Gran Bretagna, intransigente sulla questione, è sempre meno importante nella diplomazia europea. Una svolta alla situazione sarà data dall’esito delle prossime elezioni presidenziali americane: l‘inatteso successo di Donald Trump potrebbe portare ad un rilassamento delle relazioni tra le due fazioni. Ad ogni modo, le sanzioni internazionali hanno avuto un impatto complessivo sull’economia russa minore rispetto a quello percepito dall’opinione pubblica. Il principale problema del Paese, infatti, è di ben altra natura.

Fig. 1 – Dimostrazione pro-russa in Crimea

CRISI PETROLIFERA  La seconda (e principale) causa alla base della recessione russa è infatti la crisi petrolifera mondiale che ha colpito profondamente tutti i Paesi la cui economia è fortemente dipendente dalle esportazioni di risorse petrolifere, come Russia e Venezuela. Nel caso russo, per esempio, si può osservare come il PIL dipenda inesorabilmente dal prezzo del petrolio sui mercati internazionali. La crisi, in combinazione con le conseguenze portate dall’embargo occidentale, è risultata nel 2015 in un crollo del pil del 3,7%, nonché in un calo del 10% delle vendite al dettaglio e in una riduzione degli investimenti di capitali dell’8,4%. Diverse industrie automobilistiche che avevano investito in Russia in seguito al boom economico dei primi anni 2000 hanno dovuto fare i conti con una recessione che ha fatto sprofondare il mercato: le vendite del 2015 sono infatti scese del 36% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, le principali figure politiche del Paese tardano ad agire, colte di sorpresa dal doppio impatto delle sanzioni e della crisi, e nonostante l’approvazione per il presidente Putin rimanga a livelli eccezionalmente alti (ben oltre l’80%), si stanno cominciando a manifestare proteste dirette ad altre figure politiche. La gestione dell’economia da parte del governo di Putin nel decennio precedente è stata quindi spesso messa in discussione dagli osservatori internazionali: se da una parte i suoi governi sono stati criticati per non aver preparato la Russia diversificando l’economia, dall’altra è stato fatto notare che, negli anni di forte crescita e surplus economico, lo Stato ha accumulato ingenti riserve finanziarie che le hanno permesso di assorbire (in parte) l’impatto della recessione. Ciononostante, la natura della presente crisi petrolifera è profondamente diversa rispetto a quella derivata dalla crisi economica del 2008-2009: se i prezzi delle risorse energetiche dovessero restare al livello attuale per anni (o decenni), ne conseguirebbe un lungo periodo di difficoltà per il quale il Paese non è economicamente preparato.

L’INTERVENTO IN SIRIA – La situazione economica russa si intreccia con le sue scelte di politica estera, e in particolare aiuta a comprendere le azioni russe nell’intervento militare in Siria. Va detto che, diplomaticamente, l’intervento russo è stato un successo: evitando la caduta di Assad, la Russia si è riposizionata come una pedina fondamentale negli equilibri internazionali, specialmente per quanto riguarda il Medio Oriente, dimostrando inoltre come sia migliorata la preparazione dell’esercito russo. Rispetto all’intervento in Ucraina, che la popolazione russa vede come una sorta di “nazione gemella”, l’intervento in Siria ha avuto una natura differente. I russi non sembrano infatti particolarmente interessati alle dinamiche della regione, ma l’intervento del governo ha rafforzato l’immagine di una Russia come grande potenza, distraendo quindi, almeno in parte, l’attenzione dalle difficoltà interne. Non a caso, la percentuale di approvazione per il Presidente (storicamente alta) è salita oltre il 90% subito dopo l’arrivo delle truppe in Siria. Ciononostante, l’influenza russa nella zona non si può paragonare al passato: l’intervento russo è stato infatti limitato per necessità, a causa delle difficoltà economiche interne che non avrebbero permesso alla Russia di investire eccessivamente.

Fig. 2 – Un attacco aereo russo colpisce una zona residenziale di Aleppo 

CONCLUSIONE – Per capire la situazione economica russa, dunque, è necessario comprendere il suo ruolo e, più in generale, gli eventi nello scenario internazionale. Da una parte l’intervento militare in Crimea (e le conseguenti sanzioni occidentali) dipende direttamente da una scelta geopolitica del governo, che poteva ampiamente prevedere la reazione occidentale ed era quindi preparato a sostenere le inevitabili difficoltà che ne sarebbero derivate. Dall’altra, il crollo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali (evidentemente al di fuori del controllo russo) ha indotto un’ulteriore shock all’economia russa per la quale il governo non era preparato, e segnala le inerenti difficoltà di un’economia non diversificata. Nonostante le significative riserve finanziarie accumulate nello scorso decennio, una situazione di questo tipo rimane insostenibile nel lungo periodo: saranno fondamentali, quindi, gli effetti delle future riforme strutturali, considerate ormai inevitabili e finora rinviate perché ritenute impopolari (ad esempio, tagli alle pensioni o all’industria militare) L’esito delle elezioni americane, invece, inciderà molto sulla politica estera (e quindi, indirettamente, anche sull’economia):il successo di Trump, che ha più volte manifestato la sua ammirazione per il Presidente russo, potrebbe portare ad un riequilibrio degli equilibri geopolitici in favore della russia, in particolare per quanto riguarda la questione della Crimea.

Michele Boaretto

Un chicco in più

  • Negli ultimi mesi, la tensione tra Russia e Occidente (e in particolare con gli Stati Uniti) ha portato ad episodi con conseguenze difficili da prevedere, come l’hackeraggio dell’account e-mail del DNC (il comitato nazionale del Partito Democratico Statunitense).
  • La riorganizzazione degli apparati di sicurezza recentemente pianificata dal governo russo, che porterebbe di fatto alla rinascita del KGB, è stata vista dagli opinionisti internazionali come una mossa dovuta al timore di future proteste popolari (dovute alla sopracitate riforme).

 

Foto di copertina di loriszecchinato Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

 

2 comments
Paoluccio Anafesto
Paoluccio Anafesto

Che l'articolo sia un po' di parte?  Da quel che so, interventi militari russi in Ucraina e in Crimea non ce ne sono stati; la Crimea ha scelto democraticamente di ritornare in seno alla Russia dopo che era stata data in amministrazione all'Ucraina da Kruscev, il Donbass non ha accettato il golpe eterodiretto e ha scelto per la secessione (nel Kosovo va bene, in Donbass no?), probabilmente se rientra il governo legittimo può pensare di rivedere la sua posizione mantenedo determinate autonomie, ma non sarà più come prima.  

Una domanda che ci si dovrebbe porre è quanto l'intervento in Siria possa aver aiutato l'industria militare russa nell'esportazione dei suoi sitemi d'arma, probabilmente copriranno abbondantemente le spese e i sistemi d'arma, testati sul campo, saranno quindi garantiti.

Una nazione di 140 milioni di persone con un'estensione quasi doppia degli USA e piena di risorse, non dovrebbe avere troppi problemi a superare delle stupide e autolesionistiche sanzioni, tanto più che si è aperta al mercato asiatico (oltre il 50% della popolazione mondiale), per di più stanno alacremente lavorando per diventare autonomi e autarchici all'occorrenza.

Sicuramente avrebbero preferito continuare come prima del 2014, ma era palese che l'impero in declino avrebbe cercato di stoppare tutti gli attori dei poli emergenti, la Russia, meglio armata, per prima.

Ora alla Russia resta solo riaggiustare l'economia ai nuovi mercati emergenti e sempre più svincolati dal Washington consensum, ci saranno un po' meno Mercedes, Porsche, diavolerie varie del consumismo nei primi periodi o fino a quando la Cina non comprerà suddette fabbriche, poi la produzione interna e gli scambi con l'Asia riequilibreranno le cose.

Ho la strana impressione che le sanzioni occidentali si riveleranno col tempo estremamente masochiste e cadranno da sole quando oramai sara troppo tardi.

Michela Matrella
Michela Matrella

molto interessante....perche' in effetti.. spesso ci interessiamo dei problemi interni alla nostra Nazione , è piu' che giusto,ma informarsi su cio' che avviene nel resto del Mondo puo' aiutarci a capire di piu' del perche' si creano certe problematiche nel nostro Paese....almeno questo è quello che penso io.....