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Quale futuro per i rapporti tra UE e Turchia? (II)

Il fallito golpe del 15 luglio e le sue conseguenze evidenziano (ma non causano) il degrado delle relazioni tra Ankara e Bruxelles avvenuto negli ultimi mesi.
La questione curda semina sfiducia e incomprensioni tra le due parti. L’UE deve pensare ad una partnership con Ankara che vada oltre il dossier immigrazione

(La prima parte di questa analisi è disponibile qui)

GLI SVILUPPI DEGLI ULTIMI MESI – L’accordo sui migranti del 18 marzo ha dimostrato (per ora) di funzionare: il flusso di profughi è crollato, la rotta balcanica è stata chiusa e i Paesi europei hanno, se non altro, ottenuto tempo prezioso, che si trasforma in ossigeno per i partiti di Governo del vecchio continente, assediati dalle formazioni antisistema. Ma subito dopo l’accordo Erdogan, fin dall’inizio mai del tutto convinto dal compromesso, inizia ad alzare la posta, rendendosi conto di avere tra le mani una potentissima arma di ricatto nei confronti dell’UE. Davutoglu, esponente dell’anima moderata dell’AKP e vero artefice dell’accordo, viene costretto alle dimissioni in primavera, e sempre in primavera la Turchia inizia un riavvicinamento alla Russia e a Israele. Erdogan vede così ridursi la necessità di una solida partnership di interessi con l’UE.

Fig.1- Il Presidente Erdogan negli ultimi mesi ha messo in forse l’accordo sui migranti

IL GOLPE – Il 15 luglio, in circostanze non ancora del tutto chiare, fallisce un tentativo di colpo di Stato messo in atto da alcune fazioni delle Forze Armate turche. La notizia del golpe piomba inaspettata tra le cancellerie occidentali, che non prendono una netta posizione a favore di Erdogan fino a notte inoltrata (vedi il chicco in più), quando ormai è chiaro che la reazione popolare e le divisioni all’interno dei militari hanno decretato il fallimento del golpe e il trionfo del “Sultano”Ma la Turchia è arrivata ad un passo dalla guerra civile e i morti nelle strade sono 240. Dal giorno dopo il tentativo di colpo di Stato Erdogan lancia una campagna di purghe su vasta scala all’interno delle Forze Armate, della Pubblica Amministrazione e della società civile, che portano al licenziamento e/o all’arresto di decine di migliaia di persone, innescando le critiche dell’Occidente. Il Presidente però, nient’affatto dimentico della mancata solidarietà europea nelle ore più difficili della sua carriera politica, non si ferma e anzi rilancia, prendendosela con istituzioni europee e Paesi membri (tra cui l’Italia).

Fig.1 – La notte del 15 luglio scorso in Turchia è fallito un tentativo di colpo di Stato militare

LA QUESTIONE CURDA – Un ulteriore elemento di tensione nei rapporti tra la Turchia e l’Europa è rappresentato dall’inasprirsi conflitto curdo, riapertosi nel luglio del 2015. Il PKK (Partito curdo dei lavoratori) – il più importante gruppo combattente curdo di Turchia – e il Governo di Ankara hanno innescato una grave escalation, che per la prima volta ha portato a una violenta campagna terroristica di stampo curdo contro la popolazione civile turca. Sebbene il PKK sia considerato un’organizzazione terroristica anche dall’UE, le sue “filiali” siriane sono ritenute dall’Occidente (Washington in testa) indispensabili nel contrasto allo Stato Islamico. Non è infatti un segreto che truppe della coalizione anti-IS a guida USA, di cui fanno parte anche numerosi ed importanti Stati UE, affianchino la fanteria curda nel nord della Siria. Ankara teme (non del tutto a torto) che questo evidente e talvolta esplicito sostegno di Governi, opinioni pubbliche e media occidentali alla causa curda possa permettere al PKK e ai suoi alleati siriani di creare uno Stato curdo ai suoi confini. Uno scenario da incubo per il Governo turco, visto che un eventuale Kurdistan controllato dal PKK e dai suoi “fratelli” siriani rischierebbe di essere un richiamo irresistibile per i curdi di Turchia, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa dello Stato. Impedire e, se necessario, soffocare quest’entità geopolitica è la priorità assoluta di Erdogan ed è la causa ultima delle recenti mosse turche sullo scacchiere mediorientale, oltre che del recente intervento militare di Ankara nel nord della Siria. In tutto questo, è vissuto come un insulto dall’opinione pubblica turca e dal suo Governo il fatto che in Europa non si perda occasione per esaltare l’azione curda contro il Califfato, disinteressandosi invece degli attentati firmati dal PKK che insanguinano le città della Turchia (che, non dimentichiamolo, è pur sempre membro della NATO e teoricamente una nostra alleata). Questo non significa che l’UE debba astenersi dal promuovere una soluzione negoziale al conflitto in corso nel Sud-Est dell’Anatolia, cosa che peraltro nell’ultimo anno si è ben guardata dal fare. Ma sarebbe meglio evitare di assecondare visioni manichee che dividono i protagonisti in buoni e cattivi e di legittimare in qualsiasi modo il PKK. Soprattutto, gli europei non dovrebbero dare l’impressione di anteporre il pur importante obiettivo di sconfiggere lo Stato Islamico alle legittime esigenze di sicurezze turche. Anche perché Erdogan e il suo Governo non accetterebbero mai quello che loro (ma anche la grande maggioranza dei turchi, e non solo elettori dell’AKP) considererebbero uno Stato terrorista curdo nel Nord della Siria.

Fig.4 – C’è bisogno di una nuova partnership tra UE e Turchia

UNA NUOVA PARTNERSHIP – Mai come in questo momento UE e Turchia sono state più lontane. L’urgenza di ricucire dovrebbe essere maggiormente sentita dagli europei, vista l’enorme importanza geopolitica ed economica della Turchia in una serie di questioni vitali per il vecchio continente, tra le quali (ma non solo) il dossier immigrazione. L’obiettivo fondamentale deve essere quello di mantenere ancorata la Turchia all’Occidente e all’Europa, evitando di spingere Ankara nelle braccia della Russia di Putin. Per raggiungerlo l’UE deve coordinarsi con gli USA e quindi agire di comune accordo con la NATO. Solo un’azione diplomatica coordinata, paziente ed instancabile può infatti evitare che la politica estera di Ankara prenda direzioni pericolose, proprio in un momento in cui le Forze Armate turche, teoricamente le migliori del Medio Oriente insieme a quelle israeliane, sono drammaticamente indebolite. Una Turchia che perseguisse obiettivi sproporzionati ai suoi mezzi non farebbe altro che creare grossi guai alla regione, a se stessa e all’Europa. Nonostante le apparenze lo spazio di manovra c’è, posto che anche i turchi hanno bisogno, e ne sono consapevoli, di buone relazioni (in primis economiche) con gli europei. Ma bisognerà razionalizzare i rapporti tra Ankara e Bruxelles e assumere un atteggiamento più pratico. Si dovrebbe innanzitutto abbandonare la grande finzione rappresentata dai negoziati di adesione della Turchia all’UE. Una chimera figlia di tempi ormai passati, alla rincorsa della quale si sprecano inutilmente energie e sforzi, oltre a provocare frustrazioni in entrambe le parti. Questa mossa, potenzialmente chiarificatrice, potrebbe poi aprire la strada a nuove forme di collaborazione, magari improntante ad un maggiore realismo e volte a perseguire autentici interessi reciproci. Ci sono infatti modi più fruttuosi che promettere l’impossibile per impedire che la Turchia si senta sedotta e abbandonata dall’Europa. Inoltre gli europei dovrebbero evitare di ridurre la questione dei rapporti Ankara-Bruxelles al pur importante dossier immigrazione. Sarebbe una mossa controproducente, perché indebolirebbe la posizione negoziale dell’Unione, visto che sui migranti siamo più noi ad avere bisogno di Erdogan che non il contrario. Con la conseguenza di essere costretti a subordinare una (molto) eventuale politica UE per il il Medio Oriente ai desiderata di Ankara e di privarci della minima possibilità di moderare la politica interna del Presidente turco. Purtroppo questo è esattamente l’errore che stiamo commettendo.

Davide Lorenzini

Un chicco in più
Il fatto che i Governi europei abbiano esitato nel prendere una posizione chiara non è una prova del loro coinvolgimento nel golpe. L’ambiguità europea era invece probabilmente dovuta alla volontà di non  inimicarsi quelli che avrebbero potuto essere i nuovi governanti della Turchia, visto che per l’Europa la partnership con Ankara era e rimane fondamentale. 
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