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Turchia: le reazioni curde al tentato golpe

La caotica galassia delle sigle curde in Turchia ha reagito in ordine sparso al tentativo di golpe di luglio. Mentre i carri armati scendevano per le strade di Ankara e Istanbul, le regioni orientali dell’Anatolia rimanevano sorprendentemente calme – almeno per gli standard locali. Le formazioni curde non hanno infatti approfittato del caos in cui versavano Esercito e Governo, evitando sia azioni sul campo che espliciti endorsement. E ora stanno cercando di riposizionarsi nei complessi scenari politici del dopo golpe, dominati dal vecchio nemico Erdogan. 

 I “VARI” CURDI: ÖCALAN– Quando si parla di curdi, bisogna ricordare che non stiamo facendo riferimento ad un “blocco” omogeneo che esprime un’unica volontà, bensì ad un’etnia frammentata da confini nazionali, appartenenze religiose, gruppi linguistici e sigle ideologiche. L’”idra” curda in Turchia ha quantomeno tre teste: la prima è quella “storica”, rappresentata da Abdullah Öcalan. Leader politico e fondatore del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan), è detenuto in Turchia dal 1999. Partner privilegiato del Governo turco nella -eufemisticamente- tormentata ricerca di una soluzione pacifica alla questione curda, è il “volto” internazionale dei curdi ed è popolarissimo fra la sua gente. Rimane però un’incognita quanto la sua leadership venga ancora rispettata dai vertici del partito dopo più di sedici anni di carcere e una decisa virata verso il pacifismo che ha segnato la fine di una carriera nella militanza armata.

Fig. 1 – Manifestazione curda a Istanbul contro il tentato colpo di stato militare del 15 luglio scorso

IL PKK -La seconda testa è costituita invece dalla dirigenza “sul campo” del KFM (Kurdish Freedom Movement) capitanato in Turchia dal PKK e delle sigle ad esso affiliate. Nel 2013 il partito ha conosciuto un deciso rimpasto dei suoi vertici operativi, optando per un approccio “pragmatico” con la benedizione di Öcalan. Uomo forte dello schieramento si è confermato Murat “Cemal” Karayılan, co-fondatore del PKK e ora guida del suo braccio armato, l’HPG (Forze di difesa del Popolo). Anche per Karayılan, non è chiaro se sia in grado di far aderire l’intero schieramento alla propria linea; in particolare il gruppo TAK (Falchi della libertà del Kurdistan) -che ha già rivendicato quattro attentati nel solo 2016- è ancora sotto la lente di ingrandimento degli esperti di terrorismo, impegnati a stabilire se esso svolga il lavoro “sporco” per conto del PKK o si tratti di un gruppo autonomo formato da fuoriusciti.

L’HDP– Infine c’è il Partito Democratico del Popolo (HDP) e il suo leader Selahattin Demirtaş. Nato solo nel 2012, prima ancora che come partito “curdo” l’HDP mira a presentarsi come schieramento di sinistra progressista à la Podemos, e grazie a questa tattica è riuscito a guadagnare sufficienti consensi per entrare in Parlamento. Nonostante sia considerato dai suoi detrattori una mera declinazione del PKK -che è ufficialmente identificato da decenni come organizzazione terroristica- le linee programmatiche dei due schieramenti si sono spesso distinte. In particolare, le trattative intavolate da Öcalan per consentire ad Erdoğan di ottenere una riforma in senso presidenziale in cambio di una maggiore autonomia curda -fulcro del progetto di pacificazione immaginato dai due- sono state rigettate del partito di Demirtaş.

Fig. 2 – Selahattin Demirtas, leader del Partito Democratico del Popolo (HDP), parla a un recente comizio politico nel distretto di Gezi, 23 luglio 2016

LE REAZIONIL’HDP ha preso posizione contro l’azione militare mentre questa era ancora in corso – mettendo però ben in chiaro che questo però significava schierarsi a difesa dell’ordinamento democratico, non appoggiare le scelte del sempre più autoritario Governo Erdoğan.

Nel breve periodo, per l’HDP il golpe avrebbe significato una sconfitta comunque si fosse risolto: i generali -kemalisti o gülenisti che fossero- difficilmente avrebbero lasciato mano libera ad un partito così smaccatamente anti-nazionalista, mentre in caso di insuccesso la reazione dell’AKP era pressochè scontata. La  scelta di optare per il “male minore” (ovvero una democrazia guidata da un “uomo forte”) potrebbe pagare in futuro buoni dividendi in termini di consensi all’HDP, che viene sempre più visto come partito protettore dei diritti civili ed è ora molto più attraente per quegli elettori moderati spaventati dalle politiche di Erdoğan. Rimane da capire come e se il partito e l’ordinamento democratico sopravviveranno al climax crescente di repressione che sta caratterizzando il controgolpe – climax dal quale i curdi sono stati per ora esclusi.

Fig. 3 – Manifestazione del PKK a sostegno di Abdullah Ocalan, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Imrali dal 1999

Demirtaş ha inoltre invitato PKK e AKP a riavviare i colloqui di pace, sospesi con la ripresa del conflitto lo scorso anno. Inutile dire che il PKK non si è mostrato così conciliante, pur mantenendo per certi versi una posizione simile a quella dell’HDP: con un comunicato ufficiale ha infatti dichiarato di non parteggiare per nessuna delle due fazioni, ha definito “fascista” il Governo dell’AKP e ha ribadito che continuerà la propria lotta per liberarsi da quella che considera a tutti gli effetti un’occupazione armata da parte dell’Esercito turco.
In tutto questo, Öcalan tace – ma non per sua volontà. Rinchiuso sull’isola-carcere di İmralı, dal giorno del fallito golpe non ha più contatti con l’esterno, né in forma scritta né per via telefonica. Questa misura restrittiva dovrebbe proseguire per tutta la durata dello “Stato d’Emergenza” dichiarato dal Governo (quindi almeno altri tre mesi) e si va a sommare al divieto di ricevere visite, che dura ormai da più di 15 mesi.

Fig. 4 – Miliziani del PKK presidiano una strada di Diyarbakir, novembre 2015

LE NUOVE STRATEGIEL’HDP rimane stretto fra l’incudine del PKK e il martello dell’AKP, costretto a lavorare per non perdere il sostegno curdo ma al contempo deciso a mostrarsi un buon movimento “turco praticante” per non offrire spunti alla repressione in questa fase di inedita solidarietà fra i partiti scatenata dal golpe. Il partito di Demirtaş sta cercando inoltre di non retrocedere nella sua battaglia in difesa della democrazia e dei diritti civili. Anche il PKK non avrà vita facile nei prossimi mesi: approfittare sconsideratamente della temporanea debolezza dell’Esercito renderebbe il conflitto che imperversa nel sud-est dell’Anatolia ancora più sanguinoso, con il rischio che il Governo opti per intensificare l’intervento militare nella regione e -forte del ritrovato sostegno dell’opinione pubblica- trasformi le città curde in campi di battaglia permanenti (più di quanto già non lo siano).

Fig. 5 – Intervista del Presidente turco Erdogan con la giornalista Lucia Goracci di Rai News 24, 1 agosto 2016

In un contesto del genere, Öcalan rischia di passare dal sedere al tavolo delle trattative al sedere sul tavolo delle trattative, come preziosa pedina di scambio o potenziale casus belli. La tensione rimane dunque altissima, anche se non si può escludere che i due schieramenti soppesino i costi (altissimi) e i benefici (tutti da determinare) di uno scontro e finiscano per optare per una nuova fase di distensione – al netto di colpi di coda, azioni isolate e tentativi di mascherare l’ammorbidimento della propria posizione.

Francesco Castelli

Un chicco in più

Nel corso della medesima intervista, il candidato repubblicano Donald Trump è riuscito sia a dichiararsi “un grande fan dei curdi” che a spendersi a favore del “bad guy” Saddam Hussein, lamentandosi che tutti se la siano presa con il defunto rais iracheno solo perchè ha sparso in giro “un po’ di gas” – riferendosi alle famigerate armi chimiche usate da Hussein negli anni Ottanta proprio per uccidere migliaia di oppositori curdi. 

Foto di copertina di opposition24.de pubblicata con licenza Attribution License

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