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Dal Golfo Persico al Mar Caspio: la partita energetica dell’Iran

Teheran è prossima a riprendere gli scambi di greggio con gli Stati litoranei del Mar Caspio, dopo alcuni anni di sospensione delle operazioni di swap. Mentre diverse imprese straniere – dalla Russia all’Azerbaijan – hanno mostrato interesse per il progetto iraniano, proseguono i negoziati tra i Paesi rivieraschi per l’adozione di una Convenzione sullo status giuridico e sullo sfruttamento delle acque del Caspio.

GIOCHI GEOPOLITICI E DINAMICHE ENERGETICHE – Si è svolto l’8 agosto scorso a Baku il trilaterale tra Azerbaijan, Iran e Russia nel corso del quale si è discusso di trasporto energetico e della realizzazione di nuove infrastrutture nel Mar Caspio. Se complesse si sono rivelate le opzioni presentate al tavolo delle trattative ed eterogenei gli interessi delle parti coinvolte, il fulcro dei negoziati ha avuto ad oggetto la cooperazione nel settore degli idrocarburi tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli altri Paesi, in particolare la Russia.
Più in dettaglio, la conclusione di oil swaps – ossia contratti swap sul prezzo del petrolio – consentirebbe ad entrambi i Paesi di scambiare tra loro quantità identiche di greggio nazionale lungo il Mar Caspio: un bacino d’acqua salata completamente racchiuso dalla terraferma di cinque Stati (Iran, Azerbaijan, Kazakistan, Turkmenistan e Federazione Russa), dal quale è peraltro possibile navigare lungo il Canale Volga-Don e raggiungere il Mar d’Azov.
Già negli ultimi mesi del 2015 si era profilata l’intenzione del Cremlino di rafforzare la propria esposizione geopolitica sullo scenario asiatico, dando l’avvio ad un sistema di scambio bilaterale con la Repubblica Islamica, così da agevolare le esportazioni di petrolio russo in Asia. Ed attualmente anche Teheran sembra determinata a riproporre gli scambi di greggio con gli altri Stati rivieraschi del Caspio, a distanza di sei anni da quando nel 2010 il precedente Governo aveva bruscamente interrotto le operazioni di swap nella regione. Le prime note diffuse dalle agenzie di stampa hanno trovato conferma nelle dichiarazioni rilasciate alcuni giorni fa all’emittente radio-televisiva iraniana IRIB dal Ministro del Petrolio Bijan Zangeneh, il quale ha chiarito che diversi interlocutori stranieri sono in fase di trattativa con la National Iranian Oil Company (NIOC) e che principalmente la Russia ha manifestato interesse a scambiare una quota della propria produzione di petrolio.
Da parte sua, l’Iranian Oil Terminals Company – controllata della NIOC ed attiva nell’export di greggio e gas – sarebbe pronta a ricevere petrolio nel Nord per consumo domestico ed esportare l’equivalente dal Golfo Persico. Tra i percorsi preferiti per il traffico del greggio all’interno del Paese si conferma l’oleodotto che connette il terminal petrolifero di Neka nella provincia settentrionale del Mazandaran alla raffineria di Teheran, la cui capacità è pari a 500.000 barili al giorno.

Fig. 1 – Una petroliera naviga nei pressi del porto di Neka, importante terminal petrolifero iraniano sul Mar Caspio

L’AMBIGUITA’ DEL DIRITTO INTERNAZIONALE – Con una superficie di oltre 370.000 km², il Mar Caspio costituisce il fulcro di un dibattito che verte essenzialmente sulla sovranità delle sue acque e dei suoi fondali. Considerata come l’eredità irrisolta della frantumazione sovietica, la definizione legale del bacino idrico eurasiatico oscilla tra due poli. Difatti, a volerlo considerare un mare, troverebbe applicazione la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), sottoscritta a Montego Bay nel 1982. Qualora fosse invece considerato alla stregua di un lago, sarebbe soggetto al diritto internazionale consuetudinario in materia di laghi di confine. Ma – sfortunatamente – il diritto internazionale calza stretto ad un corpo idrico dall’essenza pressoché indefinibile.
Notiamo in particolare che secondo il regime di dominiocontemplato dalla Convenzione ONU del 1982 – la giurisdizione degli Stati costieri si estenderebbe sul mare territoriale con un’ampiezza di 12 miglia nautiche, oltre le quali ciascuno Stato avrebbe il diritto di sfruttare una zona economica esclusiva che può estendersi fino a 200 miglia dalla linea di base. Peraltro, ai sensi dell’Art. 15 della citata Convenzione, la nomenclatura di mare renderebbe applicabile il principio della linea mediana, in base al quale la frontiera sarebbe data dalla linea costituita da tutti i punti equidistanti dalle coste.
In ogni caso, la suddetta classificazione è stata rigettata dall’Iran, in quanto il rispetto della linea mediana gli attribuirebbe una modesta disponibilità di risorse marine (circa il 12%). Diversamente – argomenta Teheran – il secondo accordo sovietico-persiano del 1940 riconosce a ciascuno dei cinque Stati litoranei una quota pari al 20% del bacino.
Per giunta, nonostante il Caspio sia posto in comunicazione con il Mar Nero, il Volga-Don resta pur sempre un canale d’acqua dolce, il cui transito dipende dal consenso degli Stati interessati: queste le ragioni addotte da coloro che vorrebbero parificare il bacino ad un lago internazionale e regolamentarne confini, diritti di sfruttamento e navigazione in base a specifici accordi sottoscritti dagli Stati litoranei.
In tal modo, infatti, questi eserciterebbero la loro competenza territoriale esclusiva solo entro le 12 miglia, oltre le quali la disponibilità comune dovrebbe essere ripartita in parti uguali secondo un regime di condominio. Una soluzione che, ad oggi, incontra la ferma resistenza di Azerbaijan e Kazakistan, ai quali il sistema condominiale impedirebbe l’accesso a rilevanti giacimenti petroliferi.

Fig. 2 – Un pescatore iraniano al lavoro nei dintorni della città portuale di Bandar-e Anzali, sul Mar Caspio

IN ATTESA DI ASTANA 2017 – Nel 2014, per effetto di posizioni palesemente contrapposte, evaporavano per l’ennesima volta le aspettative del quarto summit tra i Capi di Stato dei Paesi rivieraschi per l’adozione di un accordo sul Caspio.
Peraltro, è opportuno osservare come le divergenze emerse negli anni passati siano state in parte diluite dall’impatto delle sanzioni internazionali pendenti in capo all’Iran e dalle conseguenti difficoltà per Teheran di sviluppare il proprio settore offshore. Tuttavia, la Repubblica Islamica è ora decisa a riconquistare il ruolo che compete ad un Paese tra i fondatori dell’OPEC, nonché a sviluppare i giacimenti offshore (circa il 30% delle riserve di greggio nazionale) del Golfo Persico, il cui progetto vede il coinvolgimento finanziario anche della Russia.
Non v’è dubbio che l’unica opzione percorribile per risolvere la situazione di incertezza che governa il Caspio resta subordinata all’adozione di una posizione comune tra Teheran ed i suoi interlocutori, in maniera tale da superare i trattati bilaterali degli anni 1998-2003, sottoscritti da Russia, Azerbaijan e Kazakistan e mai riconosciuti né dall’Iran, né dal Turkmenistan.
Proprio il 13 luglio scorso, la capitale kazaka ha ospitato la conferenza dei cinque Ministri degli Esteri interessati, che si sono confrontati su un progetto di convenzione: al termine dell’incontro, segnali positivi sono stati espressi dal Ministro russo Sergej Lavrov, il quale ha disegnato un quadro incoraggiante circa la concreta possibilità che la disputa sul regime legale del mare-lago pervenga ad una soluzione definitiva nel 2017, in occasione del quinto vertice dei Capi di Stato ad Astana. Dello stesso tenore le dichiarazioni rese dal Ministro kazako Erlan Idrissov, il quale ha rimarcato la necessità che il futuro accordo salvaguardi i principi di mutuo rispetto, uguaglianza e reciproco vantaggio per «un mare di pace e cooperazione».
Sarà dunque la prima metà del 2017 a confermare o smentire le buone intenzioni di mettere un punto finale alla querelle di questo bacino idrico nel cuore dell’Eurasia, limitato dalla conformazione geografica di un mare irrimediabilmente chiuso o di un lago, per così dire, troppo grande.

Fig. 3 – I leader dei Paesi rivieraschi del Caspio durante il summit di Astrakhan del 2014

Luttine Ilenia Buioni

Un chicco in più 

Un aspetto non certo trascurabile è la recente e progressiva militarizzazione delle acque del Mar Caspio. Se è vero che l’Iran possiede una flotta numericamente molto estesa, anche Azerbaijan e Kazakistan hanno effettuato importanti investimenti nello sviluppo delle proprie forze navali. Il Turkmenistan appare invece in posizione arretrata, avendo costituito solo di recente una piccola Marina militare. In ogni caso, non sembra corretto parlare di una corsa agli armamenti secondo una logica competitiva, e ciò per due ragioni fondamentali. Anzitutto, la superiorità militare e strategica della Russia nella regione resta attualmente immune da qualsiasi serio tentativo di competizione. In secondo luogo, la ragguardevole disponibilità di armamenti dei Paesi litoranei risponde prima di tutto alla necessità di fare fronte comune contro le minacce terroristiche che potrebbero destabilizzare la sicurezza delle città portuali e delle infrastrutture energetiche.

Foto di copertina di Mataparda Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

2 comments
SarxanAghayev
SarxanAghayev

Determination of the final status of the Caspian sea is not in the interest of Russia.