contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - Il “controrivoluzionario” Orban sfida l’UE

Il “controrivoluzionario” Orban sfida l’UE

Il referendum ungherese del 2 ottobre ha poco a che vedere con l’immigrazione e molto invece con l’assetto istituzionale e giuridico europeo. La sfida del premier ungherese e dei suoi colleghi dell’Est mette infatti a rischio la sopravvivenza dell’Unione nel suo attuale formato. La controrivoluzione culturale invocata da Orban è iniziata?

IL VOTO – Nessuno nutriva dubbi su quale sarebbe stato il risultato del referendum che il 2 ottobre ha chiamato alle urne gli elettori ungheresi. La formulazione del quesito rispecchiava l’opinione di chi l’aveva scritto: “Volete o no che l’UE possa obbligarci ad accogliere in Ungheria, senza l’autorizzazione del Parlamento ungherese, il ricollocamento forzato di cittadini non ungheresi?”. La risposta era scontata. E infatti i no hanno stravinto, con il 98% dei suffragi. L’unica incertezza era sull’affluenza. E proprio qui è venuta l’unica sorpresa. Al voto si sono recati soltanto il 43% degli elettori, mancando il quorum del 50%+1, necessario a rendere il referendum valido. Ma questi “dettagli” giuridici non sembrano importare molto al promotore del voto, il premier ungherese ultraconservatore Viktor Orban, che ha già annunciato l’intenzione del suo Governo di ritenere il referendum vincolante. La consultazione popolare serve infatti a Orban per aumentare il consenso interno e rafforzare la sua posizione in Europa. Visti i suoi trascorsi risulta difficile credere che il premier ungherese cambi rotta. E con lui i suoi alleati europei.

Fig.1 – Il premier ungherese Viktor Orban

L’OGGETTO DEL CONTENDERE– La decisione di fissare questo referendum era stata presa da Orban lo scorso febbraio, ma era nell’aria almeno dal Consiglio Europeo del settembre 2015, durante il quale i Paesi dell’Est – tra i quali l’Ungheria – erano stati messi in minoranza nella votazione sull’approvazione delle misure che introducevano il sistema delle quote nella gestione dell’immigrazione. In quel periodo, infatti, l’eccezionale flusso di profughi (almeno un milione di persone) che aveva investito la Grecia e, in minor misura, l’Italia aveva sostanzialmente reso inapplicabile il Trattato di Dublino nella parte in cui prevede che le domande d’asilo devono essere esaminate dal primo Paese UE in cui è approdato il presunto rifugiato. Il sistema delle quote, fortemente voluto dal nostro Paese e dalla Germania, permetteva un più razionale ed equo smistamento di 160mila richiedenti asilo nei singoli Paesi dell’Unione. All’Ungheria ne sarebbero spettati circa 1300. Non certo un’invasione, insomma. Ma questo non aveva placato il disappunto dei Paesi dell’Europa orientale, che, dopo aver passato la seconda metà del XX secolo all’ombra di Mosca, non avevano affatto intenzione di sacrificare la loro ritrovata sovranità nazionale. Orban, da scaltro politico, ha semplicemente colto questo stato d’animo diffuso tra i suoi connazionali (e non solo) e se ne è fatto portavoce, ma con un obiettivo differente e sempre meno nascosto: imporre nel continente la sua diversa idea di Europa, nella quale l’elemento sovranazionale incarnato da Commissione e Parlamento UE si attenua fin quasi a scomparire. La questione migranti viene da lui meramente ritenuta come il miglior strumento per raggiungere questo obiettivo. Il referendum ungherese infatti, a prescindere dal risultato, rischia di diventare un precedente importante nell’UE. L’oggetto della consultazione era infatti una decisione valida e vincolante presa dalle istituzioni europee. Il fatto di voler contrastare una valida decisione presa a livello europeo con un voto nazionale mina i principi giuridici alla base dell’Unione e fornisce un precedente potenzialmente utile in futuro a quegli Stati UE che si abbiano motivo di opporsi ad una deliberazione collettiva. In questo modo ogni Paese membro sceglierebbe in pratica quali norme dell’Unione adottare, con il rischio però di balcanizzare il diritto europeo e potenzialmente la stessa UE.

IL QUADRO INTERNO – Dal ritorno al potere nel 2010, Viktor Orban ha progressivamente minato lo Stato di diritto in Ungheria grazie all’ampia maggioranza parlamentare del suo partito, il Fidesz (Alleanza Civica Ungherese), che gli ha permesso di cambiare la Costituzione. La nuova vittoria elettorale dell’aprile 2014 ha ulteriormente inasprito la sua azione di Governo, nell’indifferenza/ignavia dell’Unione Europea. Alla fine del luglio di quell’anno, in un famoso discorso destinato a diventare l’emblema del suo manifesto politico, dichiarò che il modello di democrazia liberale europeo aveva fallito perché economicamente inefficiente e che intendeva trasformare l’Ungheria in una “democrazia illiberale” (sic!), prendendo ad esempio Paesi come Russia, Turchia e Cina. Obiettivo riuscito, pare. L’opposizione democratica infatti è annichilita e fatica a riscuotere consenso nelle aree rurali. L’unica alternativa al premier sembra essere Jobbik, movimento apertamente neonazista e antisemita, in crescita nei sondaggi. Proprio per contrastare un avversario addirittura più a destra di lui Orban ha deciso di assumere una linea ancora più ostile all’Europa e all’immigrazione. La decisione, presa allo scoppio della crisi migratoria nell’estate 2015, di costruire un muro alla frontiera con la Serbia lo ha inserito nel pantheon delle destre radicali europee e ha fatto di lui un potenziale leader del variegato schieramento politico che a livello continentale si appella al mito della sovranità popolare e nazionale per contrastare l’UE e la Germania.

Fig.2 – Il muro al confine tra Serbia e Ungheria

LA RIVOLTA DELL’EST – La posizione ungherese, per quanto estrema, non è affatto isolata. Dall’inizio della crisi dei rifugiati, infatti, i quattro Paesi centro-orientali del Gruppo di Visegrad (vedi il chicco in più) hanno assunto una posizione sempre più critica nei confronti dell’immigrazione e dell’UE. Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia si sono infatti progressivamente allineate all’Ungheria, pur con alcune riserve da parte di Praga e Bratislava. Non sembrano invece esserci dubbi sull’alleanza tra Budapest e Varsavia, dove governa un partito dichiaratamente simpatizzante del “modello ungherese”. L’influente leader polacco Jaroslaw Kaczynski e Orban si sono incontrati poche settimane fa a Krynica, nel sud della Polonia. In quell’occasione hanno tra l’altro invocato una “controrivoluzione culturale” europea diretta in sostanza a svuotare di poteri la Commissione Europea e a costruire un’Europa delle Nazioni. Sostanzialmente un cambiamento radicale dell’assetto istituzionale dell’Unione. Il referendum di Orban sembra essere solo il primo significativo passo di questo progetto. D’altronde il premier ungherese e i suoi “compagni di merende” sanno benissimo che nessuno si sognerà di contrastarli seriamente fino a quando non si sarà concluso il ciclo elettorale che coinvolge la Francia e, soprattutto, la Germania. Fino a quel momento, vale a dire la fine del 2017, nessun leader europeo vuole aprire spaccature e mostrare il fianco agli avversari interni. Tanto meno la cancelliera tedesca Angela Merkel, che proprio sulla questione dell’immigrazione rischia di perdere il consenso della propria opinione pubblica interna. La potenziale fronda orientale, più ancora di quella euro-mediterranea, inquieta Berlino, preoccupata all’idea di vedere la Mitteleuropa, su cui aveva tanto puntato politicamente ed economicamente, scivolare nel nazionalismo e nel risentimento antitedesco.

L’UE, L’IMMIGRAZIONE E L’ITALIA – Poco più di un anno fa la posizione di Orban sull’immigrazione era sostanzialmente isolata nel panorama politico europeo. Oggi sembra quella dominante, anche se molti leader europei si vergognano ad ammetterlo. Il sistema della quote è già defunto, visto che dei 160mila richiedenti asilo in Italia e Grecia, numero già di per sé non eccezionale, ne sono stati ricollocati meno di 5000. Un fallimento eclatante ma per niente imprevedibile. E la colpa non può essere solo dell’Ungheria o dei Paesi dell’Est. Quasi nessun Paese UE infatti ha fatto la propria parte, con ciò adottando nei fatti, se non a parole, l’atteggiamento del tanto vituperato Orban. Di questa realtà ha dovuto prendere atto anche colui che era stato uno dei principali artefici del progetto, il Presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker. Poche settimane fa Juncker ha infatti affermato che «la solidarietà viene dal cuore e non può essere imposta». Peccato solo che qui non si tratti di buoni sentimenti, ma di un patto in un settore chiave, sulla cui tenuta l’UE ha scommesso non poca della sua residua credibililità. In tutto questo ovviamente Roma e Atene rischiano di trovarsi con il cerino in mano. Motivo in più perché il nostro Paese cerchi di evitare, per quanto possibile, di farsi trascinare in sterili polemiche o in un ridicolo unilateralismo e si metta alla ricerca di alleati per gestire a livello europeo un problema strutturale e di lungo periodo come quello dell’immigrazione a cui l’Italia semplicemente non può sfuggire, complice la sua peculiare posizione geografica. Magari tenendo bene a mente che, almeno per quanto riguarda i migranti, l’avversario del nostro Paese non è Angela Merkel.

Fig.3 – Il Presidente della Commissione UE Jean-Clude Juncker

Davide Lorenzini

Un chicco in più

Il Gruppo di Visegrad prende il nome dal summit che si svolse il 15 febbraio 1991 nell’omonima città ungherese tra i Capi di Stato e di Governo di Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia. I tre Stati divennero quattro a partire dal 1993, a seguito della divisione consensuale della Slovacchia da quella che diventerà la Repubblica ceca. L’obiettivo del vertice era (paradossalmente, potremmo dire oggi) quello di superare rapidamente il disorientamento dovuto allo sfaldamento del dominio sovietico in Europa orientale e puntare ad un rapido ingresso nell’Unione Europea, visto come il coronamento di un cammino volto a superare cinquant’anni di “socialismo reale” e sovranità limitata. Anche dopo l’ingresso dei quattro nell’UE, avvenuto nel 2004, la cooperazione tra i V4 proseguì e si approfondì. Dall’inizio della crisi migratoria dell’estate 2015 il Paesi del Gruppo di Visegrad sono diventati sempre più ostili alle politiche UE sull’immigrazione.

Foto di copertina di Moyan_Brenn Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

1 comments