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Sud Sudan: i mille volti di una guerra civile

A luglio gli scontri tra le due principali fazioni politiche ed etniche del Sud Sudan sono ripresi, destabilizzando l’equilibrio precario dell’apparato statale. La crisi dei rifugiati in fuga dal Paese rischia di compromettere gli equilibri regionali e internazionali

RIPRENDONO GLI SCONTRI – Il 9 luglio 2016 il Sud Sudan avrebbe festeggiato il quinto anniversario dall’indipendenza. Un traguardo raggiunto a fatica nel 2011, dopo anni di lotte intestine al Sudan, agglomerato di etnie e culti religiosi differenti, risultato ibrido delle devastanti politiche coloniali del secolo scorso. Il 7 luglio, tuttavia, la guerra civile tra truppe governative, al servizio del presidente Salva Kiir, e membri dell’SPLM-IO (Sudan People Liberation Movement In Opposition), la fazione di ribelli fedele al vicepresidente Riek Machar, è ricominciata nella capitale del Paese, Juba. Nel giro di cinque giorni – dal 7 all’11 luglio – l’escalation di violenza ha provocato 300 vittime (di cui 33 civili) e circa 40mila sfollati. Svanite le speranze di chi intravedeva nell’accordo di pace firmato nell’agosto 2015, la fine della guerra civile cominciata nel 2013 e le ragioni per cui il conflitto non sembra assopirsi sono molteplici.

Fig. 1 – Il leader dei ribelli e vicepresidente Riek Machar e il presidente Salva Kiir parlano alla nazione dopo il ritorno di Machar a Juba, lo scorso aprile. Il ritorno di Machar, allontanato nel 2013 in seguito all’accusa di golpe ai danni del Presidente, avrebbe dovuto sancire definitivamente la fine della guerra civile 

LA QUESTIONE ETNICA – Inizialmente la guerra civile sembrava ruotare intorno alla rivalità tra le etnie dinka – quella del presidente Kiir, – che rappresenta il 35% della popolazione e nuer, di cui fa parte il 15% della popolazione, tra cui lo stesso vicepresidente Machar. Sotto la presidenza di Kiir l’etnia dinka si è imposta a livello istituzionale, riducendo al minimo l’influenza delle altre realtà tribali. Facendosi portavoce delle istanze politiche dei nuer, degli shilluk e di altre etnie minoritarie, Machar ha cavalcato l’ondata di malcontento nei confronti della politica clientelare di Kiir. Tuttavia la presenza di sessanta etnie nel territorio sudsudanese ha affiancato alla dimensione generale del conflitto un’infinità di micro-rivalità tra le etnie minoritarie in cui le ragioni politiche del conflitto si mescolano a interessi più materiali, quali l’accesso alle risorse naturali e il diritto sulla terra o sul bestiame.

Fig. 2 – Sfollati interni giungono a Wau, nel Sud Sudan, in attesa di essere registrati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)

EQUILIBRI REGIONALISecondo il resoconto della portavoce di UNHCR Melissa Fleming il numero di migranti in fuga dal Sud Sudan verso l’Uganda è raddoppiato negli ultimi dieci giorni, arrivando a un totale di 52mila rifugiati dall’inizio degli scontri tre settimane fa. Il Kenya ha registrato l’arrivo di 1.000 rifugiati, mentre altri settemila si sono diretti in Sudan. In totale nell’ultimo mese circa sessantamila persone hanno lasciato il Paese, portando il numero di rifugiati sudsudanesi nei Paesi circostanti a un totale di novecentomila persone dall’inizio degli scontri nel dicembre 2013. Questi esodi, oltre a favorire nell’immediato i network criminali che gestiscono il traffico di armi, beni preziosi ed esseri umani indirizzandoli verso il Mediterraneo mediante le rotte saheliane e sahariane, rischiano di peggiorare i già instabili equilibri regionali. La guerra civile, del resto, ha già visto le principali potenze regionali schierarsi dalla parte dell’uno o dell’altro schieramento: l’Uganda ha sostenuto apertamente il regime di Salva Kiir, mentre Kenya ed Etiopia hanno appoggiato la causa dei ribelli di Machar. Il massacro di Gambella avvenuto in Etiopia negli scorsi mesi, è l’esempio lampante di una rappresaglia politica che dimostra quanto il conflitto sia tutto meno che contenuto entro i confini nazionali.

INTERESSI INTERNAZIONALI – Sebbene le motivazioni siano differenti, Stati Uniti e Cina condividono il comune interesse di scongiurare la ripresa delle ostilità in Sud Sudan. Già prima dell’indipendenza gli Stati Uniti nutrivano un interesse per il futuro Paese, ricco di giacimenti petroliferi. Secondo il database dell’ODA, a partire dal 2005 il Sudan è stato il terzo destinatario degli aiuti economici statunitensi dietro a Iraq e Afghanistan. Dopo la secessione e in seguito alla condanna da parte della Corte penale internazionale imposta al presidente sudanese al-Bashir per crimini contro l’umanità, gli Stati Uniti si sono dichiaratamente schierati con il Governo di Juba e continuano a sostenere la necessità di proteggere l’apparato statale anche in tempi di guerra civile. Dopo aver fortemente sostenuto l’indipendenza, gli USA non possono accettare che il “lieto fine” per il Sud Sudan si sia trasformato in un minaccioso incubo.
Pechino si è mantenuta negli anni più ambigua, coltivando solide relazioni con il nuovo Governo del Sud Sudan – per proseguire la proficua attività di estrazioni di greggio, – al tempo stesso senza condannare apertamente Khartoum. Tuttavia, nonostante la storica reticenza del Paese a interferire negli affari interni, la Repubblica Popolare non ha negato il suo coinvolgimento diretto nella MINUS, la missione ONU di gestione dell’emergenza in Sud Sudan. Negli scontri dell’11 luglio due soldati cinesi del contingente delle Nazioni Unite hanno perso la vita. La Cina ha prontamente provveduto a evacuare il suo staff, mentre si discute ancora la necessità di un’operazione militare congiunta a livello internazionale.

Fig. 3 – Un civile sudsudanese parla con un peacekeeper delle Nazioni Unite, in un campo a nord-est di Malak. Le rappresaglie nei confronti di sfollati e caschi blu sono un fenomeno frequente 

Caterina Pucci

Un chicco in più

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Foto di copertina di Speaker resources pubblicata con licenza Attribution License

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