contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - USA2016: ciak alle convention. Intervista a Francesco Costa (1)
8370612581_bcdc8c3255_b_usa-presidential

USA2016: ciak alle convention. Intervista a Francesco Costa (1)

Ogni sabato fa il punto della situazione sulla politica USA con la sua newsletter (e da poco anche con una serie di podcast). Per le prossime due settimane sarà là, sul posto, nella sua America, per raccontare le convention di repubblicani e democratici, i due grandi eventi che si terranno a Cleveland e Philadelphia rispettivamente dal 18 al 21 e dal 25 al 28 luglio e che “investiranno” i due candidati ufficiali alla Casa Bianca. 

Per parlare di cosa aspettarci dai due grandi show che saranno le due convention, del pasticcio di Hillary Clinton con le mail, dell’incognita Bernie Sanders, del fenomeno The Donald. Insomma, di tutti gli ingredienti che stanno già rendendo esplosiva la marcia di avvicinamento alle Presidenziali USA del prossimo 8 novembre. Di tutto questo, ma anche di junk-food, un’autentica passione del giornalista catanese Francesco Costa, che non ha fatto mancare qualche prezioso consiglio culinario. Rigorosamente Made in USA.

(Prima parte)

Allora, pronto per il Philly Cheese-Steak? Sarà la tua prima tappa a Philadelphia, scommetto!
Spero proprio di sì, anche perché vorrebbe dire che dopo Cleveland sarò ancora abbastanza in forma da potermi mettere alla prova con le altre specialità del posto! Scherzi a parte, l’idea è proprio quella di utilizzare newsletter e podcast non soltanto per riportare il contenuto politico delle convention, ma anche per tenere una specie di diario di viaggio, per raccontare quello che succede nelle due location. Anche perché per cinque giorni le convention sequestrano le città, che diventano uno dei veri e propri protagonisti dello show…

L’atmosfera delle convention si preannuncia piuttosto rovente, con proteste attese da ambo le parti, anti-Trump a Cleveland e pro-Sanders a Philadelphia…
È probabilmente dagli anni Settanta, quindi dai tempi della guerra in Vietnam, che non si attendevano delle convention così tese. D’altronde le stesse campagne elettorali dei due partiti hanno contribuito a creare questo clima. Per quanto riguarda i repubblicani, nonostante Donald Trump abbia inequivocabilmente vinto le primarie, sono tuttora in corso dei tentativi interni al partito per modificare le regole di funzionamento della convention e lasciare ai delegati la libertà di voto. È altamente probabile che non succederà nulla, perché togliere la candidatura a Trump risulterebbe un tale tradimento della volontà popolare che tra quattro anni sarebbe piuttosto imbarazzante richiamare gli elettori alle urne per le primarie. Ciò che è probabile, però, è che si apriranno dei lunghi giorni di battaglia per Trump, con tanto di litigate e gente che si accapiglia proprio all’interno della convention. Sicuramente, in un modo o nell’altro, ci sarà uno spettacolo.

Fig. 1 – Donald Trump con dei sostenitori

E tra i democratici?
Da parte democratica la situazione si preannuncia più tranquilla. Anche perché l’agognato endorsement di Bernie Sanders a Hillary Clinton è finalmente arrivato. Ed è arrivato dopo una serie di importanti vittorie del senatore del Vermont sulla costruzione del programma del partito, soprattutto su temi come le banche, il salario minimo e l’università gratuita. C’è però tutta una serie di movimenti di “sinistra” esterni al partito che non hanno gradito l’endorsement di Sanders a Clinton, e che sicuramente organizzeranno delle proteste. A tutto ciò potrebbero andare a sommarsi manifestazioni legate ai fatti di Dallas. E proprio la recente attualità ci ha dimostrato come basta un solo soggetto con una pistola per far cambiare radicalmente una protesta in una situazione ingestibile.

Possiamo aspettarci dei colpi di scena?
Un possibile colpo di scena, ma che dovrebbe avvenire poco prima della convention di Philadelphia, potrebbe essere la scelta del vice di Clinton. Parte dei democratici, tra cui i sostenitori di Sanders, vorrebbero una scelta coraggiosa, come la nomina di Elizabeth Warren. Darebbe indubbiamente a questo ticket una forte identità: insomma, si parla di due donne contro un candidato maschilista. Clinton, però, ha dimostrato di avere orientato la campagna elettorale a una sorta di referendum su Trump. Lei stessa sa di non essere popolare e sta cercando di far passare il messaggio: «Io magari non vi piaccio, ma Trump è troppo pericoloso». In questo senso, la nomina di un personaggio come Warren potrebbe “distrarre” gli elettori da un simile registro, perché creerebbe una specie di altro piccolo caso. Possibile che alla fine opterà per un profilo più dimesso, senza troppi punti di forza o di debolezza. In questo caso i sostenitori di Sanders potrebbero animare delle proteste proprio per criticare la scelta.

Fig . 2 – Hillary Clinton

Secondo un recente sondaggio di Bloomberg, tra i sostenitori di Sanders solo il 55% degli intervistati ha dichiarato che voterà per Hillary Clinton. Addirittura il 22% potrebbe decidere di scegliere Donald Trump Altre opzioni potrebbero essere il Partito libertario o i verdi… Clinton è nei guai?
Non si tratta di un fenomeno inedito. Anche alla fine del 2008, quando Obama vinse le primarie e Clinton gli diede il proprio endorsement, all’inizio un’elevata percentuale di elettori democratici dichiararono che non avrebbero votato per Obama. Di solito dopo le convention e con il passare dei mesi il fenomeno si sgonfia. Certo, se questo non dovesse avvenire sarebbe un bel problema per Clinton. Va detto che molti sostenitori di Sanders sono elettori lontani dalla politica che sono rimasti colpiti dal suo messaggio anti-sistema: se hai sostenuto Sanders per questo motivo, perché vuoi una rivoluzione totale, allora sarai quasi più portato a votare Trump che Clinton. Altri appoggiavano Sanders perché era qualcosa di speciale, ma non avrebbero comunque votato per nessuno degli altri candidati. Sono però convinto che Clinton non perderà molto a sinistra: quando Obama e il senatore del Vermont cominceranno davvero a fare campagna elettorale per lei, i risultati arriveranno. Molti infine seguiranno il ragionamento: «Clinton non è il mio candidato preferito, ma non possiamo rischiare un Trump Presidente».

Fig. 3 – Bernie Sanders

Hillary Clinton sarebbe un Presidente molto competente ed esperto, eppure fino a questo momento non è parsa in grado di scaldare i cuori di ampie porzioni dell’elettorato democratico. E di certo lo scandalo delle mail non ha giovato alla sua immagine.
Se volessimo dare un titolo a questa storia potremmo dire che fino a questo momento Trump è stato un candidato formidabile, ma sarebbe un Presidente terribile. Clinton sarebbe indubbiamente un buon Presidente, ma ha notevoli limiti come candidata. La coppia Clinton è al centro delle scene politiche da una trentina d’anni e in questo tempo ha inanellato a una lunga serie di scandali, di cui l’email-gate è solo l’ultimo. A conti fatti è stato appurato che Clinton non ha nascosto nulla al Governo, non ha tratto vantaggi dall’aver creato un proprio server di posta personale. Ha semplicemente tenuto un atteggiamento troppo sbrigativo. O forse l’atteggiamento di chi dopo vent’anni al potere si convince inconsciamente che se la caverà in ogni caso. Fatto sta che per questa leggerezza ora due terzi degli americani pensano che sia inaffidabile, che incarni il prototipo del politico potente che la passa sempre liscia. Bisogna considerare poi che gli otto anni di Amministrazione Obama sono stati insolitamente tranquilli da questo punto di vista: scandali non ce ne sono stati e gli elettori democratici si sono abituati a questo standard. Certo, se il candidato avversario non fosse Trump lo scandalo delle email sarebbe stato un problema enorme, forse insormontabile, avrebbe potuto porre fine alla sua campagna elettorale.

Federica Casarsa

Foto di copertina di DVIDSHUB pubblicata con licenza Attribution License

0 comments