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Burundi, l’ennesimo stop dei negoziati di pace

In 3 sorsi – In Burundi la crisi politica si fa sempre più pesante. Per trovare una soluzione, la Comunità dell’Africa orientale ha tentato di organizzare infruttuosamente dei negoziati di pace, l’ultimo dei quali si è aperto il 12 luglio, in Tanzania, ma è subito fallito per la scarsa collaborazione delle parti in causa

1. LA CRISI – Il Burundi è piombato in una profonda crisi politica nell’aprile 2015, a seguito della decisione del Presidente Pierre Nkurunziza di ricandidarsi per un terzo mandato, mentre la Costituzione del Paese prevede l’elezione per solo due mandati. In polemica con questa violazione costituzionale, le opposizioni sono insorte e hanno organizzato varie proteste contro il capo di Stato, tutte brutalmente represse dalla polizia – secondo fonti ONU sarebbero morte 479 persone.
Inoltre agenzie delle Nazioni Unite e varie organizzazioni umanitarie quali Amnesty International e Human Rights Watch hanno riportato numerose violazioni dei diritti umani perpetrate soprattutto dal braccio armato del partito governativo, le milizie Imbonerakure, ai danni della minoranza tutsi.
Spaventati dalla situazione, più di 250mila burundesi sono fuggiti verso i Paesi vicini, in modo particolare verso la Tanzania, la quale ospita, in condizioni precarie, il terzo accampamento per rifugiati più grande al mondo.
Al fine di risolvere la crisi, sia le Nazioni Unite che l’Unione Africana hanno tentato diversi approcci. Il Palazzo di vetro ha valutato per esempio la possibilità di inviare una missione di polizia per controllare la situazione e garantire il rispetto dei diritti umani, mentre l’Organizzazione con sede ad Addis Abeba ha minacciato Nkurunziza di distribuire cinquemila peacekeeper sul suolo burundese. Tuttavia in entrambi i casi il Presidente si è mostrato restio ad accettare una soluzione, dichiarandosi contrario a ospitare in Burundi qualsiasi forza armata internazionale.

Fig. 1 – Recenti proteste nella capitale Bujumbura contro il presidente Nkurunziza

2. LE NEGOZIAZIONI PRECEDENTI – Nel frattempo anche gli attori regionali si stanno dando da fare per appianare i dissidi interni al piccolo Stato.
Già nel gennaio di quest’anno si sono svolti infruttuosi negoziati in Uganda – supervisionati dal Presidente Yoweri Museveni tra il partito governativo (CNDD-FDD) e i cinque partiti d’opposizione, riuniti sotto il nome di Conseil National pour le respect de l’Accord d’Arusha pour la Paix et la Réconciliation au Burundi et de l’Etat de droit (CNARED).
A marzo di quest’anno la Comunità dell’Africa orientale (EAC) ha nominato l’ex presidente della Tanzania Benjamin Mkapa come mediatore tra le fazioni burundesi. Questo round di dialogo si sarebbe dovuto tenere ad Arusha tra aprile e maggio e sarebbe dovuto durare circa un mese, ma così non è stato. Ancora una volta, infatti, il Governo di Nkurunziza ha rifiutato di partecipare alle negoziazioni, sostenendo di non essere stato consultato in merito alla riunione, cosicché la Comunità dell’Africa orientale è stata costretta ad annunciare che avrebbe rinviato i colloqui. L’ennesimo slittamento ha provocato un inasprirsi della situazione interna, al punto che la vice direttrice regionale di Amnesty International è intervenuta denunciando un incremento della violenza e delle violazioni dei diritti umani: «L’ultimo anno, – ha dichiarato, – è stato caratterizzato da uccisioni, torture, arresti arbitrari. Nelle ultime settimane si è assistito a un aumento di omicidi o attacchi contro rappresentanti di alto livello provenienti da tutte le parti interessate».

3. ANCORA UN NULLA DI FATTO – I colloqui per la pacificazione in Burundi sono ripresi il 12 luglio, sempre ad Arusha. Come annunciato dal ministro degli Affari Esteri del Burundi, Alain Nyamitwe, i punti principali del colloquio riguardavano il ritorno dei rifugiati in patria e la preparazione per le elezioni del 2020. Sfortunatamente l’accordo tra le varie fazioni contendenti sembra però allontanarsi sempre più. Cinque partiti d’opposizione hanno infatti boicottato questo ciclo di colloqui per la decisione del mediatore Mkapa di coinvolgere nelle discussioni anche Pacifique Nininahazwe, Armel Ningoyere e Minani Jean, esponenti di diversi partiti accusati di violazioni dei diritti umani e di essere coinvolti in un tentativo di colpo di Stato contro Nkurunziza nel maggio 2015.
Jean Didier Mutabazi, presidente della formazione RADEBU, tra le principali dell’opposizione, ha dichiarato: «Dopo la crisi umanitaria che hanno causato in Burundi, siamo molto sorpresi dalla loro inclusione nel dialogo. Per noi non ci sono le condizioni per proseguire il dialogo».
Anche i rappresentanti del Governo hanno espresso il loro disappunto e hanno abbandonato il tavolo in segno di protesta contro i partecipanti accusati di voler rovesciare il Presidente.
Alcuni membri della società civile hanno tuttavia criticato gli inviati di Nkurunziza per le sue posizioni intransigenti. Uno dei loro più insigni esponenti, Gabriel Rufyiri, ha asserito che l’esecutivo dovrebbe dialogare con coloro che non appoggiano le sue politiche e non solo con i propri alleati.

Matteo Nardacci

Un chicco in più

Secondo una stima del Fondo Monetario Internazionale, la crisi in corso in Burundi ha provocato un crollo dell’economia del 7,4% nel 2015, facendolo passare dal terzo Paese più povero al mondo al più povero, con un PIL pro capite di $315,20 dollari per abitante.

Foto di copertina di GovernmentZA pubblicata con licenza Attribution-NoDerivs License

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