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Le Filippine sotto Duterte (I): la guerra alla droga

Personaggio eccentrico e controverso, Rodrigo Duterte è salito alla ribalta internazionale per le sue recenti frasi ad effetto rivolte al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Il neo-Presidente delle Filippine sta portando avanti una guerra senza quartiere contro spacciatori e consumatori di droga che ha finora conseguito risultati significativi, seppur contrastanti.

UNA GUERRA NON CONVENZIONALE – Nei sei anni di presidenza di Benigno Aquino III (2010-2016), le Filippine si sono distinte nel contesto asiatico per i risultati macroeconomici esaltanti che, uniti al graduale consolidamento del sistema democratico, hanno favorito un periodo relativamente breve di stabilità politica e sviluppo economico. Tuttavia il 30 giugno di quest’anno un nuovo inquilino si è insediato a Palazzo Malacañang, meno compassato del Capo di Stato uscente e fortemente determinato ad apportare cambiamenti radicali alla politica nazionale. Rodrigo Duterte, eccentrico settantenne con una grande esperienza di amministratore locale alle spalle, ha basato gran parte della propria campagna elettorale sulla lotta alla droga, una piaga che attanaglia ormai da lungo tempo il Paese del Sud-est asiatico. Decine di gang criminali locali smerciano infatti ogni anno metanfetamina e cannabis negli oltre 40mila barangay (distretti) sparsi su tutto il territorio dell’arcipelago, entrambe vendute ad una cifra che oscilla tra i 150 ed i 15mila pesos al grammo (tra i 3 ed i 300 dollari). In occasione del suo discorso di insediamento, Duterte si è apprestato a dichiarare una vera e propria guerra tesa ad annientare il sistema di produzione e di spaccio delle sostanze stupefacenti. Una guerra aggressiva, rivolta non solo contro i presunti produttori e spacciatori, ma anche gli agenti di polizia e amministratori locali ritenuti collusi con le organizzazioni del narcotraffico. Alle operazioni congiunte di contrasto alla droga vi partecipano la Polizia nazionale filippina (PNP), la Philippine Drug Enforcement Agency (PDEA) e squadroni di vigilantes privati riconosciuti dall’autorità statale. Per la verità, l’impiego di questi ultimi all’interno della strategia di lotta al narcotraffico ha scatenato reazioni contrastanti nel Paese. Da una parte, vi sono gli strenui sostenitori del Presidente che ritengono che l’esperienza degli “squadroni della morte” a Davao City ai tempi in cui Duterte è stato sindaco (dal 1988 al 2016, con un breve intermezzo al Parlamento nazionale) abbia nel complesso raggiunto ottimi risultati, riuscendo a ripulire la città dell’isola di Mindanao dalla corruzione e da una diffusa percezione di illegalità. Dall’altra parte, invece, c’è chi continua a criticare quell’esperienza in quanto si pensa abbia permesso alle death squad di seminare terrore nei quartieri più poveri della città, facendo uso di metodi cruenti e poco ortodossi rispetto ai mezzi convenzionali utilizzati dalla polizia nazionale. Ad oggi, il totale delle vittime delle cosiddette extrajudicial killings per mano delle death squad ha superato quota 2000, che vanno ad aggiungersi ai 1239 morti uccisi nel corso delle operazioni della polizia e della PDEA. La guerra di Duterte ha finora lasciato sul campo oltre 3000 persone tra presunti spacciatori e consumatori di sostanze stupefacenti. Mostrandosi più determinato che mai nel raggiungere l’obiettivo che gli è valso l’elezione, il Presidente si è spinto oltre sollecitando i comuni cittadini ad impugnare un’arma e ad aprire il fuoco contro gli individui anche solo sospettati di avere dei legami con il mondo della droga. A tal fine, si è impegnato a fregiare personalmente di una medaglia chiunque collabori con le autorità e partecipi in maniera attiva alle operazioni di contrasto alla droga. La retorica populista e una buona dose di fermezza nei confronti della malavita gli sono valsi il nome di “Ang Punisher”, “Il giustiziere”.

Fig. 1 – Il Presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, durante una cerimonia di premiazione a Palazzo Malacañang, settembre 2016

I COSTI DELLA DIPENDENZA – Nel primo semestre di quest’anno, la PDEA ha confiscato più di 2,5 miliardi di pesos (53,7 miliardi di dollari) in circa 120 operazioni anti-droga e fatto distruggere due importanti laboratori nelle province di Masbate (a nord delle Filippine) e Cagayan (al centro). Sono stati 16 gli agenti ed i militari periti nel corso delle operazioni, cifra molto lontana dalla media di 30 morti al giorno tra spacciatori e tossicodipendenti fatta registrare dall’inizio della campagna anti-narcos. Lo spaccio ed il consumo di droga è un problema pandemico che influenza lo stile di vita di centinaia di migliaia di persone e provoca effetti distorsivi nel sistema socio-economico dell’arcipelago. Le Filippine sono il più grande consumatore di droghe dell’intera Asia orientale, soprattutto di metanfetamina (shabu, in tagalog), la “cocaina dei poveri” importata dalla Cina e lavorata poi nei laboratori chimici illegali presenti nel paese. Secondo i dati forniti dall’agenzia governativa Dangerous Drugs Board (DDB), i consumatori effettivi della shabu sarebbero quasi due milioni. Duterte, al contrario, sostiene che la cifra fornita non sia veritiera giacchè il numero di filippini che fa un uso regolare di sostanze stupefacenti supera il tetto dei tre milioni. Per la verità, le rilevazioni statistiche più attendibili indicano che il numero di tossicodipendenti è progressivamente calato dal 2004, allorchè la cifra raggiunse il picco di 6 milioni di consumatori (di cannabis, in particolar modo), concentrati prevalentemente nelle zone rurali del paese. La PDEA ha stilato di recente il profilo di un consumatore-tipo di shabu: uomo di trent’anni, single, disoccupato e residente nella grande area metropolitana di Manila (il 43,9% dei detenuti proviene dalla capitale). Gli spacciatori arrestati dalle autorità di polizia sono in prevalenza donne (63%), sia perchè destano meno sospetti degli uomini, sia perchè si lasciano facilmente adescare dalle organizzazioni criminali attraverso i social network. Il Governo dispone tuttavia di una watch list contenente i nomi dei presunti spacciatori e produttori, stilata col contributo delle autorità locali e grazie alle informazioni fornite dai delatori. La vice-Presidente della Repubblica asiatica, Leni Robredo, avvocato di fama molto sensibile alle questioni relative alle politiche carcerarie, ha minimizzato i risultati della guerra alla droga, criticando il programma TokHang (contrazione in lingua locale delle parole bussa e chiedi) che ha permesso ad oltre 700mila tra spacciatori e tossicodipendenti di consegnarsi volontariamente alla polizia. Il ragionamento apposto dalla leader del Partido Liberal fa perno sul sovraffollamento delle carceri nazionali: la detenzione di ulteriori soggetti andrebbe ad intasare i centri correttivi, a danno della rieducazione dei carcerati stessi. Gran parte dei detenuti degli istituti penitenziari filippini – circa il 60% – ha avuto in qualche modo problemi con la droga. Il consumo di droghe ha effetti deleteri non solo sulla popolazione carceraria, ma anche sull’economia del paese. Per Manny Villar, imprenditore ed ex senatore, lo spaccio e l’abuso di sostanze stupefacenti rischia di frenare la crescita poiché buona parte delle risorse del bilancio statale dovrà essere utilizzata per finanziare la guerra al narcotraffico, a scapito naturalmente degli investimenti in infrastrutture e sviluppo. Allo stato attuale, il personale della PDEA è insufficiente per far fronte alle indagini e all’alta mole di lavoro, nonostante il Presidente Duterte abbia promesso maggiori investimenti nella lotta al crimine organizzato. Per parte sua, il Kongreso delle Filippine sta discutendo un disegno di legge (tra i firmatari compare anche l’ex pugile Manny Pacquiao) sulla reintroduzione della pena di morte per chiunque si macchi di reati legati al narcotraffico. La Costituzione del 1987 ha abolito la pena capitale per i reati considerati di non grave entità, essendo però prevista per i crimini ignominiosi fino alla modifica costituzionale del 2006. Qualora il progetto dovesse ottenere l’approvazione dal Parlamento, le Filippine andrebbero a rimpolpare la lista di Stati dell’Asia sud-orientale (Malesia, Indonesia, Singapore e Vietnam) che tuttora prevedono la forca per produttori, spacciatori e consumatori di droghe.

Fig. 2 – Sequestro di sostanze stupefacenti da parte della PDEA, luglio 2013

IL SINDACO E LA DAVAO DEATH SQUADA surriscaldare un clima politico già di per sé rovente, si aggiunge un’altra questione. Il Presidente Duterte ha confermato le voci che da tempo circolavano nel paese riguardanti il suo diretto coinvolgimento in 1700 omicidi all’epoca in cui è stato alla guida di Davao City. In particolare, l’accusa rivoltagli si basa sull’assunto secondo cui egli avesse fatto parte della c.d. Davao Death Squad (DDS), organizzazione paramilitare che ha seminato il panico per tre decenni nell’area che sorge attorno alla città più popolosa del Mindanao. La Commissione Giustizia e dei Diritti Umani del Senado, presieduta dalla senatrice Leila De Lima, ha predisposto un’inchiesta per far luce sui legami del Presidente Duterte con la DDS e indagare sulle morti sospette avvenute a Davao City tra il 2010 ed il 2015. La città guida tristemente la classifica delle metropoli più pericolose del Paese, davanti alla più densamente popolata Quezon City. Il testimone-chiave interpellato dalla Commissione è tale Edgar Matobato, membro della DDS e principale accusatore dell’ex sindaco, reo – a suo dire – di aver ordinato ai vertici della squadrone l’uccisione di rivali politici e esponenti di spicco della comunità musulmana cittadina. Stando sempre alle sue ultime dichiarazioni in audizione pubblica, Duterte avrebbe tentato di commissionare l’assassinio della senatrice De Lima, che nel 2009 aveva messo in piedi una task force con l’obiettivo di indagare sulle attività illecite dell’ex sindaco (720 casi irrisolti di omicidio che pendono ancora sulla bilancia). Accuse che il Presidente ha prontamente rispedito al mittente, accusando De Lima di “immoralità” e di collusione con i narcotrafficanti. A scanso di ulteriori polemiche, la senatrice in questione è stata rimpiazzata con un’altra figura più “neutrale” e c’è chi scommette che la commissione d’inchiesta finirà in un nulla di fatto. Rody Duterte è solito non utilizzare mezzi termini nelle sue frequenti apparizioni pubbliche: in riferimento ai corpi delle vittime della guerra alla droga, si è detto determinato a darli in pasto ai pesci nella Baia di Manila. Le sue esternazioni al limite del surreale hanno innescato numerose polemiche soprattutto all’estero. Samir Zafiri, responsabile per l’Asia-Pacifico dell’International Commission of Jurists, sostiene che esisterebbero le condizioni perchè Duterte possa essere processato dal Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini contro l’umanità commessi al di fuori di ogni quadro legale. I metodi utilizzati dai vigilantes privati sembrano riportare alla mente i tempi del dittatore Ferdinand Marcos, figura alla quale Duterte è spesso paragonato.

Fig. 3 – Edgar Matobato, ex membro della Davao Death Squad, testimonia davanti alla Commissione di inchiesta del Senato, settembre 2016

LE REAZIONI DALL’ESTERNO – “Non me ne importa nulla dei diritti umani, si tratta di una guerra e dobbiamo combatterla fino in fondo”. Questa è una delle tante dichiarazioni rilasciate da Duterte e che trova parecchi oppositori nella comunità internazionale. L’ONG Human Rights Watch ha chiesto ufficialmente l’apertura di un’inchiesta indipendente sotto l’egida delle Nazioni Unite (ONU) sulle extrajudicial killings, che accerti le effettive responsabilità del Presidente Duterte a Davao City. Agnes Callamard, Special Rapporteur dell’ONU sugli omicidi di presunti spacciatori e tossicodipendenti, si è spinta a dichiarare che nessun diretto responsabile sarà risparmiato dalla giustizia internazionale. In risposta a tale dichiarazione, Duterte ha minacciato di abbandonare l’organizzazione, salvo poi correggere il tiro nei giorni successivi. Messo alle strette anche dalla Conferenza episcopale filippina, il Presidente si è reso disponibile a far entrare nel Paese funzionari di Unione Europea (UE) e ONU col compito di condurre indagini più approfondite sui principali misfatti di questa guerra, in stretta collaborazione col Senato. Il Parlamento Europeo ha condannato all’unanimità le esecuzioni sommarie dei presunti colpevoli, spesso appartenenti alle classi più disagiate della società filippina, e ha esortato il Governo a porre fine alla mattanza che ogni settimana si ripresenta lungo le strade delle barangay. Da ultimo, ma non per questo meno energica, la reazione dell’amministrazione Obama ha posto l’enfasi sulla relazione speciale che da oltre un secolo lega entrambi i Paesi, uniti da fattori sia storici che strategici: nel 2014, per esempio, il Governo di Manila ha ricevuto da Washington i primi 66 milioni di dollari in aiuti militari previsti dall’Enhanced Defence Cooperation Agreement (EDCA), accordo di difesa che di fatto segna il ritorno delle truppe statunitensi nell’arcipelago, a distanza di 24 anni dalla chiusura delle installazioni militari. Nel discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato la scorsa settimana, Duterte ha annunciato di voler prorogare di sei mesi la sua campagna contro il narcotraffico. Tenendo conto della posta in gioco e dell’alto grado di difficoltà della sfida, è plausibile pensare che essa si concluderà solo tra sei anni, alla fine del suo mandato presidenziale.

Raimondo Neironi

Un chicco in più

Il Sud-est asiatico non è nuovo a questo genere di notizie. Già nel 2003 il Governo della Thailandia, guidato dall’allora Primo Ministro Thaksin Shinawatra (2001-2006), esperì una serrata lotta al narcotraffico tesa a debellare una volta per tutte la piaga della dipendenza da sostanze stupefacenti. Benchè avesse prodotto in via preliminare risultati degni di nota – 70mila morti, 320mila persone consegnatesi volontariamente alla polizia e più di 23 milioni di pillole di yaba (un mix di metanfetamina e caffeina) sequestrate dalle autorità – la guerra non ha impedito che il consumo di sostanze illegali aumentasse gradatamente. Tant’è che l’attuale Governo militare sta considerando di legalizzare almeno la metanfetamina e sostanze sintetiche consimili.

Foto di copertina di Dan Saavedra Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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