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La Space Mission Force e le strategie USA di Space Warfare

Miscela Strategica – Nato nel 1982, l’Air Force Space Command (AFSPC) è al comando di tutte le operazioni militari statunitensi che riguardano l’impiego degli asset satellitari nazionali. Con la creazione di una forza apposita, la Space Mission Force, l’AFSPC e il governo statunitense intraprendono il primo di una serie di passi per garantire la propria superiorità nell’ambito della space warfare.


SPAZIO, CAMPO DI BATTAGLIA – Nonostante non venga in mente di considerarlo tale, anche lo spazio oltre la Linea di Karman (il confine stabilito, ma non riconosciuto, tra atmosfera terrestre e spazio cosmico che si trova a 100 km oltre il livello del mare) rappresenta uno dei possibili campi di battaglia odierni e la sua rilevanza aumenterà notevolmente nei prossimi anni a venire.  Con il termine space warfare si intendono tutte le operazioni di combattimento che hanno luogo al di fuori dell’atmosfera terrestre che hanno come bersaglio principale le infrastrutture satellitari nemiche e che possono pertanto coinvolgere l’attacco di satelliti da terra (ground-to-space), oppure dallo spazio (space-to-space­). Di diverso genere e scopo (civile, commerciale, scientifico e militare), i satelliti orbitano a diverse altitudini, si spostano a diverse velocità attorno al nostro pianeta e sono degli strumenti tecnologici di importanza cruciale, se non ormai vitale, per il corretto funzionamento di uno stato e per le sue forze armate. Attualmente, sono presenti più di 1.400 satelliti operativi disposti su 4 diverse orbite (LEO, MEO, GEO e HEO) di cui circa 600 sono di proprietà statunitense. Russia e Cina ne controllano rispettivamente circa 130 e 180. Considerato il numero di attori che dispongono ormai degli strumenti e armamenti per condurre operazioni militari nello spazio, non è azzardato ipotizzare che potrebbe divenire un quarto campo di battaglia, assieme a quelli terrestri, navali e aerei in un eventuale conflitto futuro in cui le forze coinvolte cercherebbero di distruggere o rendere inagibili gli asset satellitari del nemico, proteggendo, al contempo, i propri.

Satelliti in orbita (al 30/6/2016)

Satelliti in orbita (al 30/6/2016)

  • Numero totale di satelliti operativi: 1419
  • USA: 576, Russia: 140, Cina:181
  • LEO: 780, MEO: 96, HEO: 37, GEO: 506
  • Satelliti USA: civili: 12, commerciali: 286, governativi: 132, militari: 146

Fig. 1 – Parte della rete radar francese GRAVES per il tracciamento di oggetti in orbita

L’ALBA DELLA SPACE WARFARE? – La “Corsa allo spazio”, la competizione scientifico-tecnologica che ha avuto luogo negli anni della Guerrra Fredda, ha visto come avversari gli Stati Uniti e l’URSS e ha avuto come obiettivo l’ottenimento della supremazia nel volo orbitale e nelle scienze missilistiche necessarie per permettere che ciò potesse essere realizzabile. Conclusasi con la vittoria degli Stati Uniti, sancita da raggiungimenti storici tra i quali spiccano in primis le missioni Apollo che hanno portato per la prima volta l’uomo su un altro corpo celeste, la “Corsa allo spazio” è stato un campo di battaglia “freddo”, senza vittime e senza che venisse portato nessun attacco diretto all’avversario. I continui sviluppi tecnologici nell’ambito delle industrie aerospaziali, missilistiche e degli armamenti a energia diretta (laser), l’emergenza di nuovi attori, statali e non, in grado di disporre ed impiegare con successo queste tecnologie, la competizione e le instabilità strategico-politico-militari internazionali potrebbero dare il via non di una “corsa”, ma ad un vero e proprio scontro per il predominio dello spazio oltre l’atmosfera terrestre. Proprio per questo motivo, gli Stati Uniti, che detengono ancora il primato assoluto in questo campo, hanno deciso di potenziare le proprie capabilities nel campo della Space Warfare creando all’inizio di quest’anno la Space Mission Force, un reparto speciale che sarà incluso all’interno della 50th Space Wing di base alla Schriever Air Force Base, in Colorado e che ricadrà sotto l’autorità dello Air Force Space Command (AFSPC). L’unità è composta da 352 uomini suddivisi in quattro squadroni e avrà il compito di monitorare e di impiegare gli asset satellitari militari statunitensi attualmente operativi e di addestrarsi ad intraprendere operazioni difensive e offensive in orbita. In particolare, ciò si tradurrà nel prepararsi ad affrontare le possibili minacce che verranno poste nei prossimi anni dalle forze militari di altri paesi. Prendendo in esame le capabilities di Space Warfare degli Stati che di dispongono della tecnologie per intraprendere azioni militari in orbita, la Space Mission Force dovrà essere in grado di svolgere e contrastare, per esempio, operazioni di jamming, finalizzate ad “accecare”, confondere o, addirittura, a prendere il controllo degli asset nemici. Altri due tecnologie alle quali la Space Mission Force dovrà far fronte e a sua volta probabilmente impiegare sono rappresentate dai missili anti-satellite e dalle armi ad energia diretta come i laser. Nonostante entrambe le piattaforme d’arma siano ancora in fase di perfezionamento, se dispiegate in massa e con successo, in particolar modo le armi laser, potrebbero rappresentare la chiave di volta per ottenere e garantire la superiorità militare nello spazio nel prossimo futuro.

Fig. 2 – Una delle piattaforme pensate per il lancio di missili anti-satellite è l’F-15 Eagle 

OTTENERE IL PREDOMINIO NELLO SPAZIO – La creazione della Space Mission Force rappresenta solamente una delle iniziative che il Ministero della Difesa statunitense sta intraprendendo per incrementare le proprie capacità offensive e difensive in campo spaziale. La scelta si inserisce infatti all’interno del range di obiettivi definiti all’interno della Space Portfolio Review (SPR), un documento redatto dal Dipartimento della Difesa statunitense in cui vengono delineate le priorità e le linee guida da seguire in ambito spaziale. L’ultima versione redatta nel 2014 prevede, per il quinquennio 2016-2020, un budget di circa 5 miliardi di dollari da destinare al rafforzamento delle capacità militari e d’intelligence nello spazio. A seguito però della necessità espressa da alcuni esponenti del panorama della difesa statunitense di un serio ripensamento delle strategie spaziali nazionali, il budget potrebbe però essere aumentato di 3 ulteriori miliardi di dollari. Tali fondi sarebbero infatti destinati a supporto del National Reconnaissance Office, il dipartimento incaricato della gestione e dell’utilizzo dei satelliti spia attualmente in orbita. Se queste risorse sono destinati ai prossimi cinque anni, in un’ottica, invece, di lungo periodo, tutti questi sviluppi faranno parte di un’iniziativa di più ampio respiro denominata “Space and Cyberspace Superiority 2030”. Seguendo le linee guida dettate dalla SPR, gli Stati Uniti dovranno puntare a rafforzare il proprio primato nello spazio tenendo conto dei potenziali “avversari”, tra cui figurano in primis Russia e Cina, che a loro volta stanno perseguendo obiettivi simili e che hanno entrambi raggiunto risultati di tutto rispetto per esempio, nel campo nei missili anti-satellite. Gli sforzi dello AFSPC si potrebbero quindi inserire in una nuova “corsa”, non tanto allo spazio, in quanto lo si è già raggiunto, ma alla sua militarizzazione.

Gli obiettivi che gli USA devono raggiungere per ottenere la superiorità militare nello spazio:

Gli obiettivi che gli USA devono raggiungere per ottenere la superiorità militare nello spazio:

  • Disporre di elevate capacità comando e controllo delle piattaforme dispiegate in orbita
  • Migliorare le proprie capacità operative spaziali il più velocemente possibile
  • Disporre di una situational awareness totale e in tempo reale di ciò che accade nello spazio
  • Sviluppare piattaforme in grado di riconoscere delle minacce e di rispondervi appropriatamente ed efficacemente

OTV (Orbital Test Vehicle) X-37. Velivolo senza pilota capace di volo orbitale a seguito di test a terra. VanderbergAFB (California), 2007. In a testing procedure, the X-37B Orbital Test Vehicle taxis on the flightline March 30, 2010, at the Astrotech facility in Titusville, FLa. (Courtesy photo)

Fig. 3 – OTV (Orbital Test Vehicle) X-37. Velivolo senza pilota capace di volo orbitale a seguito di test a terra. VanderbergAFB (California), 2007

ELEMENTI DI SPACE WARFARE – Di conflitti nello spazio non se ne sono ancora verificati e quindi, nel caso se ne verificasse uno, si assisterebbe all’impiego di tecnologie, strategie, tattiche e dottrine nuove da parte di attori statali e non solo. Da un punto di vista dei materiali, a fianco dei missili e delle armi di Electronic Warfare (EW), strumenti di importanza cruciale in operazioni di space warfare future potrebbero essere le armi a energia diretta o i velivoli senza pilota capaci di volo orbitale. In particolare, di questi ultimi ne abbiamo già un esempio: l’OTV (Orbital Test Vehicle) X-37 è un drone dalla forma che ricorda quella di uno Space Shuttle che viene lanciato nello spazio da un vettore pesante Atlas-V e che è in grado di operare in orbita per lunghi periodi (l’OTV-3 è rimasto in orbita per più di 600 giorni). Grazie alla loro lunga durabilità operativa potrebbero essere equipaggiati con diversi sistemi d’arma (EW, balistiche, a energia diretta) e sarebbero quindi in grado compiere molteplici e diverse operazioni sia difensive che offensive, garantendo al contempo una presenza militare costante in orbita. Si potrebbe anche assistere al dispiegamento di numerosi mini, micro e nano satelliti. Grazie agli sviluppi raggiunti nel campo della miniaturizzazione delle componenti tecnologiche, nello spazio attorno al nostro pianeta potrebbe essere dispiegati sciami di satelliti di piccole dimensioni per missioni ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance), EW o di attacco. Dal punto di vista degli attori di un eventuale conflitto spaziale, invece, non bisogna tralasciare il ruolo che potrebbe essere giocato dalle compagnie aerospaziali private. Come già accade nei conflitti odierni, a fianco delle forze militari di attori statali e dei relativi asset spaziali, si potrebbero affiancare quelli di imprese private. Il business dell’industria aerospaziale è infatti in piena crescita, con numerose aziende coinvolte nella produzione o nell’impiego di sistemi in grado di operare in orbita. E sono proprio quelle compagnie che, in un prossimo futuro, potrebbero mettere a disposizione i propri asset e la propria expertise, contribuendo quindi a spostare l’ago della bilancia dell’equilibrio di potenza a favore di uno o dell’altro contendente e a dettare l’esito del conflitto.

RISCHI

  • Militarizzazione dello spazio
  • Possibili danni catastrofici alle telecomunicazioni
  • Perdite materiali ingenti in caso di scontri
  • Incremento dell’instabilità internazionale
  • Possibili escalation

VARIABILI

  • Protezione asset satellitari
  • Armamenti anti-satellite
  • Costo elevato di questi armamenti
  • Necessità di specialisti ben addestrati e strumenti adeguati
  • Possibile futuro impiego di mini-satelliti e velivoli senza pilota

Riccardo Frigerio

Un chicco in più

L’OTV (Orbital Test Vehicle) X-37, realizzato dalla Boeing, è uno spazioplano senza pilota che viene lanciato in orbita con un vettore pesante Atlas-V ed è in grado di rientrare nell’atmosfera e atterrare su una pista di atterraggio convenzionale. Ad oggi, i tre velivoli prodotti hanno all’attivo 4 missioni, di cui tre in orbita. La più lunga, condotta da un velivolo modello X-37B, è durata ben 675 giorni e l’ultima, avviata il 20 maggio 2015, è tuttora in corso. Nel 2011 la Boeing ha annunciato di voler sviluppare una versione più grande del modello B, coniandola X-37C, in grado di trasportare fino a sei astronauti in un compartimento pressurizzato situato nella zona cargo del velivolo. 

Foto di copertina di NASA Goddard Photo and Video Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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