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Dal Caucaso alla Siria: l’odissea dei foreign fighters ceceni

Una peculiarità delle formazioni islamiche fondamentaliste come ISIS e al-Nusra sono i cosiddetti “foreign fighters”, ovvero miliziani  che hanno abbracciato ideologicamente la causa del gruppo e che hanno deciso di prendere parte a un conflitto in un Paese straniero. Fra questi troviamo, in Siria, un alto numero di combattenti ceceni, divenuti celebri per la loro esperienza militare e per la ferocia dimostrata negli scontri.

INTERVENTO RUSSO – Nonostante l’intervento russo in Siria del 30 settembre 2015 abbia motivazioni di natura geopolitica internazionale e regionale, il ritorno in patria dei foreign fighters ceceni e caucasici rappresenta sicuramente un’eventualità che spaventa non poco il Cremlino. Infatti, in questo momento, un nuovo conflitto in Cecenia sarebbe un gravissimo problema per Putin, poiché non gli permetterebbe di concentrarsi appieno in ambito internazionale in scenari come la Siria stessa e l’Ucraina, mettendo quindi in serio pericolo la sua aspirazione di ridare alla Russia lo status di superpotenza che aveva durante la Guerra Fredda. Inoltre, nuovi attentati ceceni in Russia causerebbero un’ondata di malcontento nella popolazione, già duramente provata dalla lunga crisi economica. Questo timore ha portato a riconfermare come Primo Ministro ad interim della Repubblica Cecena Ramzan Kadyrov ,  nonostante avesse dichiarato di volersi ritirare dalla vita politica al termine del suo mandato. Dal 2005 Kadyrov è riuscito a ridare una relativa stabilità alla Cecenia, sia con metodi militari brutali che con atti politici volti ad accontentare il crescente integralismo islamico della popolazione, come l’introduzione della sharia e l’obbligo per le donne del velo. Tuttavia la situazione rimane piuttosto incerta, soprattutto nel Daghestan, ma fino ad ora le forze russe sono riuscite ad evitare attentati nel resto del Paese. Nel 2014 i leader dell’insurrezionalismo ceceno hanno giurato fedeltà all’ISIS, rendendo il Califatto non più solo una minaccia esterna, ma anche un serio problema di sicurezza nazionale. A tal proposito Kadyrov ha dichiarato nel febbraio scorso di “aver infiltrato i suoi uomini migliori” fra le file dell’ISIS in Siria per fornire all’aviazione russa gli obiettivi ribelli da bombardare, confermando implicitamente che il conflitto siriano è anche un problema interno russo. Un atteggiamento arrendevole rispetto al conflitto ceceno è stato il principale motivo della caduta di Eltisin e, sicuramente, Putin non vuole ripetere il suo stesso errore, come ha già dichiarato con fermezza durante la Seconda Guerra Cecena.

Fig. 1 – Caccia russi nella base di Latakia, nel nord-ovest della Siria

IL RUOLO DEI CECENI IN SIRIA – Secondo quanto riportato dall’FSB, attualmente in Siria si trovano 2.900 foreign fighters con passaporto russo, la maggior parte dei quali (1.800) provengono dalla regione caucasica e, soprattutto, dalla Repubblica Cecena. La maggior parte dei ceceni che combattono per l’ISIS sono riuniti nel Jaysh al-Usra, una sorta di forza speciale che viene inviata nelle zone dove avvengono i combattimenti più aspri, a riprova delle capacità militari dei miliziani ceceni. Questa formazione ha partecipato nel 2013 alla campagna militare a est della base militare russa di Latakia ed è divenuta celebre per le violenze perpetuate sui civili di fede alawita. Inolre alcune unità cecene hanno preso parte al conflitto siriano attraverso le cosiddette “Brigate internazionali islamiste”: queste formazioni hanno già avuto un peso considerevole nelle guerre cecene e sono composte quasi integralmente da foreign fighters, soffrendo spesso di problemi linguistici dovuti alla provenienza disparata dei combattenti. Data l’esperienza militare sviluppata nella loro madre patria e nei conflitti caucasici, spesso i foreign fighters ceceni sono veterani di guerra e proprio questa esperienza gli permette di accedere nelle posizioni più alte nelle gerarchie militari islamiste. Un esempio famoso è quello di Abu Omar Al-Shishani, ex militare georgiano di etnia cecena. Al Shishani, che vuol dire “il Ceceno” in arabo, è stato di fatto considerato il braccio destro di Al Baghdadi fino alla morte, avvenuta nel luglio 2016 in Iraq.

Fig. 2 – Un gruppo di militanti di Jabhat Al Nusra scampato fortunosamente a un bombardamento dell’aviazione siriana su Aleppo, novembre 2014

Nato in Georgia nel 1986, Al Shishani aiutò sin da giovane i gruppi ribelli nelle loro azioni di guerriglia durante il secondo conflitto ceceno. Successivamente si arruolò nell Esercito georgiano e, grazie alle sue ottime capacità militari, riuscì a raggiungere presto il grado di sergente, distinguendosi soprattutto durante la guerra russo-georgiana del 2008. Dopo essere stato espulso dall’Esercito per una grave tubercolosi ed essere stato incarcerato per possesso illegale di armi da fuoco, nel 2012 Al Shishani decise di recarsi in Siria per adempiere al jihad. Fu comandante della Brigata Muhaajireen, che successivamente, unendosi ad altre formazioni militari jihadiste, divenne il già nominato gruppo Jaysh al-Usra. Con la nascita del Califfato di Al Baghdadi, salì ai vertici delle gerarchie dell’ISIS, fino a diventare comandante militare in Siria.

Fig. 3 – Ramzan Kadyrov, l’uomo forte di Mosca in Cecenia

MOTIVAZIONI IDEOLOGICHE – Per comprendere perché un così alto numero di cittadini ceceni ha deciso di prendere parte al conflitto siriano, è necessario esaminare la storia del loro Paese. Storicamente, la Cecenia è a maggioranza musulmana e ha sempre rappresentato per Mosca una regione molto difficile da controllare a causa delle proprie rivendicazioni di indipendenza. Questa situazione ha portato nel 1994 e nel 1999 a due conflitti fra indipendentisti ceceni e soldati russi che hanno completamente devastato la regione. Durante il gravissimo caos creato dai conflitti con il Cremlino, l’influenza dell’ideologia wahabita ha visto una crescità esponenziale all’interno della popolazione: già la Seconda Guerra Cecena presentava infatti dinamiche simili a quelle di un attuale conflitto mediorientale moderno, con atti terroristici e azioni di guerriglia intervallati a operazioni militari convenzionali . Anche all’interno delle istituzioni cecene si era ormai fatto strada il fondamentalismo islamico: nel 1996 l’allora vicepresidente della Cecenia era Shamil Basayev, un miliziano fondamentalista. Nel 1998 Basayev prese contatti con Al-Qaida e l’anno successivo invase il Daghestan con l’intenzione di creare un califfato a cavallo con la Cecenia, creando così il casus belli che avrebbe portato alla Seconda Guerra Cecena. Un piano che ha un’evidente somiglianza ideologica con il Califfato di Al Baghdadi. Inoltre, gli stessi Stati islamici che oggi hanno un rapporto ambiguo con l’ISIS hanno sempre sempre appoggiato fermamente le rivendicazioni di indipendenza cecene, specialmente l’Arabia Saudita, che sperava in un’espansione della propria influenza nella regione tramite l’ideologia wahabita.

Fig. 4 – Un ragazzo porta a passeggio dei cavalli per le strade di Birkiani, villaggio d’origine del famigerato jihadista Omar Al Shishani

Francesco Pennetta

Un chicco in più

Il conflitto nell’est dell’Ucraina presenta caratteristiche simili alla Siria per quanto riguarda il ruolo dei foreign fighters ceceni. Dalla parte del Governo di Kiev si trova il battaglione Dzhokhar Dudayev, composto da veterani della Seconda Guerra Cecena, mentre dalla parte dei ribelli filo-russi militerebbe un numero non meglio precisato di cittadini ceceni. Kadyrov, come Putin, ha negato qualsiasi coivolgimento del Governo ceceno in Donbass e ha affermato che i combattenti ceceni in Ucraina sono tutti volontari.

Foto di copertina di Jordi Bernabeu Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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