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UE vs Brexit, i profili legali

La decisa reazione degli scozzesi all’esito del referendum e la presa di posizione della Premier Nicola Sturgeon dimostra da un canto, che il potere di seduzione dell’Unione europea è tutt’altro che tramontato e, dall’altro, che il “famigerato” referendum britannico sulla permanenza nella UE non è stato altro che la mossa di un giocatore d’azzardo alle prime armi che ha fatto male i suoi calcoli e ha reso la Gran Bretagna l’inconsapevole vittima dell’incoerenza politica del suo – ormai ex – Premier e delle beghe interne al suo Partito.

Ha colto tutti di sorpresa l’esito del referendum britannico sulla Brexit, sul quale nessuno, neanche chi lo aveva promosso, aveva creduto fino in fondo. Adesso però il popolo britannico, più o meno consapevolmente, si è espresso e il Governo dovrà dare un seguito alla volontà espressa dal popolo. In effetti, trattandosi di un referendum consultivo, sarebbe meglio usare il condizionale e dire che il Governo britannico dovrebbe, ma l’ipotesi concreta di non applicare l’articolo 50 del Trattato UE, pur ventilata, al momento non sembra concretamente percorribile.

UN PO’ DI CHIAREZZA – L’articolo 50 del Trattato UE, abbastanza chiaro nella sua formulazione letterale, lo è un po’ meno nei suoi risvolti pratici in ragione dell’assenza assoluta di precedenti. In base all’art. 50, per il momento, la Gran Bretagna è a tutti gli effetti uno Stato membro, e tale sarà fin quando non avrà notificato (e sempre che questo accada) al Consiglio europeo l’intenzione di recedere. Dopo la notifica, l’Unione europea deve negoziare un accordo con la Gran Bretagna per regolare i reciproci rapporti, ma il processo può avere una durata quasi indefinita, perché se allo scadere del biennio indicato nel Trattato non si è raggiunto un accordo, può accadere o che lo Stato receda anche senza averne raggiunto uno, oppure che il termine venga prorogato – e in questo caso la procedura può concludersi anche in tempi più lunghi. Va da sé, poi, che la Gran Bretagna o qualsiasi altro Stato membro, in futuro potrà rifare domanda di adesione all’Unione europea.

COS’È L’UNIONE EUROPEA – Da un po’ di tempo a questa parte tutti si sono accorti che esiste l’Unione europea. Tutti ne parlano ma pochi sanno cos’è veramente e come funziona. L’Unione europea non è altro che una organizzazione internazionale particolarmente evoluta, che riunisce un certo numero di Stati per il perseguimento di scopi comuni. Dotata di Istituzioni proprie che svolgono funzioni e competenze sulla base di una specifica delega da parte degli Stati per le materie, per così dire delegate, è l’Unione europea che agisce “in nome e per conto degli Stati”.

COSA NON È L’UNIONE EUROPEA – L’Unione europea, dunque, non è uno Stato, né un super Stato e non è neanche un ente sovranazionale. E questo è il problema fondamentale: per risolvere parte dei problemi che oggi sono sotto gli occhi di tutti, è necessario che gli Stati membri si rendano conto che “il re è nudo”, ed escano allo scoperto per risolvere l’ambiguità di fondo che caratterizza la UE che, appunto, non è uno Stato ma, per molti aspetti, agisce come se lo fosse. È dotata di Istituzioni apparentemente evocative della classica suddivisione dei poteri di uno Stato, quando in realtà le decisioni vengono prese, in maniera tutt’altro che democratica, in consessi intergovernativi del tutto distinti e distanti dal contesto sociale europeo. Non a caso Delors si compiaceva di definire l’Europa come un “OPNI” – un oggetto politico non identificato -, mentre Giuliano Amato l’ha definita come “UFO” (unidentified object – oggetto non identificato). Purtroppo queste definizioni valgono ancora oggi, ma a più di sessant’anni dall’inizio del processo di integrazione europea c’è ben poco di cui compiacersi. L’Unione europea ha bisogno di un radicale cambiamento, e le riforme necessarie per legittimarla dovrebbero riguardare sia il conferimento di maggiori poteri al Parlamento europeo – per superare quel deficit di democrazia di cui si parla da anni -, sia il conferimento di quella potestà politica idonea a far acquisire la necessaria legittimazione al suo operato.

BREXIT E DINTORNI – Le Istituzioni europee mostrano tutta la loro fragilità, questo è vero, tuttavia è impensabile che un referendum organizzato senza valutare le conseguenze interne e internazionali del suo esito possa decretare la fine dell’Unione europea. È ragionevolmente improbabile che la Brexit produca un effetto domino e che altri Stati decidano di “uscire” dall’Unione europea. Al contrario, le reazioni scomposte che sono seguite al referendum dimostrano che l’Unione europea è ormai una realtà incontrovertibile perché ha raggiunto uno stadio di integrazione talmente avanzato da esser andata oltre le stesse previsioni della classe politica europea. Dopo il referendum, tuttavia, è necessaria una profonda riflessione ed una rivisitazione in chiave democratica del funzionamento delle sue Istituzioni. In altri termini, gli Stati membri devono fare uno sforzo per riempire di sostanza politica l’Unione europea nella misura in cui o l’Unione europea diventa uno spazio politico, oppure è meglio ripensare la sua struttura, il suo funzionamento e i suoi obiettivi senza alcuna pretesa di integrazione politica, con o senza la Gran Bretagna.

L’UNIONE EUROPEA HA TRADITO SE STESSA – L’Unione europea ha sostanzialmente tradito la sua originaria vocazione e da progetto politico diretto a garantire pace e stabilità è diventato un progetto pressoché esclusivamente finanziario-monetario. È bene ricordare, però, che l’Unione europea non nasce come un progetto neoliberista incentrato esclusivamente sul mercato e, nella prospettiva di un’Europa politica e democratica, se l’Unione europea non vuole rischiare di essere travolta da una globalizzazione che ha dato vita ad un capitalismo senza lavoro, funzionale alle esigenze monetaristiche della finanza internazionale, deve recuperare la sua dimensione e la sua vocazione sociale dei rapporti economico-politici. Non esistono altre soluzioni.

I RISVOLTI POSITIVI DELLA BREXIT – In considerazione dell’attuale scenario geopolitico, è innegabile che gli Stati nazionali – individualmente e singolarmente considerati – hanno perso gran parte del loro potere sovrano: la “globalizzazione”, infatti, ha contribuito in maniera indubbia ad aumentare le esigenze di collaborazione e di cooperazione fra gli Stati, e la scelta di sottoporre a referendum la permanenza britannica nell’Unione europea nell’illusione di recuperare in parte la sovranità nazionale, appare anacronistica e frutto di un ingiustificato egoismo nazionale. Con questo ovviamente non si intende negare le evidenti contraddizioni che sono immanenti alla stessa struttura dell’Unione europea, né si intende negare la necessità di radicali mutamenti del suo sistema istituzionale. Si ritiene tuttavia che, benché il processo di integrazione sia già stato caratterizzato da fasi alterne di crisi e di rilancio, oggi più che mai occorre sbarrare il passo alla resa e compiere azioni estreme per individuare differenti logiche politiche e giuridiche che non ammettano alternative di circostanza e non si pieghino agli interessi particolari degli Stati. Dalla Brexit, dunque, potrebbero scaturire inediti risvolti positivi e dalla situazione di stagnante deriva legata alle ambigue e contraddittorie posizioni assunte dai vari esponenti della politica europea e dall’ingiustificato attaccamento degli Stati membri ad anacronistici egoismi nazionali può derivare il definitivo rilancio del processo di integrazione in termini politici, democratici e di maggiore attenzione ai diritti sociali dei cittadini europei.

Anna Lucia Valvo

Un chicco in più

La crisi che vive ormai da anni l’Unione europea deve essere analizzata tenendo in considerazione il fenomeno della globalizzazione e dei suoi effetti sull’esercizio del potere politico da parte degli Stati nazionali. Il fenomeno della globalizzazione in un certo senso ha determinato la spoliticizzazione dell’esercizio del potere statale, ridotto ad una sorta di amministrazione vincolata e, per converso, ha comportato la politicizzazione in senso incontrollato di altre entità: multinazionali, organizzazioni internazionali, finanza internazionale, ecc., che hanno determinato lo spostamento dell’assunzione delle decisioni politiche dal livello statale ad altri e non ben definiti ambienti. Come dire: la società globalizzata non è più riconducibile al classico modello socio-statale più o meno democratico in cui le decisioni venivano assunte dallo Stato attraverso l’uso di strumenti politici, ma è riconducibile ad una pluralità di modelli economico-finanziari che hanno tolto spazio all’organizzazione democratica del capitalismo.

 

Foto di copertina di Tomek Nacho pubblicata con licenza Attribution-NoDerivs License

4 comments
ourobouro
ourobouro

Le chiacchiere stanno a zero: l'unione (pseudo)europea è quanto di più simile

al grande fratello di Orwell i peggiori farabutti del continente siano riusciti a realizzare.

Pereat!

van_leprechaun
van_leprechaun

Chiarita giustamente la natura intergovernativa della Ue, adesso però chiariamo anche cosa significhi l'aggettivo "democratico", derivante da "democrazia". La prima accezione della lingua italiana, nell'uso, è qualcosa come "non trattare male la servitù". Fate questo esperimento: andate sul sito http://dict.leo.org/itde/index_de.html, e provate a tradurre in tedesco "democrazia" dall'italiano: vedrete apparire al primo posto questa accezione. Poi fate lo stesso col francese, l'inglese, il portoghese, lo spagnolo e fin il russo, e questa accezione non comparirà, né al primo, né in nessun posto.

Ma le persone "colte" in Italia lo sanno. In compenso ritengono però a larga maggioranza che significhi "votare tutti". E così, il Parlamento europeo sarebbe un organo rappresentativo e democratico. Non è però così, perché "democrazia" (Raspail, le suffragette ...) significa dai primi dell'ottocento in poi "suffragio universale", il che non significa "votano tutti", ma "una testa, un voto". Non basta "votare", come accadeva nel parlamento federale della Prussia di Bismarck, dove vigeva il voto di censo, ma devono sì votare tutti i cittadini, ma ognuno con il medesimo peso.

E così, come spiega l'ultra europeista Quatremer sul suo blog su Libération, il PE non è eletto a suffragio universale, perché ci vogliono 15.000 voti per fare un deputato cipriota, e quasi un milione per farne uno tedesco, francese, italiano, ecc. ecc. In ossequio alla natura intergovernativa della Ue, il PE è una rappresentanza dei paesi della UE, non dei cittadini della Ue, perché questi non esistono: esistono invece i cittadini degli Stati della Ue.

E sempre in ossequio alla natura intergovernativa della Ue, il PE non gode di nessuna iniziativa legislativa, che è invece monopolio della Commissione, emanazione del Consiglio europeo, cioè della riunione (quasi segreta) dei capi degli esecutivi dei Paesi della Ue.

Quindi la Ue non si può "democratizzare", esattamente per lo stesso motivo per il quale non si può cavare sangue da una rapa (anche se rossa). O piace così com'è, e ce la si tiene, oppure la si butta nel rusco. Tertium non datur.

Filippo83
Filippo83

Il neoliberismo ed il capitalismo ecc. Lo vedete solo voi. Non c'è proprio nulla di liberista, vecchio o nuovo, in un ente sovranazionale burocratico, iper-regolamentatore e dirigista. Anzi, è piuttosto keynesiano...

van_leprechaun
van_leprechaun

@Filippo83 Infatti, il neoliberalismo (aka "fondamentalismo di mercato", come lo chiamano più appropriatamente negli USA) non sta nell'istituzione, ma in coloro che l'hanno sponsorizzata e sostenuta allo scopo di ammazzare la politica e ogni tipo di controllo democratico, in  modo da poter fare quel che a loro pare. Che è poi l'essenza del neoliberalismo. 

Quanto al liberismo, non so cosa sia, e nessuno di quelli che usa questa parola è mai stato in grado di spiegarmelo.

Ma si sa, una parola vale l'altra, e tutte e due lavano il viso ...