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Turchia: alle radici del tentato golpe

In 3 sorsi – Metaforico colosso con un piede in Europa e uno in Asia, la Turchia conferma il suo status “unico” di Paese sospeso fra Primo Mondo e Caoslandia. Primo Paese NATO ad affrontare un tentativo di colpo di stato nel XXI secolo, era anche l’unico membro dell’Alleanza Atlantica a maggioranza musulmana fino all’ingresso della ben più piccola Albania nel 2009. Le dinamiche politiche turche – così come la sua storia istituzionale- presentano sostanziali differenze con quelle dei suoi vicini, soprattutto europei. Non si può dunque pensare di comprendere il tentato golpe dei giorni scorsi senza prima conoscerle.

1. KEMALISMO – La Turchia moderna nacque dalla ferma volontà di Mustafa Kemal (1881-1938), Pascià -ovvero generale- dell’Esercito Ottomano. La sua figura venne velocemente mitizzata in Turchia, al punto che lui stesso si assegnò il cognome di “Atatürk” (Padre dei Turchi) mentre era ancora in vita. Kemal riformò profondamente lo Stato, mirando ad una forte occidentalizzazione. Alla sua morte, lasciò alle Forze Armate -istituzione che gode di grandissimo rispetto in Turchia- il compito di difendere la Costituzione e il suo carattere secolare.

Questa investitura concesse ai militari il diritto di intervenire molto attivamente nella vita politica turca. E anche un’ottima scusa per proteggere il proprio potere, secondo le interpretazioni più maliziose. Per tre volte (1960, 1971, 1980) le Forze Armate rovesciarono il Governo e si posero alla guida del Paese, mentre nel 1997 costrinsero alle dimissioni l’esecutivo guidato da Necmettin Erbakan, fautore dell’Islam politico e mentore dell’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Fig. 1 – Il Premier turco Binali Yildirim parla a una folla di sostenitori nel centro di Ankara, 18 luglio 2016

2. HIZMET – Erdoğan non ha esitato ad individuare pubblicamente in Fethullah Gülen l’eminenza grigia dietro al tentato golpe. Gülen è un 75enne ex imam che nel 2013 passò per Erdoğan dallo status di strettissimo alleato a quello di nemesi. Fondatore di Hizmet – movimento islamico tanto moderato quanto nebuloso, attivo specialmente nel campo dell’istruzione – è accusato dal Presidente turco di aver orchestrato una serie di scandali nei suoi confronti e vive da anni in esilio in Pennsylvania. Gülen ha fatto proprio della moderazione il suo punto di forza: mentre il golpe era ancora in corso, il ramo americano del movimento ha rilasciato una dichiarazione di condanna contro ogni interferenza militare nella vita democratica e nella politica interna della Turchia. Anche in politica estera Hizmet mantiene la medesima linea, propugnando un alchemico pan-Islamismo neo-Ottomano basato sulla convivenza fra i diversi credi presenti in Medio Oriente, molto distante dall’aggressivo nazionalismo dell’ultima versione dell’AKP, il partito di Governo.

Sebbene non esistano dati affidabili, è assodato che Gülen goda di un vasto seguito in Turchia – fino al 10% della popolazione, secondo alcuni sondaggi – e specie fra i quadri pubblici e in magistratura Hizmet può contare su numerosi fedelissimi. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Erdoğan era solito identificare questo “Stato ombra” come male assoluto della Turchia. Un male che sarebbe ora intenzionato ad estirpare.

Fig. 2 – Alcuni ufficiali golpisti dopo l’arresto, 18 luglio 2016

3. LE PROSPETTIVE – Erdoğan esce sicuramente rafforzato dal golpe, almeno nel breve periodo. Questo avvenimento -che lui stesso ha definito “un dono di Allah”– gli conferisce la legittimità necessaria per epurare magistratura, esercito e pubblica amministrazione da tutti gli elementi sgraditi. Questo -sommato alla velocità con cui gli arresti sono stati eseguiti e alla disorganizzazione dei rivoltosi- ha spinto più di un osservatore a sollevare fin dai suoi primissimi istanti il dubbio che il golpe fosse una montatura del Governo per accrescere i propri poteri per vie extra-costituzionali.

D’altro canto, l’azione militare accresce l’incertezza dei mercati e soprattutto riporta i rapporti fra Turchia e Stati Uniti -già poco idilliaci negli ultimi anni- ai minimi storici. Alla richiesta di Erdoğan di estradare Gülen ha risposto il Segretario di Stato John Kerry, che durante il golpe si trovava a Mosca in compagnia del Ministro degli Esteri russi Sergej Lavrov. Kerry ha sostenuto che gli Stati Uniti collaboreranno con il Governo turco per individuare i colpevoli, ma senza prove di colpevolezza l’estradizione rimane fuori discussione. I membri dell’esecutivo turco si sono lasciati andare ad esternazioni meno diplomatiche: il Primo Ministro Yildirim ha dichiarato che un Paese che supporta Gülen -considerato il leader di un’organizzazione terroristica- non sarà mai amico della Turchia, mentre il Ministro del Lavoro Süleyman Soylu ha rincarato la dose, dichiarando che “ci sono gli Stati Uniti dietro il colpo di stato”.

Il tutto mentre Stati Uniti e Turchia lottano teoricamente  fianco a fianco per riportare la pace nel caos del Siraq.

Fig. 3 – Manifestazione a sostegno del Presidente Erdogan dopo il fallito golpe, 17 luglio 2016

Francesco Castelli

Un chicco in più

Nel 1997 Erdogan, allora sindaco di Istanbul, venne arrestato con l’accusa di “istigazione all’odio religioso” per aver declamato in pubblico una versione rivisitata della poesia “La preghiera del soldato” di Ziya Gökalp (1876-1924). I versi “Le moschee sono le nostre caserme / le cupole i nostri elmetti / i minareti le nostre baionette / e i fedeli i nostri soldati” gli costarono una condanna a dieci mesi di carcere, abbuonati poi a cinque. Nel frattempo il Refah Partisi (Partito del Benessere) di cui era membro venne sciolto dalla Corte Costituzionale per non aver rispettato i principi del secolarismo politico.

Foto di copertina di Gordon-Shukwit pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

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