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Quale futuro per l’Uzbekistan nell’era post-Karimov?

A sei giorni dalla morte del Presidente Islom Karimov, il Parlamento uzbeko ha nominato il Premier Mirziyoyev Presidente ad interim, in attesa delle elezioni del 4 dicembre. La campagna elettorale è appena cominciata, ma non sembrano esserci molti dubbi sull’erede politico di Karimov. Ma allora verso quale direzione si muoverà il Paese? E perché la sua stabilità è così importante?

LA FINE DI UN’EPOCA Si è spento ufficialmente il 2 settembre all’età di 78 anni Islom Karimov, Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan. Giunto nel 1990 al vertice del potere dell’allora repubblica socialista sovietica – e già Segretario del Partito Comunista locale dal 1989 – Karimov si confermò dopo le elezioni del 1991 alla Presidenza dell’oramai repubblica indipendente dell’Asia Centrale.
La mattina del 2 settembre la stampa uzbeka ha diffuso una breve nota a nome del Governo, riferendo di un peggioramento improvviso delle condizioni di salute del Presidente e solo in serata il Governo ne ha annunciato il decesso. Il giorno seguente ha avuto luogo il rito della sepoltura, al termine della cerimonia funebre che si è svolta nella celebre Piazza Registan di Samarcanda, città natale di Karimov.
Tuttavia, ciò che suscita alcune perplessità non è tanto il riserbo adottato dai più stretti collaboratori del Presidente, quanto piuttosto il fatto che le prime notizie non ufficiali del decesso siano datate al 28 agosto, addirittura un giorno prima che Lola Karimova, figlia minore del Capo dello Stato, dichiarasse su Instagram che suo padre era stato sottoposto a terapia intensiva a seguito di un’emorragia cerebrale. Ed ancora il 29 agosto Fergana.news, organo di stampa con sede a Mosca, già parlava con certezza del decesso che sarebbe avvenuto tra le 15:00 e le 16:00. Una morte avvolta dunque in una discrezione di stile sovietico, conformemente ad una prassi politica obsoleta e tuttora non liquidata.
Paese tra i massimi produttori mondiali di cotone, nonché miniera di oro, di uranio e di altri metalli rari, l’Uzbekistan conclude in questo modo un capitolo lungo oltre un quarto di secolo; un periodo trascorso senza fratture, tra l’anacronistico controllo statale sull’informazione, l’esplicita repressione dei dissidenti politici e il continuo ricorso alla tortura e ad altri trattamenti degradanti contro i prigionieri politici.

Fig. 1 – Un momento della cerimonia funebre di Karimov presso il Senato uzbeko, 4 settembre 2016

ALCUNE INCOGNITE SULLA SUCCESSIONE – Dispone l’Art. 96 della Costituzione uzbeka che nell’ipotesi in cui il Presidente della Repubblica non sia in grado di esercitare le sue funzioni, il potere è assunto temporaneamente dal Presidente del Senato, fino alle successive elezioni da tenersi entro tre mesi.
Trattasi cioè di una valvola di sicurezza a presidio della legalità e della democrazia: una norma che però è stata elegantemente bypassata dalla seconda carica dello Stato, Nigmatulla Yuldashev, il quale ha esortato il Parlamento a conferire l’interim al Premier Shavkat Mirziyoyev, in omaggio alla sua lunga esperienza politica. A seguire la Commissione Elettorale centrale, sotto richiesta dell’Assemblea parlamentare, ha fissato per il giorno 4 dicembre la data delle prossime presidenziali.
Dato per favorito fin dal principio, il 58enne Primo Ministro Mirziyoyev – in carica dal 2003 – si è distinto per la vicinanza a noti oligarchi russi, nonché per aver collaborato attivamente con l’attuale capo del Cremlino, negli anni in cui Vladimir Putin ricopriva l’incarico di Primo Ministro.
Se la mossa della nomina ad interim di Mirziyoyev fa scemare buona parte dei dubbi sulla successione, non deve trascurarsi un altro personaggio influente: il 72enne Rustam Inoyatov, capo del National Security Service (agenzia di intelligence che ha sostituito il KGB), fedelissimo di Karimov e oppositore irriducibile della figlia maggiore di quest’ultimo, Gulnara.
Del resto Gulnara Karimova, stilista e donna d’affari di successo, non è più l’erede politica del Presidente, ma solo la responsabile di malumori familiari e delle vicende giudiziarie che l’hanno coinvolta in prima persona.
In via generale, potrebbe sostenersi che la transizione non solleciterà turbolenze provenienti dal basso, essendo la popolazione abituata al silenzio e distante dalla vita politica del Paese. Ma in realtà il problema non riguarda esattamente l’improbabile reazione di una società civile non abbastanza matura. Piuttosto, la genericità delle informazioni rilasciate dagli organi di stampa ufficiali induce a riflettere soprattutto sull’assenza di media e di istituti di analisi indipendenti in un Paese dove – notano gli osservatori internazionali – non si sono ancora svolte elezioni libere e corrette.

Fig. 2 – Il Presidente ad interim Mirziyoyev riceve Vladimir Putin a Samarcanda, 6 settembre 2016

VERSO UN FUTURO GIÀ SCRITTO? – Gli interrogativi che piovono sul futuro del Paese nascono da un’agenda di incognite e problematiche aperte che potrebbero determinare effetti destabilizzanti sull’intera regione, fino a coinvolgere in una certa misura anche altri attori internazionali.
Si dirà anzitutto che nel corso di un mandato quasi trentennale, Karimov ha mostrato particolare sensibilità per la sicurezza ed il contrasto del radicalismo islamico, percepito come una minaccia regionale. Per giunta, nei primi anni successivi all’11 settembre 2001 la cooperazione militare tra Tashkent e Washington era stata un tassello chiave della strategia statunitense durante la guerra contro i talebani in Afghanistan. È pur vero però che nel 2005 i rapporti tra Karimov e Bush si incrinarono parzialmente, dopo la condanna espressa dagli Stati Uniti per i metodi repressivi delle forze uzbeke in occasione della strage di Andijan. E del resto, anche i provvedimenti attuati nel corso degli anni per neutralizzare cellule terroristiche affiliate al Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU) si sono spesso rivelati pretesti per perseguitare gli oppositori del Presidente autocrate. In ogni caso, oggi non può sottovalutarsi il rischio di nuove minacce da parte dell’IMU (ora fedele all’ISIS) ed il pericolo che rientrino in patria alcuni dei circa 500 foreign fighters uzbeki partiti per il Medio Oriente.
Ma la rilevanza internazionale dell’Uzbekistan non si esaurisce nelle dinamiche di sicurezza e difesa. Il successore di Karimov erediterà un Paese dal tessuto etnico-sociale frammentato e dovrà gestire adeguatamente l’insofferenza di varie etnie, specie nelle aree di confine e nel Fergana. Inoltre, tra i gruppi etnici minoritari, l’Uzbekistan ospita una comunità di Uiguri, i quali – ad avviso di alcuni analisti – potrebbero avvantaggiarsi del cambiamento di regime per supportare da oltreconfine i loro compatrioti dello Xinjiang, eternamente vessati dal Governo di Pechino.
Da ultimo, sotto la lente della cooperazione bilaterale devono essere lette le relazioni tra l’Uzbekistan e la Federazione Russa, in quanto il Paese centro-asiatico non ha aderito all’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e dal 2012 non è più membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Non è un mistero che il Presidente Putin miri a ricondurre l’Uzbekistan verso una posizione più russo-centrica ed abbia pertanto salutato con favore la nomina di Mirziyoyev quale Presidente ad interim, che da parte sua ha confermato l’impegno strategico.
In attesa delle presidenziali di dicembre, resta da chiedersi formalmente quale sarà il programma politico di Mirziyoyev, qualora fosse effettivamente eletto Presidente del Paese e se il suo mandato si caratterizzerà per nuove linee orientative, oppure – come al momento appare più probabile – per la vocazione ad evitare cesure o colpi di scena rispetto all’era di Karimov.

Fig. 3 – Soldati delle forze speciali uzbeke sorvegliano una strada di Andijan, pochi giorni dopo i disordini del maggio 2005

Luttine Ilenia Buioni

Un chicco in più

La strage di Andijan ha avuto luogo il 13 maggio 2005, quando le truppe uzbeke hanno sparato su una folla di manifestanti nella città periferica di Andijan, provocando alcune centinaia di vittime, sebbene non vi sia certezza sulla cifra esatta. Il Governo centrale aveva inizialmente giustificato la dura repressione sostenendo che a fomentare i disordini fossero stati alcuni islamisti radicali. Qualunque fosse la reale motivazione della manifestazione, alla fine il Governo ha comunque ammesso che ad esacerbare il disagio degli abitanti avevano di certo contribuito le difficoltà sociali e le cattive condizioni economiche in cui versava la regione.

Foto di copertina di D-Stanley Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

 

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