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Un referendum per il “Sultanato” azero?

Il referendum del 25 settembre ha confermato quanto ci si aspettava. Con una esorbitante maggioranza del 88,9%, il popolo azero ha infatti dato il nulla osta ad una riforma che cambierà profondamente la Costituzione del Paese. La già fragile democrazia di Baku ora traballa più che mai. Ma cosa prevede questa riforma? E quali sono state le motivazioni che hanno spinto l’esecutivo azero a una simile iniziativa?

IL REFERENDUM DEL 25 SETTEMBRE  Il 25 settembre il popolo azero è stato chiamato alle urne per decidere se concedere o meno il nulla osta a 29 emendamenti costituzionali. Con una maggioranza schiacciante del 88,9 % si è deciso per l’approvazione e, una volta che i risultati saranno confermati in via definitiva, la Costituzione azera verrà modificata. Per l’ennesima volta. L’opposizione del Paese, denunciando brogli e campagne intimidatorie da parte del Governo, si è rifiutata in blocco di partecipare alla campagna per il “NO”. Igbal Agazade, capo del Partito Speranza, aveva denunciato che con questa riforma la figura del Presidente avrebbe acquisito troppo potere a discapito delle altre istituzioni. Le due figure più importanti del Partito Alternativa Repubblicana, Natig Jafarli e Ilgar Mammadov, sono in carcere. Anche molti membri della ong N!DA, che si battevano per il “NO”, sono reclusi in prigione da alcuni mesi.

Fig. 1 – Marcia di protesta a Baku contro il referendum del 25 settembre 

Safa Mirzayev, Presidente del Parlamento azero, membro del partito al potere Nuovo Azerbaijan, ha risposto che questa riforma è assolutamente necessaria. Sono troppe le sfide che il Paese deve affrontare ed esse richiedono un Governo forte e che non abbia problemi “temporali” di mandato nel risolverli.  A sostegno del “NO” referendario è arrivata anche una lettera del Congresso degli Stati Uniti d’America che invitava il Presidente Ilham Aliyev a desistere da questa riforma costituzionale definendola smaccatamente autoritaria e oligarchica.

LE NOVITÀ DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE  Tralasciando le modifiche di ordine esclusivamente stilistico, vediamo quali sono state le modifiche e i nuovi articoli che hanno suscitato le critiche più vibranti. L’art. 29 della Costituzione – a riguardo del diritto di proprietà – vede l’inserimento dei comma V e VI. Con questi due commi si precisa che la proprietà privata è causa di responsabilità sociale e che quindi è regolata dalla legge, al fine di garantire equità sociale e il pieno sfruttamento delle terre. In molti vedono in questi due commi il rischio che lo Stato si conferisca il diritto di espropriare i proprietari legittimi dei loro appezzamenti per “ragion di Stato”. Con le modifiche degli artt. 47 e 49 sembrano subire un forte colpo anche quelle leggi che tutelavano la libertà di parola, di pensiero e di riunione. Riguardo all’art. 47, come nuovo parametro che può portare al divieto del diritto di parola e pensiero viene menzionato ora qualsiasi motivo che possa recare ostilità e disordine. Definizione alquanto aleatoria se si considera la già scarsa libertà di cui i cittadini godevano prima del referendum. Altrettanto minacciosa appare la riforma dell’art. 49 che circoscrive il diritto di riunione in luogo pubblico, consentendo solo quelle manifestazioni che non mettono in pericolo l’ordine sociale e la morale pubblica.

Fig. 2 – Il Presidente in carica Ilham Aliyev vota durante il referendum per l’approvazione dei nuovi emendamenti costituzionali, 25 settembre 2016

Ancora più controversi e destabilizzanti per la fragile democrazia azera sono state le modifiche apportate agli artt. 100 e 105 e l’emanazione degli artt. 98, 103 e 110. Nello specifico adesso, approvata questa riforma costituzionale, il Presidente acquista più poteri per una durata di tempo più lunga. Il mandato presidenziale avrà da ora una durata di 7 anni, contro i 5 previsti in precedenza. Potrà disporre del potere di sciogliere il Parlamento se esso, per due volte consecutive nell’arco di un anno, si rifiuterà di avallare la nomina presidenziale di alcune cariche statali, o se sarà reputato “inabile” a conseguire i compiti per il quale è stato eletto. L’ art. 98  è in netta collisione con l’ancora vigente art. 7 che sancisce la divisione dei poteri all’interno della Repubblica azera, e il Milli Majilis vede i suoi poteri quasi del tutto dissolti a favore della figura istituzionale del Presidente. Inoltre si è provveduto, con l’art. 103, all’istituzione di una nuova carica, il Vice-Presidente. Esso, che sarà eletto direttamente dal Presidente in carica, senza alcuna consultazione o consenso postumo, sarà – come suggerisce il nome stesso della carica – il secondo in capo di tutto l’esecutivo azero. In caso di dimissioni o di morte del Presidente, assumerà la direzione dell’esecutivo fino alle nuove elezioni. La nuova carica avrà la possibilità di firmare trattati e accordi nazionali e internazionali per delega presidenziale. Inoltre, non potrà essere oggetto di indagine da parte della procura se non dopo autorizzazione del Procuratore generale della Repubblica, che a sua volta è nominato dal Presidente. Per l’elezione di questa figura gli unici requisiti richiesti sono la cittadinanza azera, che si acquista ai 18 anni, la permanenza sul suolo azero per dieci anni consecutivi e una laurea. Grazie all’abbattimento dell’eta minima per essere eletti, passata da 25 a 18 anni, la paura dei dissidenti è che il più papabile a ricevere il titolo di Vice-Presidente sia non altri che il figlio diciannovenne del Presidente in carica, Heydar Aliyev. Questa serie di provvedimenti trasformano de facto la Repubblica azera e danno una forte spallata al Parlamento e alla Costituzione stessa, rendendo l’Azerbaijan simile a un “Sultanato” guidato dalla “dinastia” degli Aliyev.

PERCHÉ CAMBIARE (E PERCHÉ ORA) – Partendo dalla premessa che oramai in Azerbaijan modificare la Costituzione è divenuta una pratica abitudinaria da parte dell’esecutivo, ha comunque suscitato scalpore l’urgenza e la velocità con il quale il Governo di Baku ha prima disposto e poi attuato questo ennesimo rinnovamento. Infatti questo referendum costituzionale è già il terzo nell’arco di quattordici anni e segue quelli del 2002 e del 2009. Chiaramente anche nei due referendum precedenti si votò al fine di conferire sempre più poteri al Presidente, soprattutto in quello del 2009 che estese il numero di mandati consecutivi ottenibili da due a tre. Come accennato nel primo paragrafo, il contesto geopolitico e la situazione economica del Paese hanno in qualche modo spinto l’esecutivo a prendersi ancora più potere a discapito del Parlamento, annullando di fatto la diarchia di poteri che reggeva il Paese sin dalla sua indipendenza nel 1991.

Fig. 3 – Incontro a Baku tra il Presidente azero Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdoğan, aprile 2016

Il boom economico del Paese ormai è solo un vago ricordo e la crisi che ha investito il mercato delle materie prime ha colpito duramente l’economia azera, che si basava soprattutto sull’estrazione e sull’esportazione dei suoi ricchi giacimenti di gas. L’economia azera in questi ultimi anni sta cercando di diversificare la sua struttura, ma per attuare il necessario programma di riforme ci vorrà del tempo e per vederne i primi risultati bisognerà aspettare ancora di più. Inoltre, il conflitto con l’Armenia nel Nagorno-Karabakh, latente per molto tempo, ha ripreso vigore negli ultimi mesi. A causa di questo il Paese sta portando avanti un forte programma di riarmo del suo Esercito e non disdegna di comprare forniture militari sia dalla Russia che da Israele, entrambi all’avanguardia nell’uso bellico dei droni. Ma ciò che ha portato a una decisa accelerazione nello smantellamento della democrazia azera sono stati il tentato golpe in Turchia e la caotica situazione nel Medio Oriente. Non è un caso che la proposta definitiva sul referendum sia giunta a pochi giorni dal ritorno al potere di Erdogan dopo il fallimento del putsch militare. Sembra che Aliyev con questa riforma si sia voluto mettere al riparo sia dall’ala più militarizzata della sua cerchia ristretta, che spinge anche per una risoluzione bellica nel Nagorno-Karabakh, che da quella più teologica e parlamentare, tra i cui membri risiedono anche diversi appartenenti a Hizmet, il gruppo di Fethullah Gulen. Infine non bisogna dimenticare che anche l’Azerbaijan, presto o tardi, dovrà far fronte al probabile riaccendersi del jihadismo nel Caucaso, quando il conflitto nel Siraq terminerà. In un Paese a forte maggioranza sciita un problema da non sottovalutare assolutamente. Il popolo, comunque sia, al netto dei brogli e di una campagna che al “NO” ha lasciato spazio zero, sembra essere convinto che l’establishment – o dinastia – che li ha guidati negli anni del boom economico possa ancora una volta risollevare il Paese.

Valerio Mazzoni

Un chicco in più

Quando in Turchia sono partite le prime epurazioni contro Hizmet, si è verificata quasi di concerto una massiccia ondata di arresti anche in Azerbaijian. Inoltre 13 scuole superiori e 11 istituti giovanili appartenenti al gruppo guidato da Gulen sono state chiuse, e la Caucasus University, gestita sempre dal gruppo, ora è passata sotto il controllo della SOCAR, l’azienda nazionale petrolifera.

Foto di copertina di Dan Nevill Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-NoDerivs License

 

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