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America Latina e Cop 21: in che direzione?

Sono passati nove mesi dalla COP21 (Conferenza delle Parti) di Parigi sul clima a cui hanno partecipato 196 Paesi. La maggior parte di loro ha firmato l’accordo e alcuni l’hanno già ratificato. Subendo le gravi conseguenze del cambiamento climatico e spinti dalla voce della società civile, anche i Paesi latinoamericani stanno adottando strategie di adattamento proattive.

COSA È SUCCESSO A PARIGI – Nel dicembre del 2015 si è tenuta a Parigi la ventunesima sessione annuale della Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico a cui hanno preso parte 196 Stati e perciò considerata uno dei più grandi incontri internazionali della storia. Nella capitale francese si è giunti ad un nuovo accordo sul clima per rallentare il riscaldamento globale. Ogni Paese si impegna infatti a diminuire le emissioni di gas serra per contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2°. Per fare ciò, le emissioni devono iniziare a calare a partire dal 2020. Per entrare in vigore entro il 2020, l’accordo deve essere ratificato da almeno il 55% degli Stati responsabili complessivamente del 55% delle emissioni mondiali. Lo scorso 22 aprile, Giornata della Terra, al palazzo dell’ONU a New York si è aperta la cerimonia per firmare l’accordo. Ogni Paese ha un anno di tempo per sottoscriverlo, ma quel giorno già 174 Stati insieme all’Unione Europea hanno aderito al trattato, e tra questi 15 l’hanno anche ratificato. Ad oggi, il numero dei firmatari sale a 180 e quello di coloro che l’hanno già ratificato a 23 (rappresentanti dell’1,08% delle emissioni globali).

Fig. 1 – Capi di delegazione alla COP21 nel dicembre 2015 a Parigi

AMERICA LATINA UNITA PER IL CLIMA – I Paesi latinoamericani non si sono presentati alla COP21 come unica alleanza, ma come membri di coalizioni internazionali diverse. Inoltre, benché l’obiettivo della COP21 sia evitare l’uso di combustibili fossili, su cui si basa invece l’economia di Venezuela, Colombia, Messico, Perù e Bolivia, l’accordo di Parigi tocca tutta l’America Latina allo stesso modo. Infatti, sono tra gli Stati al mondo (soprattutto quelli dell’America centrale) che più risentono delle conseguenze del riscaldamento globale, come siccità e inondazioni. Le società civili di ognuno di questi Paesi non si sono dimostrate affatto indifferenti a queste problematiche, come neanche a quella della sempre più diffusa deforestazione illegale. In particolare, prima della COP21, l’86% dei brasiliani, il 77% dei cileni, il 75% dei peruviani, il 72% dei venezuelani, il 66% dei messicani e il 59% degli argentini si è dichiarato preoccupato per il cambiamento climatico. Di certo i rispettivi governi hanno dovuto tenere conto delle manifestazioni popolari organizzate per le strade di molte città pochi giorni prima che iniziassero le trattative di Parigi. Tutte le delegazioni latinoamericane hanno inoltre spinto affinché l’accordo prevedesse che i Paesi industrializzati erogassero fondi per la diffusione di tecnologie verdi nei Paesi in via di sviluppo (come poi è successo: 100 miliardi l’anno a partire dal 2020).

POSIZIONAMENTO DEI PRINCIPALI PAESI LATINOAMERICANI – Insieme i Paesi latinoamericani rappresentano circa il 10% delle emissioni globali. Su 20 Paesi latinoamericani 17 hanno firmato l’accordo il 22 aprile, l’Ecuador il 26 luglio, mentre mancano all’appello Cile e Nicaragua. La Presidente cilena Michelle Bachelet ha promesso di aderirvi il 21 settembre a New York, altra giornata di firme organizzata dall’ONU. Il Paese aveva già presentato prima di Parigi il proprio contributo nazionale volontario INDC (Intended Nationally Determined Contributions): diminuire del 30% le emissioni entro il 2030. Il Cile è inoltre l’unico Paese latinoamericano ad aver introdotto una tassa sul carbonio. Il Nicaragua invece è l’unico contrario alla firma perché sostiene che l’accordo debba prevedere un obbligo di risarcimento proporzionale alla ‘responsabilità storica’ che i Paesi sviluppati (i più inquinanti) hanno nei confronti di quelli che maggiormente subiscono le conseguenze del riscaldamento globale. Argentina, Colombia, Messico, Perù e Venezuela hanno pianificato ambiziose strategie di mitigazione (ovvero azioni utili per attenuare la gravità dell’impatto ambientale) basate specialmente sul settore agricolo, idrico e forestale, puntando ad una riduzione delle emissioni entro il 2030 rispettivamente del 15%, 20%, 22%, 30% e 20%.

IL GIGANTE BRASILIANOIl Brasile è il quinto Paese al mondo più inquinante ed è stato definito dal Presidente di COP21 Laurent Fabius come il gigante sudamericano cruciale per arrivare a un patto mondiale. L’impegno del Brasile è di diminuire le emissioni del 37% entro il 2025 e del 43% entro il 2030. La pressione della società civile con il movimento “Ratifica já!” (Ratifica ora) ha dato un enorme impulso al processo di ratificazione: il 13 luglio la Camera dei deputati ha approvato l’accordo e sta per passare al Senato federale. La mobilitazione popolare brasiliana è servita inoltre per vedere riconosciuti nell’accordo i diritti degli indigeni, sempre più minacciati dal fenomeno della deforestazione a favore di attività minerarie e impianti idroelettrici. Tanto è vero che la deforestazione rappresenta in Brasile la maggior fonte di gas serra e solo nel 2014 sono stati disboscati 4800 km² di ettari. In risposta, il governo brasiliano ha dichiarato che fermerà la deforestazione illegale e che verranno rimboscati 12 milioni di ettari.

 

Fig. 2 – Deforestazione aggressiva nell’Amazzonia brasiliana

ALCUNE PERFORMANCE – È interessante analizzare le performance di alcuni Paesi latinoamericani presenti nel CCPI (The Climate Change Performance Index) pubblicato ogni anno da Germanwatch e Climate Change Network Europe. Questo indicatore valuta le azioni intraprese da 58 Paesi – complessivamente responsabili di più del 90% delle emissioni globali – per raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni. Tra questi, tre sono latinoamericani: Messico, Argentina e Brasile. Nel 2015 il Messico occupava la diciottesima posizione, mostrando così di essersi impegnato nella lotta al cambiamento climatico. Non a caso il Messico è stato il primo Paese emergente ad aver presentato il proprio INDC. D’altra parte, Argentina e Brasile dimostrano il contrario risultando rispettivamente quarantottesima e quarantanovesimo in classifica. L’accordo di Parigi ha lanciato una sfida ed ora spetta ai singoli governi rispettare le promesse fatte, attraverso politiche efficaci e a lungo termine, per ottenere credibilità sia a livello internazionale che nazionale.

Viola Graldi

Un chicco in più

L’Uruguay, seppur piccolo geograficamente e anagraficamente rispetto agli altri ‘vicini’, sta portando avanti una vera e propria rivoluzione energetica. Non avendo né petrolio né gas, ha sfruttato il suo potenziale idroelettrico, eolico e solare, e adesso più del 95% dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili. Nel 2014 è stato il Paese latinoamericano con più investimenti in questo settore. Per saperne di più, clicca qui.

Foto di copertina di Gerald Simmons Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

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