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La lunga estate della Libia (I)

La guerra civile in Libia continua. Tripoli e Tobruk continuano a fronteggiarsi con quest’ultima che non ha intenzione avviare la costituzione di un Governo di unità nazionale. Lo Stato Islamico è vicino alla sconfitta militare. In questa prima parte dell’analisi, ricapitoliamo cosa è successo a partire dall’arrivo di Serraj a Tripoli.

L’IMPORTANZA (RELATIVA) DELLA LIBIA – Il titolo del paragrafo è volutamente provocatorio. Il teatro libico è importante, ma il grado dipende da chi guarda. Ciò è dimostrato dagli attori esterni presenti, che non raggiungono minimamente il livello (né numerico, né d’impegno, né di rilevanza) di quelli in Siria e Iraq. Mancano la Russia (che comunque sostiene il Parlamento di Tobruk) e l’Iran ad esempio. Stati Uniti, Regno Unito e Francia non hanno un dispiegamento di uomini e mezzi paragonabile al “Siraq”. Arabia Saudita e Turchia operano in secondo piano, ma ci sono Egitto, Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – UAE) e Qatar.
La posizione libica come teatro di secondo piano sembra ricalcare quella del Mediterraneo centro-occidentale, considerato non prioritario anche, e soprattutto, dalle due maggiori organizzazioni che si occupano di sicurezza nella regione: NATO e Unione Europea. Questo nonostante sia nel loro “cortile di casa” e sia rampa di lancio verso l’Europa di quei flussi migratori che stanno mettendo a rischio (indirettamente) addirittura la tenuta dell’UE con i Paesi che preferiscono alzare muri e muretti invece che affrontare seriamente il problema.
Per analizzare la situazione in Libia, si partirà dal primo avvenimento importante del 2016, ossia l’arrivo, tra numerosi ostacoli e difficoltà, del Consiglio Presidenziale (embrione del Governo di unità nazionale) guidato da Fayez al-Serraj in Libia dalla Tunisia.

Fig. 1 – Fayez al-Serraj, Presidente del cosiddetto Governo di unità nazionale

SERRAJ ARRIVA IN LIBIA – Fayez al-Serraj e alcuni Ministri del Consiglio Presidenziale sono arrivati in Libia nel marzo 2016. Il Consiglio è il risultato dell’accordo di Skhirat firmato il 17 dicembre 2015 che prevede la creazione di un Governo di unità nazionale sostenuto dai due Parlamenti rivali e a livello internazionale attraverso le Nazioni Unite. Tobruk e Tripoli però avevano compiuto i passi necessari per la piena operatività del nuovo esecutivo lasciandolo nel limbo in Tunisia. Serraj aveva più volte cercato di negoziare con le forze di polizia e le milizie della capitale occidentale, ma senza successo. La mossa di marzo ha smosso le acque ed è arrivata in un momento di alta tensione, con Tripoli che sembrava essersi preparata a respingere con ogni mezzo l’arrivo del Consiglio Presidenziale. Il giorno 7 dello stesso mese infatti, una milizia salafita operante in città aveva arrestato tre membri del Comitato Temporaneo di Sicurezza, organo incaricato di creare le condizioni di sicurezza per l’insediamento del nuovo Governo. Nonostante i pericoli, il Consiglio è riuscito a sbarcare, letteralmente, nel Paese, prendendo possesso della base navale di Abu Sittha (nei pressi di Tripoli). Nella capitale (della Tripolitania, è bene ricordarlo) la coalizione di milizie sotto il nome di Alba Libica aveva iniziato a dividersi, con gran parte dei miliziani di Misurata e della Fratellanza Musulmana schierati dalla parte di Serraj. Diversi Paesi occidentali (tra i quali l’Italia) e l’ONU hanno subito ribadito il proprio sostegno a Serraj come capo dell’unico Governo legittimo della Libia. Pochi giorni dopo l’arrivo del Consiglio, il Primo Ministro del Governo di Tripoli e il Presidente del Parlamento hanno lasciato la città dando il via libera all’insediamento.

Fig. 2 – Miliziani fedeli al Consiglio Presidenziale

QUADRO STRATEGICO – Nonostante l’arrivo di Serraj a Tripoli il quadro strategico in Libia non ha avuto quella svolta da molti auspicata. Il Parlamento di Tobruk, appoggiato da Egitto e UAE oltre che dalla Russia e, sottobanco, dalla Francia, ha approvato l’accordo politico di Skhirat, ma non ha concesso la fiducia al nuovo Governo di unità nazionale. La causa è soprattutto il potente generale Kalifa Haftar il quale pretende un ruolo forte nel nuovo Governo e, sopratutto, si è rifiutato (e continua a farlo) di porre le sue forze sotto il controllo del Consiglio Presidenziale in ossequio all’articolo 8 delle disposizioni aggiuntive dell’accordo. Va inoltre ricordato che Tobruk, e perciò Haftar, ha delle forze leali anche nella Tripolitania. In quest’ultima, se da una parte Serraj si è garantito il sostegno delle milizie di Misurata e quello politico della Fratellanza Musulmana, elementi di entrambe le realtà si sono defilati frammentando ancora di più il quadro. Infine, ci sono le forze qaediste di Ansar al-Sharia e, ovviamente, il nucleo autoproclamatosi ramo dello Stato Islamico in Libia. Quest’ultimo ha perso la sua città d’origine, Derna, per mano di miliziani locali fedeli a Tripoli e ha dovuto ripiegare su Sirte. La battaglia per la presa della città è l’atto finale della guerra all’ISIS locale, con le forze di Serraj che hanno iniziato a premere da ovest e quelle di Haftar da est, dopo aver bonificato la Bengasi riconquistata da trappole esplosive e cecchini. La liberazione di Derna da parte dei fedeli a Tripoli e il mancato accordo con le Guardie petrolifere di Ibrahim Jadhran (che, come dice il nome, proteggono i pozzi petroliferi della regione) sono state due spine nel fianco di Haftar nella sua marcia verso Sirte.
Per concludere, è ormai nota la presenza di elementi dell’intelligence e delle forze speciali, di Paesi occidentali e non, sul terreno per appoggiare le milizie in funzione anti-ISIS, ma anche nella guerra civile tra le “due Libie”.

Fig. 3 – Khalifa Haftar rappresenta il Governo non riconosciuto che ha capitale a Tobruk

QUADRO DIPLOMATICO – La presenza del Consiglio Presidenziale in Libia ha avuto, ovviamente, effetti a livello diplomatico. Prima di tutto è necessario ricordare che gode del sostegno delle Nazioni Unite, il che conferisce una legittimità internazionale atta ad aprire diverse opzioni, tra le quali la richiesta di aiuto anche militare. L’Italia ha da subito ribadito il sostegno al Governo Serraj così come gli Stati Uniti (i quali mantengono comunque legami discreti anche con Haftar). I due Paesi sono stati promotori della conferenza di Vienna, avvenuta lo scorso maggio, per la stabilizzazione del Paese. In quel contesto è emerso l’impegno di addestrare le nuove forze libiche oltre a un alleggerimento dell’embargo sugli armamenti in vigore dal 2011. Quest’ultimo però dovrebbe passare (e ovviamente non l’ha ancora fatto) per il Consiglio di Sicurezza ONU, dove Francia e Russia (sostenitori di Tobruk) non sono certo favorevoli. Serraj, dal canto suo, ha annunciato l’operatività del suo Governo nonostante l’opposizione di Tobruk.

Le premesse per un precipitare della situazione dopo la battaglia per Sirte ci sono tutte.

Emiliano Battisti

Un chicco in più

Fayez al-Serraj è nato a Tripoli nel 1960. Ha studiato come ingegnere e avuto incarichi politici di secondo piano durante la dittatura di Gheddafi. Nel 2014 è stato nominato Ministro (occupandosi di abitazioni e servizi pubblici) dal General National Congress, il Parlamento unitario libico. Nell’ottobre 2015, l’allora inviato dell’ONU, Bernardino León, lo propone per la prima volta come Primo Ministro di un Governo di unità nazionale.

Foto di copertina di D-Stanley Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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