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Foto di copertina di alisdare1 pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial License

I giovani e la Brexit: una generazione tradita?

In 3 sorsi – La reazione dei giovani britannici alla Brexit: rabbia, frustrazione e disgusto. Una generazione si è vista “portare via il futuro”, ma in molti hanno attribuito questa sconfitta proprio alla bassa partecipazione dei giovani britannici. Ma li si può davvero accusare per questo esito?

1. CAOS ED INCERTEZZA – Giovedì 23 giugno i cittadini britannici sono stati chiamati alla urne per decidere della futura permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Il 24 mattina il caos è divampato. Il timore di un’eventuale Brexit, che era andato aumentando negli ultimi giorni prima del voto, si è trasformato in una definitiva certezza, nonostante le previsioni contrarie di numerosi exit poll. Circa il 52% degli inglesi ha, difatti, votato per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Questa decisione, già dopo poche ore dall’annuncio del risultato, ha avuto pesanti ripercussioni in campo politico ed economico. La (in parte) inaspettata Brexit ha destabilizzato non solo le Borse ed i mercati oltremanica, ma anche quelli europei e, più in generale, mondiali.
Il tracollo della sterlina è stato uno degli effetti più immediati e visibili. In poche ore il cambio con il dollaro ha toccato livelli bassissimi, come non accadeva dal 1985, e anche il rapporto con l’euro è andato peggiorando. Non solo la borsa di Londra, ma anche quelle degli altri Paesi europei e non hanno risentito del brusco cambiamento di rotta introdotto dal referendum. A diverse settimane di distanza dal terremoto Brexit, l’incertezza ancora dilaga. La politica inglese è quella più colpita, trovandosi in una situazione che, con un eufemismo, si potrebbe definire schizofrenica.
All’indomani della confermata vittoria del leave, il Primo ministro inglese David Cameron ha rassegnato le proprie dimissioni, annunciando che non sarà lui, ma il suo successore alla guida del partito Conservatore, colui il quale guiderà il Regno Unito nella sua uscita dall’Unione.

Fig. 1 – David Cameron annuncia pubblicamente le sue dimissioni dopo i risultati del referendum, 24 giugno 2016

Le dimissioni del Primo ministro hanno subito dato il via ad una “corsa per la poltrona” all’interno del partito Conservatore. Ma anche su questo versante le cose sono andate complicandosi. La partita, che dagli annunci iniziali si sarebbe dovuta protrarre fino a ottobre, è rimasta aperta solo per qualche settimana. Iniziata con l’ex sindaco di Londra Boris Johnson favorito per la leadership, e proseguita con il voltafaccia” dell’amico e collega Michael Gove (che all’ultimo momento da deciso di candidarsi personalmente alla guida del partito), la “corsa” si è conclusa il 13 luglio, quando la favorita Theresa May, ministro degli Interni del Governo Cameron e, seppur moderatamente, sostenitrice del remain, è diventata il nuovo premier britannico.
La situazione non è migliore sul fronte Labourista. Jeremy Corbyn, leader del partito, è stato da molti attaccato ed incolpato per il risultato referendario, che ha visto la sconfitta del remain. La situazione sembra essere piuttosto tesa, soprattutto dopo le dichiarazioni della compagna di partito Angela Eagle, la quale ha pubblicamente richiesto le dimissioni di Corbyn dalla guida del Labour. Al momento il partito labourista sembra essere spaccato in due, nella totale incapacità di prendere una posizione unitaria in materia di Brexit e di soluzioni future.
Ulteriore tassello dell’ormai caotico puzzle politico inglese sono state le inaspettate, quanto scioccanti, dimissioni di Nigel Farage, leader dell’Ukip, principale partito promotore della Brexit. Quest’ultimo ha difatti dichiarato di aver “raggiunto le proprie ambizioni politiche”, ottenendo il massimo che il partito da lui fondato si era prefissato: l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Farage, quindi, “abbandona la nave” nel momento di maggiore incertezza sul da farsi (come è stato amaramente sottolineato dal presidente della Commissione Europea Juncker), lasciando la gestione delle trattative per l’uscita dall’Unione ai suoi successori. Insomma, la situazione oltremanica può essere riassunta con una semplice metafora: un cavallo imbizzarrito al quale nessuno vuole provare a tenere le redini. Ma in tutta questa confusione ed incertezza politica (e finanziaria), i sudditi della Regina come hanno reagito?

2. IL NO ALLA BREXIT – Il Guardian li ha definiti il “48%”, ovvero quella parte della popolazione inglese che ha votato per il remain. Dopo lo shock iniziale causato dal risultato referendario, i sostenitori della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea si sono organizzati, manifestando in diversi cortei il proprio dissenso alla Brexit.
Diverse manifestazioni e petizioni anti-Brexit (secondo L’Indipendent, più di tre milioni di persone hanno firmato una petizione per un secondo referendum) hanno avuto luogo nelle due settimane successive al referendum, coinvolgendo migliaia di persone, tra le quali soprattutto giovani. In circa 30.000 hanno preso parte alla “March for Europe” organizzata da Mark Thomas il 2 luglio scorso a Londra, in cui spiccava la bassa età media dei partecipanti.

Fig.2 – Due manifestanti al corteo del 2 luglio 2016 organizzato in segno di protesta per la vittoria del leave

Proprio i giovani sembrano essere quelli più amareggiati, frustrati e addirittura sconvolti dalla Brexit. In un sondaggio condotto dalla LSE (London School of Economics and Political Science), il 32% delle persone intervistate dopo il 24 giugno ha affermato di aver pianto o di aver provato il forte impulso di farlo dopo essere venuto a conoscenza del risultato del referendum. Se si restringe il capo ai soli giovani tra i 18 e 24 anni, la percentuale sale a 47%. Lo studio ha inoltre rilevato che l’esito delle votazioni ha suscitato nella maggior parte dei giovani sentimenti di frustrazione, rabbia e perfino disgusto. In particolare, il rancore dei giovani inglesi si è catalizzato principalmente verso i concittadini più anziani, che hanno votato massicciamente per il leave.
I dati, infatti, sottolineano un’evidente spaccatura della popolazione, non solo a livello geografico (Londra, la Scozia e il Nord Irlanda hanno votato per rimanere, mentre nel resto del Paese ha vinto il leave), ma anche a livello generazionale. Mentre più del 70% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha votato per la permanenza del Regno Unito nell’UE, solamente il 36% degli over 65 ha fatto lo stesso. Buona parte dei giovani inglesi si è sentita tradita e privata di un futuro europeo proprio da quei concittadini che hanno avuto la possibilità di godere, durante la propria gioventù, dell’“Europa unita”.

3. I GIOVANI E LE URNE – In uno studio del Financial Times, John Burn-Murdoch analizza la partecipazione elettorale dei giovani inglesi, che tanto numerosi sono scesi in piazza dopo la Brexit, quanto poco si sono presentati alle urne.
È risaputo che tendenzialmente il turnout (partecipazione elettorale) dei giovani è di lunga inferiore a quella dei concittadini più “maturi”, ma il referendum del 23 giugno ha messo drasticamente in evidenza questo fenomeno.
Mentre più dell’80% dei cittadini over 65 si è presentato alle urne, solo il 36% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha fatto lo stesso. Questa scarsa partecipazione ha di molto mitigato la forte preponderanza di giovani inglesi per il Bremain (il 75% ha votato per rimanere nell’Unione Europea). Alcuni hanno affermato che i giovani inglesi possono solo incolpare se stessi per il risultato referendario, ma questo è stato chiaramente smentito dall’analisi di Burn-Murdoch. Difatti, la partecipazione elettorale degli under 35 sarebbe dovuta essere del 73% per ribaltare l’esito del referendum, un dato totalmente irrealistico per questo gruppo.
Altri hanno incolpato anche il fatto che non è stata concessa l’opportunità di votare ai ragazzi di 16 e 17 anni, i quali avrebbero potuto rovesciare i risultati. Anche questa affermazione è da prendere con le pinze, poiché non basta contare tutti i cittadini britannici tra i 16 e i 17 anni, ma bisogna anche “pesarli” statisticamente, per la probabilità che questo gruppo di persone ha di partecipare a delle votazioni. Anche se questi ragazzi avessero potuto votare, non sarebbe bastata neppure la partecipazione di più del 70% di loro per evitare la Brexit.

Fig. 3 – Un ragazzo esibisce un cartellone con le scritta “Europa, la nostra casa + futuro” durante la manifestazione anti-Brexit tenutasi a Londra, 2 Luglio 2016

Di conseguenza non è corretto incolpare i giovani per essersi “distrutti con le proprie mani”. Sicuramente il fatto di non partecipare ad una decisione così importante per il proprio Paese e per il proprio futuro è sintomo di un problema profondo legato alla (non) partecipazione politica delle nuove generazioni. Ma da qui a dire che la Brexit è causa loro ne deve passare di acqua sotto i ponti. L’unica certezza che in questo momento di caos abbiamo è che saranno i proprio questi giovani coloro i quali dovranno gestire uno dei più delicati e complicati cambiamenti nella storia d’Europa.

Valentina Nerino

Un chicco in più

Per approfondire meglio l’analisi della partecipazione elettorale tra i giovani (e non solo) si rimanda all’articolo di John Burn-Murdoch. Per una carrellata di suggestive immagini della manifestazione del 2 luglio tenutasi a Londra, si consiglia il reportage fotografico del Guardian

 

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