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L’Ecuador di Correa e il Governo della moneta, una questione aperta

L’Ecuador di oggi è il frutto delle drastiche decisioni di politica monetaria di Correa. Sarà in grado di continuare sulla strada della giustizia sociale? Oppure il suo destino è strettamente legato a quello del Presidente, principale artefice delle riforme economiche?

CORREA E LO SCENARIO DI CONTROVERSIE MONETARIE – Le recenti esperienze di politica monetaria dell’Ecuador possono apparire, ad un primo sguardo, piuttosto singolari se non addirittura stravaganti. La “dollarizzazione” di inizio millennio e il rifiuto di pagare le rate del debito estero nel 2009 sono gli esempi più clamorosi, ai quali si accompagnano uno stretto controllo sulle riserve delle banche private e la sperimentazione, iniziata nel 2015, di una moneta elettronica direttamente emessa dalla Banca Centrale. Al di là del clamore talvolta denigratorio che tali misure hanno generato, esse aprono a nuovi orizzonti di sperimentazione economica che è opportuno comprendere sia nei presupposti che nelle conseguenze, gettando anche un implicito sguardo comparativo sull’Europa odierna, in cui il vincolo monetario appare particolarmente stringente. Procediamo con ordine a una breve ricognizione dei fatti.

I DELUDENTI RISULTATI DI UNA DECISIONE DRASTICA – Il primo punto di svolta è collocabile nel settembre del 2000, quando l’allora presidente Jamil Mahuad decise di adottare il dollaro statunitense come moneta nazionale. L’obiettivo dichiarato era di combattere la galoppante inflazione (nel 1999 arrivata al 61%) e l’inarrestabile svalutazione del sucre, la vecchia moneta, dovuta a una bilancia dei pagamenti costantemente in passivo. I risultati di una manovra talmente drastica da non avere precedenti né seguiti in America Latina sono stati subito buoni per quanto riguarda l’inflazione, ma molto deludenti nel processo di riduzione del debito estero, la cui ascesa era ritenuta strettamente correlata alla svalutazione continua della moneta nazionale. I prestiti, infatti, erano stati nominalmente contratti in dollari. Anche con la rivalutazione forzosa, però, il debito estero è continuato a lievitare passando dai 13.000 miliardi di dollari nel 2000 ai 17.000 nel 2006, in una spirale che l’automatismo degli interessi crescenti impediva di arrestare.

CORREA E UN DEBITO DA NON PAGARE – Il secondo punto di svolta arriva nel 2007, quando viene eletto Presidente della repubblica Rafael Correa. Formatosi come economista prima in Belgio e poi negli Stati Uniti, Correa è stato uno dei fautori, insieme a Chávez in Venezuela e a Morales in Bolivia, della cosiddetta rivoluzione bolivariana, l’auspicato nuovo corso di politica economica avente come scopo la progressiva emancipazione delle nazioni latinoamericane dal capitale internazionale. Personaggio di indubbio spessore intellettuale e carisma politico, Correa è diventato immediatamente poco gradito alla finanza internazionale, di cui aveva più volte dichiarato di conoscere i meccanismi talvolta perversi. Il motivo specifico dell’antipatia va individuato nelle numerose dichiarazioni di Correa, sia come ministro nel 2005 che durante la campagna presidenziale del 2006, contro la legittimità dell’ingente debito estero ecuadoriano. Alle parole sono seguiti i fatti.

Fig. 1 – Il Presidente Correa 

Le conseguenze dell’indebitamento ecuadoriano erano diventate, nel 2007, tra le più drammatiche del continente latinoamericano. Il servizio del debito estero (dato dal pagamento delle rate più gli interessi) aveva infatti superato il 40% del bilancio nazionale, assorbendo una grossa fetta della spesa pubblica potenzialmente destinata ai servizi sociali essenziali e agli investimenti sulle infrastrutture. Così, nel novembre 2008, dopo uno studio condotto dalla Comisión para la Auditoría Integral del Crédito Público (CAIC), appositamente creata, l’Ecuador dichiara illegittimi i debiti contratti precedentemente. La motivazione risiede nel principio del debito odioso e immorale, riconosciuto dal diritto internazionale. Il capitale, queste le conclusioni dell’inchiesta, non era stato destinato alla spesa pubblica produttiva, ma perlopiù sperperato in progetti eterodiretti e inutili o, addirittura, appropriato in modo fraudolento dall’élite economica nazionale e le dittature militari, con la complicità delle banche straniere.
Il solo annuncio di insolvenza spaventa le Borse, e alla fine del 2008 inizia una corsa alle vendite dei titoli di debito ecuadoriani, che perdono oltre il 60% del loro valore nominale di emissione in poche settimane. Nel corso del 2009 l’Ecuador li riacquista a un valore di molto inferiore e, pur non dichiarando mai tecnicamente il default, riesce di fatto a sgonfiare vistosamente il valore del debito. Un’operazione finanziaria indubbiamente ad alto rischio di destabilizzazione politica ed economica ma, analizzata a distanza di qualche anno, lungimirante e soprattutto efficace. Il vecchio brocardo in voga negli Stati Uniti durante la crisi del 1929 secondo cui se devi alla banca una piccola somma, la banca ti possiede, ma se devi alla banca una grande somma, possiedi tu la banca, non deve essere sfuggito a Correa.

IL GOVERNO DELLA MONETA – La situazione odierna dell’Ecuador, quando Correa si appresta a terminare il suo terzo mandato dichiarando che non si ricandiderà, è anche il risultato delle due scelte di cui si è raccontato. La “dollarizzazione” dell’economia, ad esempio, è stata mantenuta, nonostante i ripetuti annunci di un suo superamento. I vantaggi per l’inflazione, piaga storica dell’America Latina, appaiono infatti evidenti e nel 2015 la perdita del valore della moneta si è fermata al 4%, un dato poco preoccupante anche a fronte di un rallentamento della crescita economica, stimata ancora inferiore all’1% nel 2016. E se in termini di politica economica internazionale ciò può aver comportato un limite in un Paese la cui economia è ancora fortemente dipendente dalle esportazioni di prodotti primari, la drastica riduzione del debito estero ha liberato risorse da investire all’interno, nonostante il crollo del prezzo del petrolio, i cui introiti superano il 70% sul totale delle esportazioni.
La moneta solida e l’acquisizione del debito estero, oltre che la legge bancaria sull’obbligo di detenzione in patria di almeno il 60% dei depositi, hanno però compensato la vulnerabilità della bassa diversificazione produttiva, permettendo il mantenimento di una spesa pubblica adeguata a continuare gli investimenti e la rincorsa alla riduzione della povertà. I dati sono incoraggianti: dal 2006 al 2015 la percentuale della popolazione al di sotto della linea di povertà è passato dal 38 al 22,5%, mentre l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza distributiva, dallo 0,54 allo 0,47%. Anche se nel 2016 la disoccupazione ha toccato il 7% e già nel corso del 2015 le proteste si sono fatte progressivamente più incalzanti, le scelte di politica economica di Correa sembrano ancora reggere il colpo della crisi economica e mantenersi coerenti con i proclamati obiettivi di giustizia sociale. L’Ecuador, in una fase di forte instabilità di tutto il continente latinoamericano, sembra consegnarci un insegnamento importante: la moneta deve essere al servizio della società, non la società a servizio della moneta.

Fig.2 – Protesta della popolazione indigena a Quito, 2015

GLI ENIGMI FUTURI – Almeno due sono gli interrogativi che permangono. Il primo riguarda il destino di Correa, che nel 2017 terminerà il mandato. Ancora più del Venezuela e della Bolivia, la recente esperienza economica dell’Ecuador sembra strettamente legata a quella della personalità del suo presidente-economista, a cui agli eccessi di protagonismo fanno da contrappeso per nulla banali visioni politiche di lungo periodo. Il secondo interrogativo riguarda, ancora una volta, la questione petrolifera: in una fase in cui i prezzi del petrolio non risalgono, sarà difficile per il futuro presidente mantenere il consenso sociale senza aumentare la produzione, decisione che si scontra con la mai risolta questione indigena, legata alla preservazione della giungla amazzonica. D’altro lato, gli investimenti esteri cinesi sembrano voler sostituire quelli statunitensi. Nodi intricati che vanno affrontati al più presto.

Riccardo Evangelista

Un chicco in più
L’ultima battaglia monetaria di Correa è quella contro i paradisi fiscali, accusati di sottrarre in modo fraudolento risorse per lo sviluppo dei Paesi poveri. Anche a causa del declino dei governi venezuelano e boliviano cerca al riguardo un alleato d’eccezione: il Vaticano

 

Foto di copertina di MCPE Ecuador pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

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