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Cina e Corea del Nord (II): comunismo, business e ordigni nucleari

Dopo oltre mezzo secolo di affinità strategiche e ideologiche, l’alleanza tra Pechino e Pyongyang appare sempre più traballante, soprattutto a causa dell’atteggiamento provocatorio del regime di Kim Jong-un sulla delicata questione nucleare. Tuttavia Pechino non vuole perdere i vantaggi offerti dalla sua decennale cooperazione con la Corea del Nord e sta cercando di trovare un difficile equilibrio tra interessi nazionali e obblighi internazionali.

NORDPOLITIK – Alla fine degli anni Ottanta la Cina mutò la propria strategia in Asia orientale aprendo agli investimenti sudcoreani per poi creare una rete di scambi sempre pi fitta che approdò ad una normalizzazione delle relazioni con Seul, avvenuta nel 1992, frutto di una visione più pragmatica e meno idealista. La linea politica di apertura del Governo della Corea del Sud, la Nordpolitik, finalizzata a tessere una rete di rapporti commerciali proficui, fu accolta da tutti i Paesi dell’area come realizzazione della “distensione” successiva alla fine della guerra fredda.  La Cina, dal canto suo, fece in modo di preparare l’alleato nordcoreano a tale svolta, presentando l’apertura di relazioni con la Nán Cháoxian (南 朝鲜), cioè con la parte sud (nan) della Corea (Chaoxian), come necessaria per garantire l’ingresso di entrambe le Coree nell’ONU e per implementare gli scambi  economici.

Fig. 1 – Incontro tra Kim Jong-Il e Hu Jintao a Pechino nel gennaio 2006

IL PROGRAMMA NUCLEARE NORDCOREANO – Dal canto suo la Repubblica Democratica di Corea ha proseguito il proprio cammino, isolata ed appartata dal resto del mondo, governata da un regime comunista ereditario, un po’ come successo a Cuba, di cui ha incrociato il destino in quanto fu proprio all’indomani della crisi dell’isola caraibica nel 1962 che Kim Il Sung avviò il primo progetto nucleare come unico possibile baluardo di difesa per un Paese povero e arretrato, piano sospeso nel 1994 e poi riattivato nel 2002 con l’abbandono del Trattato di non proliferazione nucleare. A fronte di ciò il Governo di Pechino, dopo diversi anni di appoggio quasi incondizionato all’antico Stato vassallo, ha modificato la propria linea strategica svolgendo un ruolo attivo nella questione, promuovendo tavoli di discussione multilaterale con l’intento di trovare un compromesso che consentisse di costruire un dialogo pacifico per la pace e la stabilità nella penisola coreana ed in tutto il Mar Cinese Orientale.

Fig. 2 – Uno dei sospetti siti nucleari nordcoreani a Yongbyon, nel nord del Paese

Nel 2016 nuovi venti di guerra hanno attraversato il Ponte dell’Amicizia sino-coreana, che unisce le due sponde del fiume Yalu, confine idrografico tra Cina e Corea del Nord. A Pyongyang, rasa completamente al suolo nel 1953 e poi interamente ricostruita, e in tutta la regione il Governo comunista è parso intento ad assemblare e far esplodere bombe all’idrogenolanciare  presunti satelliti, sulla cui natura missilistica proprio non sorgono dubbi e la cui gittata può arrivare fino all’isola di Okinawa. Dopo l’ultimo lancio di un missile balistico a medio raggio di tipo Musudan, del  maggio 2016, seguito ad altri tre lanci in aprile, è salita l’allerta nel Mar Cinese Orientale, dove si sono svolte minacciose esercitazioni congiunte tra americani e sudcoreani e sono molteplici gli sconfinamenti di motovedette nordcoreane oltre le proprie acque territoriali. Il Governo cinese tiene sotto stretto controllo il confine coreano, e dal vulcano Changbaishan cerca di monitorare da vicino gli esperimenti, mentre importanti esponenti del regime nordcoreano si sono recati all’inizio dell’estate 2016 a Pechino per spiegare, al vecchio ed irritato alleato, le reali intenzioni del leader Kim Jong-un.

STILE JUCHE – In primavera si era aperto, nella “Casa della Cultura 25 aprile di Pyongyang”, il VII Congresso del Partito dei lavoratori della Repubblica Democratica di Corea, nel corso del quale era stata formalizzata la decisione di rafforzare l’arsenale atomico del regime, sperimentando le proprie testate e miniaturizzando ordigni nucleari per dar prova della propria forza militare. Il “Grande Sole del XXI secolo”, Kim Jong-un, ha promesso al popolo, come previsto dalla strategia Byungjin Line , non solo di diventare una potenza nucleare, ma anche di accelerare lo sviluppo economico, per realizzare a pieno l’ideologia patriottica statuale che, con retorica vetero–stalinista, viene diffusa dalla torcia che sovrasta la torre dell’Idea Juche, miscellanea di marxismo- leninismo, tradizioni coreane, neoconfucianesimo e culto degli antenati (il padre, il “caro leader”, eterno segretario generale Kim Jong-Il ed il nonno del dittatore, il presidente Eterno Kim Il Sung), per affidare alle masse (evocate sulla scia di Mao) la realizzazione di un’economia autarchica e autosufficiente. Come durante il fascismo, il tempo si scandisce in Anni Juche, che partono dall’anno successivo alla nascita di Kim senior.

Fig. 3 – Uno dei surreali paesaggi urbani di Pyongyang, capitale della Corea del Nord

Al contrario Pechino, che ha in vari modi ispirato il sistema Juche, assimilabile al maoismo della rivoluzione culturale, mira a sostenere il nuovo Premier nordcoreano Pak Jong-ju, formalmente alleato di Kim Jong-un, affinché implementi riforme economiche sul modello cinese, puntando ad un inserimento nell’attuale sistema internazionale come ha già fatto il Dragone, pur con i suoi tempi e le sue modalità, soprattutto dopo il cambio progressivo di fronte dell’ex Unione Sovietica, sostenitrice del regime, che, divenuta Russia, è ora partner economico della Corea del Sud, il cui divario economico con il Nord è sempre più consistente. Dal discorso di Xi Jinping del 2013 tenuto per il Boao Forum for Asia (BFA) è stato elaborato un nuovo concetto di pace, che difficilmente si coniuga con le ambizioni espresse dal Presidente nordcoreano di una testata nucleare miniaturizzata destinata ad essere montata su missili a lungo raggio. Da una parte lo Stato di Mezzo deve contenere le mire espansionistiche del vicino, che ha protetto nel corso della storia e che sembra, forse anche per il contributo della stampa internazionale, ormai indifendibile, dall’altra deve proteggere la penisola coreana, in quanto zona cuscinetto indispensabile per mantenere un ragionevole equilibrio tra Pyongyang, Seul e Washington, non dimenticando Mosca e Tokyo.

Fig. 4 – Donne nordcoreane sfilano in abito tradizionale durante i festeggiamenti annuali per il compleanno di Kim Il Sung, nonno dell’attuale leader Kim Jong-un e fondatore della Repubblica Democratica Popolare di Corea

ROVESCIAMENTO DI ALLEANZE? – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in un comunicato stampa del 26 aprile 2016, ha riaffermato la condanna della Corea del Nord dopo l’ulteriore violazione delle risoluzioni 1718 (2006), 1874 (2009), 2087 (2013), 2094 (2013) e 2270 (2016) che proibiscono risolutamente lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi missili balistici, anche quando i lanci non vadano a buon fine. Nell’ultima risoluzione, la 2270 (2016), si sottolineava come tali attività, contribuendo allo sviluppo di sistemi di lancio di armi nucleari, possono aumentare la tensione nella regione e diffondere timori di guerra tra tutte le nazioni. L’invito ad astenersi da ulteriori azioni in violazione delle risoluzioni e di ristabilire una moratoria sui lanci di missili suona perentorio. La risoluzione 1718 del 2006 aveva anche previsto l’istituzione di un apposito Comitato, allo scopo di cooperare alla stabilità della penisola coreana e del Nord-est asiatico e di raggiungere una soluzione pacifica, diplomatica e politica attraverso il dialogo. L’ONU continua a monitorare la situazione, dopo aver adottato varie misure coercitive, tra cui l’embargo per il commercio di armi, il congelamento dei beni, il divieto di viaggi e altri vincoli sui prodotti di lusso al fine di colpire la leadership al potere che circonda il giovane dittatore, evitando le “conseguenze umanitarie negative” per i civili, la maggioranza dei quali vive in dure condizioni economiche per la carestia endemica.

Fig. 5 – Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon condanna il test nucleare nordcoreano del gennaio scorso

Queste risoluzioni, proposte da Washington e concordate con Pechino, dopo lunghi e faticosi negoziati, costituiscono una novità assoluta nel panorama geopolitico non solo per la durezza delle sanzioni, ma soprattutto per il palese (o solo apparente?) cambio di fronte da parte cinese. In effetti il Governo della RPC, che continua a prestare assistenza all’antico vassallo, sostiene ora la necessità che la Corea abbandoni gli esperimenti nucleari per impegnarsi in uno sviluppo pacifico, nonostante i timori di un rafforzamento del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), il sistema missilistico di difesa americano in Corea del Sud, temuto anche dalla Russia. Il Dragone intende così riprendersi lo storico ruolo di catalizzatore della regione per presentarsi come ago della bilancia a livello globale, auspicando un alleggerimento della presenza americana nei propri mari ed allontanare il rischio di un accerchiamento strategico. Inoltre la Cina sa di poter giocare un ruolo più incisivo rispetto al Giappone, ancora debole militarmente nonostante la reinterpretazione, con la Cabinet Decision del 2014, dell’art. 9 della Costituzione, che prevede il ripudio totale della guerra, in quanto rappresenta il principale partner commerciale  della Corea del Nord per cibo, energia e armi.

BRINKMANSHIP – La penisola coreana, impregnata di cultura cinese, per la sua collocazione geopolitica, rimane comunque terra di contesa per le grandi potenze dell’area, ed i suoi Governi usano una strategia di “rischio calcolato” (brinkmanship) sia con gli Stati Uniti, che si trovano nella necessità di frenare le mire di una inquietante dittatura e contemporaneamente l’ascesa cinese, sia con la RPC, che non può scontrarsi apertamente con i leader nordcoreani, temendo la presenza americana troppo vicina ai propri confini e nel rispetto del principio di non interferenza nella domestic jurisdiction degli altri Paesi (per non mettere in discussione il proprio assetto interno). Il Governo della RPC, assurto ai vertici economici mondiali, con un PIL in frenata ma comunque di tutto rispetto, si trova perciò a giocare una partita veramente difficile anche per il chain-gang che la lega agli Usa, nonostante gli interessi strategici inevitabilmente in conflitto, per le reciproche necessità di import – export, e alla Corea del Nord, povera di materie prime, arretrata tecnologicamente, che necessita  del petrolio, dell’hardware e del software che la Cina esporta in cambio di ferro e carbone coreano, i cui ricavi permettono al Paese di sostenere la propria spesa militare.

Fig. 6 – Il Segretario di Stato americano John Kerry e il Ministro degli Esteri nordcoreano Ri Su Yong si ignorano vicendevolmente al vertice ASEAN di Kuala Lumpur dell’agosto 2015

Negli ultimi tempi Pechino ha condizionato gli scambi ad un utilizzo civile dei ricavi, che si traduce in una effettiva adozione delle sanzioni, per non compromettere la nuova normalità, che postula il raggiungimento di un nuovo equilibrio geopolitico nel cortile di casa, a sostegno di un ritorno ai passati splendori. Nei colloqui intercorsi nel giugno 2016 a Pechino, un alto rappresentante del Partito dei lavoratori coreano ha proposto, coerentemente alla strategia sopra esposta,  un nuovo  Leap Day:  se Seoul e Washington sospenderanno le esercitazioni militari congiunte, potrebbe essere possibile avviare con la Corea del Nord colloqui sulla denuclearizzazione (nel 2012 gli Stati Uniti promisero 240.000 tonnellate di aiuti alimentari in cambio di una moratoria sui test nucleari e missilistici). La minaccia nucleare diventa così merce di scambio, un bargaining chip, per avere cibo e rifornimenti e per veicolare tali scelte all’interno del Paese.

Mentre il centro di gravità dell’economia mondiale si sta spostando verso il Pacifico,  tra Cina e “tigri asiatiche” (Hong Kong, Taiwan, Singapore e Corea del Sud), quest’ultimo land bridge della regione,  lungo il 38° parallelo, sembra sospeso tra passato e futuro, uno ieri di retorica vetero – stalinista, culto della personalità ed autoritarismo ed un oggi globalizzato che oscilla tra minacce nucleari, forte ascendente cinese (persino nel look, definito Mao suit) e attacchi informatici (a banche filippine, vietnamite e del Bangladesh di cui è accusata la Corea del Nord). D’altro canto la lezione libica ricorda al Governo cinese come l’implosione di un regime possa creare immani problemi non solo economici ma anche umanitari, che destabilizzerebbero non solo la zona ma l’intero disegno di sviluppo economico culturale e politico del Paese del Centro.

PROSPETTIVE FUTURE – Il Dragone parallelamente alla sua corsa economica ha enucleato una politica per una Corea pacifica e stabile, possibilmente libera dalla presenza statunitense, che ha determinato l’appoggio, nella corsa alle presidenziali USA del 2016 al «politico saggio» che il Governo di Pyongyang considera un «candidato lungimirante», quel Donald Trump, che, se vincesse le elezioni americane, abbandonerebbe la strategia isolazionista (sempre che si fermi il programma nucleare?!) e addirittura ritirerebbe le truppe americane di stanza a Seul, miraggio di riunificazione della penisola  e di rimpiazzo dell’egemonia americana in Estremo Oriente.

Fig. 7 – Membri della Moranbong Band, famosa banda musicale militare nordcoreana, arrivano a Pechino per una breve tournee, dicembre 2015

Potranno un giorno i soldati della fascia demilitarizzata, paradiso ecologico non frequentato dall’uomo, abbassare le armi e sollevare lo sguardo solo per un attimo, per osservare il volo della gru siberiana, che si credeva estinta, nella speranza che il bianco vortice delle sue ali crei un “effetto farfalla” anche per la Terra della Quiete Mattutina e che questo sia foriero di tornadi di pace ed unità?

Elisabetta Esposito Martino

Un chicco in più

Proprio durante il G20 di Hangzhou, su cui il Governo cinese ha puntato molto per affermare il suo crescente ruolo di grande potenza internazionale, la Corea del Nord ha lanciato tre missili balistici nel Mar del Giappone, violando lo spazio aereo di Tokyo. Immediate le proteste di Giappone e Corea del Sud, mentre la Cina ha mantenuto un imbarazzato silenzio. La vicenda è sicuramente destinata a riaccendere il dibattito sullo spiegamento del sistema anti-missile THAAD in Corea del Sud, a cui Pechino è contraria.

Foto di copertina di Roman Harak Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

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