contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - USA2016: ciak alle convention. Intervista a Francesco Costa (2)
8186374093_271af899e6_b_usa-presidential

USA2016: ciak alle convention. Intervista a Francesco Costa (2)

Prosegue la chiacchierata de Il Caffè Geopolitico con Francesco Costa, vicedirettore de Il Post, in questi giorni in trasferta negli Stati Uniti per seguire e raccontare nelle sue ormai celebri newsletter le convention dei Partiti repubblicano e democratico a Cleveland e Philadelphia. Nella seconda parte parliamo del fenomeno Trump e dei grattacapi demografico-aritmetici del partito repubblicano

(Seconda parte)

Rileggi qui la prima parte

Perché Trump si è candidato?
La candidatura era per Trump un gioco a vincere: anche se avesse perso o si fosse ritirato avrebbe guadagnato in termini di popolarità o di debito nei confronti dell’establishment repubblicano. Il premio di consolazione in caso di fallimento, in sostanza, sarebbe stato quello di diventare ancora più popolare e ancora più ricco. Giunti a questo punto penso di poter dire che Trump vuole diventare Presidente perché vuole farlo, pensa di poterlo fare e pensa di poter far bene al Paese. Naturalmente alla base c’è un ego smisurato, ma questo vale per tutti: bisogna avere un ego gigantesco per pensare di poter fare il Presidente degli Stati Uniti!

Che fare ora che si trova la nomination praticamente in tasca?
Sarà un candidato inedito, diverso da tutti gli altri. Innanzitutto perché non ha un gran rapporto con l’establishment del partito. Ampia parte dei membri del suo staff, infatti, sono familiari. Considerate che il comitato elettorale di Trump è il suo ufficio nella Trump Tower a New York. Ha pochi volontari in giro per il Paese, poche persone che fanno raccolta fondi. Trasmette pochi spot pubblicitari. Sta gestendo questa patata bollente come nessun candidato ha mai fatto prima. Questi modi totalmente poco ortodossi sono comunque modi che gli hanno consentito di arrivare fin qui e che gli danno delle concrete possibilità di farcela.

Uno dei dati più sorprendenti a riguardo della campagna elettorale di Donald Trump è la conclamata inadeguatezza della macchina comunicativa, sia in termini di risorse, sia in termini di strategia. Se in clima di primarie i toni e i gesti esasperati tipici di Trump hanno avuto il loro effetto vincente, sicuramente non basteranno e anzi risulteranno controproducenti per il confronto di novembre. Vedi possibili inversioni di rotta in questo senso?
Ciò che ho osservato nel corso di questa campagna elettorale è che in America è diventato efficace un fenomeno che in Europa conosciamo ormai da tempo: la politica anti-sistema. Partiti che, al di là del proprio collocamento a destra o a sinistra, criticano il funzionamento del sistema e sono per definizione, prima di ogni altra cosa, anti-establishment. Trump è stato in grado di comprendere questo trend prima degli altri e ha creato una campagna elettorale ad hoc: quello che lo ha fatto vincere è stato proprio il fatto di essere l’unico candidato anti-establishment. Il suo messaggio, anche se comunicato con metodi rudimentali, poco ortodossi, magari sbagliati, ha avuto successo proprio perché è quello di cui la gente ha fame oggi. Se diventasse un politico come gli altri, perderebbe la sua identità e tutta la sua spinta. Non dimentichiamo, inoltre, che parliamo di un Paese in cui la percentuale di persone che non vanno a votare oscilla tradizionalmente intorno al 40%. In questo senso Trump ha un immenso bacino di potenziali elettori, perché si tratta di persone lontane dalla politica e che quindi possono essere suscettibili a messaggi di anti-politica.

L’aumento demografico di minoranze come ispanici e afroamericani, che votano in massa per i democratici, ha di fatto modificato la mappa elettorale statunitense. È davvero solo una questione di etnia per i democratici e di aritmetica per i repubblicani?
Si tratta di un fenomeno storico oggettivo: gli elettori bianchi sono sempre meno e quelli non bianchi votano sempre meno per i repubblicani. E in questo caso i democratici giocano con il campo in discesa. L’autopsia condotta all’interno del GOP all’indomani della sconfitta di Mitt Romney nel 2012, del resto, parlava chiaro: o il partito riesce a intercettare i voti di alcune fasce di cittadini (giovani, donne e minoranze etniche) o è destinato a perdere. Ebbene, oggi le primarie sono state vinte da Trump che opera secondo l’esatto opposto di questo approccio.
Detto questo, per molto tempo ho lottato contro l’idea che l’identità etnica sia un fattore necessario e sufficiente a far decidere a una persona per chi votare. Perché se sono nero o latinoamericano devo votare sempre per forza democratico? C’è però in gioco un fattore, che i sociologi americani chiamano Identity Politics, per cui in un Paese come l’America, effettivamente, chi sei determina quali esigenze hai e quali sono le tue priorità. Se sei afroamericano potrai pure pensare che le tasse sono alte e vanno abbassate, che la scuola privata è meglio della pubblica e che il riscaldamento globale non esiste, ma questo non basta perché tu voti repubblicano. Avrai comunque altre priorità, come la riforma del sistema penale, perché se sei afroamericano sicuramente hai un parente o un amico che è finito in una certa situazione. Allo stesso modo i bianchi, che si sentono messi in minoranza e che hanno sofferto in modo particolare la crisi, sono sempre più arrabbiati e suscettibili a messaggi anti-sistema.
Alla fine è l’elettorato che decide. Se il partito cambia posizione politica per andare a intercettare minoranze, donne e giovani, ma poi la base vota Trump, vuol dire che gli elettori non sono pronti per questo cambiamento.

Dov’è che il dato demografico può fare maggiormente la differenza?
Direi nel Sudovest degli Stati Uniti, perché quest’area, California a parte, ha sempre votato repubblicano. In Colorado e Nevada da due elezioni vincono i democratici, in Arizona i sondaggi danno un testa a testa tra Trump e Clinton… Nel Sudest, la parte dove c’è maggior concentrazione di afroamericani, la partita si gioca non tanto sul fatto se voteranno Clinton o Trump, quanto piuttosto su quanti afroamericani Clinton riuscirà a portare alle urne. E anche se dovesse portarli a votare in massa, temo non sarebbero sufficienti a garantire la vittoria.

Ci sono temi politici che possono piegare le sorti della campagna elettorale al di là della demografia?
Sicuramente il tema degli scambi e dei trattati commerciali. Per anni l’America, guidata dai repubblicani, ha siglato o negoziato accordi commerciali, nella convinzione che avrebbero solo giovato al Paese. Oggi che il contesto economico-produttivo è più debole, le aziende americane soffrono la concorrenza cinese e molte sono costrette a delocalizzare. Trump è il primo candidato repubblicano da decenni a essere apertamente contrario ai trattati di libero scambio, una posizione peraltro più simile a quella di Sanders. E questa è una posizione che piace alla working-class arrabbiata e anti-sistema. Su questo tema Trump spingerà molto e potrebbe riuscire a scompaginare le carte, andando anche a intercettare voti di Sanders. In quest’ottica si spiega la reazione di Trump all’annuncio dell’endorsement del senatore del Vermont a Clinton. Subito dopo l’annuncio il tycoon ha twittato: «È come se Occupy Wall Street si schierasse con Goldman Sachs». Intendeva parlare proprio agli elettori di Sanders.

Bene, direi che a questo punto manca solo la partenza!
Sarò negli States per tre settimane. Prima a Cleveland per la convention repubblicana. Poi mi sposterò insieme a tutto il circo mediatico a Philadelphia. I lavori della convention si tengono di solito nell’ultima parte della giornata, dalle 18 alle 23. Qui c’è la parte più “televisiva” dell’evento: con i personaggi più importanti che tengono i loro discorsi, celebrities, concerti. Per tutta la giornata, comunque, le città sono in fermento e impegnate da riunioni, raccolte firme, concerti, mercatini. Naturalmente non mi farò mancare un tour culinario del junk food e forse nemmeno un tour di Rocky a Philadelphia, visto che quest’anno è il quarantennale.

Federica Casarsa

Un chicco in più

A proposito… Ma chi è Francesco Costa? Vicedirettore de Il Post, collabora anche con IL, mensile de Il Sole 24 Ore, e Roma Radio. In passato ha lavorato per l’Unità, Internazionale, Il Foglio, l’Ultimo Uomo, Grazia, Studio, Undici, Liberal e Giornalettismo. 32 anni, catanese, è laureato in Scienze Politiche. Tra le sue passioni, oltre alle campagne elettorali, il cibo spazzatura, “Seinfeld”, “West Wing” e la Roma. Dal 2003 tiene un blog (http://www.francescocosta.net/) e da giugno del 2015 fa il punto sulla settimana politica negli USA con una newsletter e, da poco, con la serie di podcast “Da Costa a Costa”.

Foto di copertina di Glyn Lowe Photoworks. pubblicata con licenza Attribution License

0 comments