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L’insostenibile fragilità del Kashmir

In 3 sorsiIl Kashmir indiano sta vivendo un periodo di proteste tra i più violenti degli ultimi anni. Coprifuoco, social network oscurati e giornali chiusi fanno da contorno a un clima che rimane fortemente instabile


1. UNA NUOVA ONDATA DI PROTESTE
– L’8 luglio scorso un raid delle forze di sicurezza indiane ha portato all’uccisione di Burhan Wani, giovane leader del gruppo separatista kashmiro Hizbul Mujahideen. L’episodio ha tramutato il malcontento dilagante tra la popolazione in violente proteste in cui hanno perso la vita almeno 45 persone, mentre sono più di mille i feriti.
Le manifestazioni più violente si sono concentrate nei dieci giorni successivi alla morte di Wani. Le autorità hanno imposto il coprifuoco in tutti i distretti del Kashmir indiano, sospendendo i servizi di telefonia mobile e l’accesso a Internet per scongiurare mobilitazioni di massa. A partire dal 16 luglio il Governo ha imposto il blocco dei media come ulteriore precauzione contro possibili sensazionalismi e atti di propaganda anti-indiana: i giornali locali sono al momento chiusi con divieto di stampa, mentre la TV via cavo è oscurata in tutta la regione.
Appena 22enne, Wadi era diventato il volto della ribellione indipendentista del Kashmir. Nominato comandante del principale gruppo militare separatista, Hizbul Mujahideen, prestava il suo volto ai numerosi video di propaganda anti-indiana ben conosciuti in tutta la regione himalayana. Il giovane ufficiale era considerato un terrorista dalle autorità indiane, ma un combattente per la libertà da molti kashmiri e pakistani.
Alla notizia della sua morte, rivendicata dalle autorità come una delle maggiori vittorie nella lotta contro i separatisti, migliaia di persone sono scese in strada in numerose città della regione intonando slogan di protesta. Le manifestazioni si sono concentrate nel distretto della Valle del Kashmir, provincia centrale dello Stato federato indiano del Jammu e Kashmir.
Il Kashmir non è nuovo a questo genere di eventi, ed il clima di tensione che si respira è l’indicatore del fragile equilibrio tra governati e governanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 1 – Un manifestante mostra la fotografia di Burhan Wani durante una protesta, luglio 2016

2. MALCONTENTO DIFFUSO – A nord del sub-continente indiano, stretta nella morsa di India, Pakistan e Cina, la regione del Kashmir è oggetto di dispute fin dal 1947, anno della partizione tra India e Pakistan. Questi ultimi ne rivendicano entrambi l’intera sovranità, e ne amministrano de facto due porzioni distinte, mentre la Cina si accontenta di controllare l’area più limitata dell’Aksai Chin, nel nord-est.
La parte di amministrazione indiana forma lo Stato federato del Jammu e Kashmir, dove la maggioranza della popolazione è di fede musulmana e percepisce un certo distacco ideologico con il Governo induista di Delhi.
A partire dalla fine del 2015 gli episodi di protesta contro l’occupazione indiana sono aumentati, di pari passo con la crescita della militanza armata e la formazione di gruppi attivi per l’indipendenza. Secondo molti osservatori, tale trend si manifesta in risposta al successo dei movimenti nazionalisti induisti, popolari tra la classe media indiana: le elezioni generali del 2014 hanno infatti visto la vittoria del partito nazionalista di Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party (BJP), che ha conquistato la maggioranza nella Camera bassa del Parlamento indiano. Nello stesso anno, le elezioni regionali in Kashmir hanno visto la formazione di un Governo di coalizione tra il BJP, che ha ottenuto la maggioranza nella divisione del Jammu, ed i suoi rivali democratici del People’s Democratic Party (PDP), a loro volta vincitori in Kashmir.
La decisione del PDP di condividere il Governo della regione con i nazionalisti induisti rappresenterebbe un punto di svolta, in seguito al quale i musulmani della valle del Kashmir hanno cominciato a nutrire un forte sentimento anti-indiano e la volontà di costruire una propria identità nazionale, percepita come inesistente all’interno di un contesto politico che non li rappresenta.
Una tale crisi ideologica è comprensibile in una regione che da più di sessant’anni è contesa tra due Stati. In aggiunta, la lontananza fisica e ideologica dal Governo centrale di Delhi, l’alto tasso di disoccupazione giovanile e l’assenza di opportunità economiche hanno contribuito a creare un clima di malcontento diffuso tra i kashmiri, soprattutto i più giovani.

Fig. 2 – Sostenitori del People’s Democratic Party durante un comizio elettorale nel novembre 2014

3. FRIZIONI TRA INDIA E PAKISTAN – In questo vuoto di rappresentanza politica, la militanza ed i movimenti separatisti acquisiscono consensi crescenti tra la popolazione. Il movimento di cui faceva parte Wani viene soprannominato da molti osservatori “militanza new-age”. Wani era infatti molto attivo sui social, dove pubblicava contenuti in cui, a differenza delle strategie classiche, si mostrava a volto scoperto e invitava la popolazione ad opporsi alle ingiustizie inflitte dalle forze occupanti. La sua propaganda è diventata estremamente popolare, soprattutto tra le nuove generazioni, come dimostrato dalle circa 200.000 persone che hanno preso parte al suo funerale.
Sulla morte di Wani, evento scatenante di questo nuovo filone di proteste, non sono mancate le accuse reciproche tra India e Pakistan. Nawaz Sharif, Primo Ministro pakistano, ha espresso il suo cordoglio per l’uccisione del giovane separatista e di molti civili innocenti da parte delle forze di sicurezza indiane. Il Governo di Delhi ha risposto affermando che «la posizione del Governo del Pakistan sulla uccisione di Wani riflette la sua associazione con il terrorismo» e ha invitato Islamabad a «non interferire negli affari interni dell’India».
Rajnath Singh, Ministro dell’Interno del Governo Modi, ha definito i disordini come “sponsorizzati dal Pakistan”, assicurando che Delhi «farà di tutto per riportare i kashmiri sulla giusta strada».
Più che una rassicurazione, suona come una minaccia.

Fig. 3 – Incontro tra il Primo Ministro indiano Narendra Modi e quello pakistano Nawaz Sharif nel dicembre 2015

Emanuel Garavello

Un chicco in più

L’Esercito e le forze di polizia indiane di stanza nella regione himalayana sono al centro di polemiche e accuse di violazioni dei diritti umani. L’ultimo episodio risale al 12 aprile scorso nella città di Handwara, a 50 km dalla capitale Srinagar, dove due giovani manifestanti sono stati uccisi nel corso di una protesta scoppiata in seguito al tentato stupro di una ragazza locale da parte di un soldato indiano. 

Foto di copertina di Kashmir Global pubblicata con licenza Attribution License

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