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Il futuro agrodolce del settore petrolifero del Canada

Il boom estrattivo statunitense, che accompagna il Paese verso l’obiettivo dell’indipendenza energetica, pone a rischio le esportazioni di oro nero dei suoi storici fornitori. Il Canada, che esporta verso gli USA gran parte del proprio petrolio, si trova particolarmente esposto, e ciò pone i petrolieri canadesi nella situazione di dover cercare in futuro nuovi partner verso cui esportare, come la Cina, l’India e i Paesi dell’Unione Europea

L’INCERTO FUTURO DEL PETROLIO CANADESE SUL MERCATO AMERICANO – Il Canada, grazie alla propria stabilità e alla propria posizione geografica di Paese confinante con gli USA, è riuscito ad emergere, negli anni successivi allo shock petrolifero del 1973, come primo fornitore di petrolio degli Stati Uniti, Paese in pieno deficit energetico e con una domanda di petrolio sempre elevata, che per le compagnie petrolifere canadesi ha rappresentato una fonte di profitti sicuri. Il Canada attualmente esporta verso gli Stati Uniti oltre il 90% del petrolio che estrae, per un valore di oltre 74 miliardi di dollari nel 2015. Tali relazioni commerciali, assai proficue per i produttori canadesi, ma utilissime anche per le casse dello Stato, sono state rafforzate nel corso degli anni Novanta da accordi di libero scambio (NAFTA), e dalla costruzione di una rete di oleodotti, che hanno contribuito ad abbattere i costi per vendere e trasportare il petrolio oltre confine, facendo lievitare i flussi di scambio, e quindi anche i margini di profitto.

Fig. 1 – Una raffineria petrolifera nei dintorni di St John, nella provincia canadese del New Brunswick

Sussiste però un’incognita: nonostante nel 2015 il valore dei flussi petroliferi canadesi in uscita verso gli USA abbia raggiunto il massimo storico (quasi 1,4 miliardi di barili) confermando un trend in crescita dal 1993, serpeggia il rischio che tale equilibrio simbiotico e commerciale tra i due Paesi nordamericani possa subire importanti cambiamenti nel medio e lungo periodo. Nell’ultimo decennio, infatti, il boom del fracking ha permesso di estrarre quantità crescenti di gas e petrolio dal suolo americano, mentre i passi avanti dell’amministrazione Obama in termini di energie rinnovabili hanno gettato l’humus per una futura crescita della percentuale “green” della produzione energetica USA. Il risultato è che, a partire dallo scorso decennio,  il deficit energetico statunitense ha iniziato a diminuire: se tale trend dovesse persistere, il risultato comporterà un calo delle importazioni di petrolio da parte degli USA, fino alla totale cessazione in caso di raggiungimento della tanto discussa indipendenza energetica. Ciò si tradurrebbe in un disastro immane per i produttori canadesi che, esportando quasi esclusivamente verso gli USA, corrono il rischio di non riuscire più a vendere il proprio prodotto, e potrebbe anche comportare dure conseguenze economiche per il Canada, sia a livello occupazionale che erariale.

L’IMPORTANZA DEL SETTORE PETROLIFERO PER I CONTI PUBBLICI CANADESI – Nonostante l’elevata diversificazione dell’economia canadese, il Paese continua a dipendere in ampia misura dal proprio settore petrolifero (che riguarda anche le tanto discusse oil sands, altamente inquinanti ): il petrolio infatti rappresenta ben il 19% dell’ export canadese (dati 2014), e le compagnie petrolifere canadesi occupano una quantità non trascurabile della forza lavoro del Paese (oltre 550mila persone ). Le compagnie petrolifere, inoltre, sono tassate sia a livello federale, sia a livello provinciale ( income tax federale al 15% sui profitti, income tax provinciale, che varia da provincia a provincia, e imposte indirette tra cui Sales Tax) e contribuiscono in misura determinante alle entrate fiscali canadesi, quindi anche alla spesa pubblica, che incide su settori in cui il Canada è sempre riuscito a distinguersi, come l’istruzione, la sanità e il welfare.

Fig. 2 – Un oleodotto attraversa la provincia canadese dell’Alberta, principale luogo d’estrazione delle famigerate “oil sands” 

Grazie a tale settore chiave il Canada ha potuto sostenere una consistente spesa pubblica, con una bilancia fiscale prossima al pareggio, che ha permesso di mantenere bassi il debito pubblico (al 66% rispetto al PIL) e la pressione fiscale sui cittadini. Il contributo del settore petrolifero sulle entrate fiscali Canadesi però è da considerare come un’arma a doppio taglio, poiché lega in maniera molto stretta la salute dell’economia e dell’erario pubblico canadese a quella del settore petrolifero, che, in caso di crisi di quest’ultimo (calo dei profitti o ancor peggio bancarotta), minaccerebbe la stabilità della bilancia fiscale. Una situazione che obbligherebbe inevitabilmente il Governo federale all’indebitamento per sostenere la spesa.

NUOVI SBOCCHI PER L’EXPORT: UE, CINA E INDIA – Di fronte alla possibilità di perdere lo storico cliente americano, soprattutto in caso di raggiungimento da parte di Washington dell’indipendenza energetica, sarà quindi opportuno per i produttori canadesi ricercare nuovi sbocchi e opportunità verso cui esportare, cercando possibilmente di diversificare il network di acquirenti esteri ( in modo da  non incorrere più nello stesso errore di vendere a un unico grande cliente). Una buona alternativa potrebbe essere l’Unione Europea: la UE sta attraversando una fase di forti tensioni diplomatiche con la Russia, e desidera ridurre la propria dipendenza dal gas russo (che è un pericoloso strumento di deterrenza nelle mani di Putin), per trovare nuovi fornitori affidabili. Il Canada, agli occhi di Bruxelles, rappresenta l’alternativa ideale alla Russia, e ciò lo si può dedurre dall’enfasi data a favore del CETA, e dal fatto che l’UE, nella Fuel Quality Directive, non riconosca come dannoso il petrolio derivante dalle oil sands, che invece è altamente inquinante. Il Canada dunque potrebbe trarre buoni risultati in uno scenario di competizione per i mercati europei con la Russia, anche perché quest’ultima è sottoposta a un duro regime di sanzioni da parte della UE.

Fig. 3 –  Manifestazione di protesta a Los Angeles contro l’oleodotto Keystone, che dovrebbe portare il petrolio canadese dall’Alberta al sud degli Stati Uniti

Ma quella europea è solo una tra le possibili alternative. Un altro grande sbocco commerciale, molto promettente, si trova a ovest del Canada, e comprende i due grandi  giganti asiatici, ovvero la Cina e l’India, che a livello mondiale, dopo gli Stati Uniti, sono i due maggiori consumatori ed importatori netti di petrolio, sostanza che per essi rappresenta (assieme al carbone) un elemento chiave per sostenere la crescita dell’economia e dei consumi, almeno fino al medio periodo. Il grande interesse per il petrolio da parte di questi due Paesi è evidente poiché entrambi sono visibilmente interessati a implementare le proprie reti di approvvigionamento idrocarburico: una, la Cina, è impegnata con la costruzione di oleodotti e gasdotti con la Russia, mentre l’altra, l’India, ha rafforzato i suoi legami con l’Iran, nella speranza di costruire un oleodotto che arrivi fino in India, passando per il Pakistan. Entrambi i Paesi, che desiderano non solo implementare, ma anche diversificare il più possibile l’insieme dei propri fornitori di petrolio, hanno manifestato l’interesse ad importare petrolio dal Canada, attraverso investimenti (soprattutto da parte di Sinopec) ed esternazioni (come quella del Ministro del Petrolio indiano Dharmendra Pradhan nel 2015, che ha espresso interesse a importare petrolio dal Canada, in modo da ridurre la dipendenza dell’India dall’OPEC) rendendo realistica la possibilità di instaurare in futuro proficue relazioni commerciali. Tali occasioni, se colte, assicureranno alle compagnie petrolifere nuovi sbocchi con cui sopravvivere in quello che per loro sarà probabilmente un futuro post-americano.

Fig. 3 –  Il Premier canadese Justin Trudeau con il Presidente cinese Xi Jinping: la Cina rappresenta un partner energetico sempre piu’ importante per Ottawa

Simone Munzittu

Un chicco in più

Le oil sands sono sabbie bituminose presenti in enormi quantità nel Canada,che detiene il 70% delle riserve mondiali, concentrate quasi tutte nell’Alberta. Da queste sabbie si ricava un petrolio sintetico, molto competitivo sul mercato. Nonostante la crisi vissuta dal settore in seguito al calo dei prezzi del petrolio negli anni scorsi,  il petrolio delle sabbie bituminose cerca il proprio riscatto nel CETA, con la speranza di essere esportato competitivamente in Europa grazie alla riduzione delle barriere doganali come previsto dal trattato. Per l’estrazione delle oil sands e la successiva conversione in petrolio si utilizzano tecniche particolarmente inquinanti, che hanno causato danni di enorme entità alla taiga e alla fauna dell’Athabasca, regione dell’Alberta ricca di tali sostanze.

Foto di copertina di jasonwoodhead23 Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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