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Argentina: cosa ci siamo persi?

In 3 sorsiTra default, scarsa credibilità internazionale e inattesa svolta a destra, l’Argentina deve fare i conti con le speranze della propria popolazione, desiderosa di guardare al futuro. I tempi, però, sono ancora fortemente incerti

1. IL CAMBIO DI VERTICE – Le elezioni dello scorso autunno hanno segnato un cambiamento storico per lo Stato sudamericano: la presidenza dell’Argentina è stata conquistata dal candidato di centro-destra Mauricio Macri. Duro avversario del peronismo, ha affermato con decisione la propria volontà di riportare in condizioni sostenibili il bilancio dello Stato, facendo prospettare un nuovo periodo di austerity per il Paese. Si tratta della chiusura di una stagione politica durata 12 anni.

Fig.1 – Mauricio Macri acclamato dai propri sostenitori. Si tratta del primo Presidente non peronista negli ultimi 12 anni.

Il partito di Macri, Pro (Proposta repubblicana) si fa portavoce degli interessi della destra economica e politica nazionale, portando avanti una forte campagna per la ripresa delle liberalizzazioni e dell’apertura nei confronti dei capitali esteri, ammorbidendo ogni programma di intervento statale nell’economia e di controllo dei prezzi, e cominciando con l’abolizione delle tasse su grano, mais e carne, prodotti destinati soprattutto all’esportazione in Occidente. L’eliminazione dei sussidi pubblici volta a compensare la riduzione delle tasse ha provocato un generale aumento dei prezzi del trasporto pubblico, della benzina e dell’energia.
Non potendo contare su una maggioranza parlamentare, il Presidente Macri ha fatto ampio ricorso al Decreto di necessità e urgenza (Dnu), strumento costituzionale che gli ha concesso di liquidare le politiche pubbliche attuate da chi lo ha preceduto.

2. LA QUESTIONE DEGLI HEDGE FUNDS ED IL RUOLO DELL’EUROPA – La spinta a creare una via alternativa al Fondo Monetario ed alla Banca Mondiale, promossa da Kirchner nel vertice di Fortaleza (riscuotendo l’appoggio anche di Xi Jinping e Vladimir Putin) come reazione al respingimento dell’appello dello Stato argentino nel processo relativo agli hedge funds a Washington (sentenza emessa da Thomas Poole Griesa il 16 giugno 2014) sembra essere stata abbandonata dal Presidente Macri. Quest’ultimo, firmando un accordo con i creditori ed eliminando il controllo sui cambi dollaro/peso argentino, ha ottenuto il favore della finanza internazionale da cui l’Argentina di Kirchner era stata esclusa.
Oltre alla liquidazione di un progetto che prometteva l’inaugurazione di un contrappeso per le principali istituzioni finanziarie e politiche mondiali, il Governo Macri punta verso le economie occidentali, come testimoniano due eventi politici particolarmente interessanti: il 12 luglio è stato avviato un incontro fra una delegazione di funzionari argentini, fra cui il viceministro delle Finanze Pedro Lacoste, e rappresentanti dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), come ha riferito il Deputy Director for Financial and Enterprise Affairs Pierre Poret in una conferenza stampa. Secondo la nota ufficiale, nel ciclo di incontri che seguiranno si discuterà di tre punti fondamentali: i pro e i contro di un eventuale ingresso dell’Argentina nell’OCSE, le regole a cui dovrà conformarsi ed i mezzi per attirare nuovamente gli investitori.
A questo fatto si aggiunge, sempre in data 12 luglio, l’affermazione del ministro degli Esteri argentino Susana Malcorra che le trattative fra Mercosur (area di libero scambio tra Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela) ed Unione Europea non saranno influenzate dal Brexit. Essendo l’Europa, assieme agli Stati Uniti, uno dei principali mercati per l’industria alimentare argentina – che lo stesso Macri ha detassato –, è possibile ritenere che tale dichiarazione sia una conferma ulteriore della volontà di non perdere l’accesso ad un’importante fonte di reddito per il Paese. Tra l’altro il desiderio di mantenere stretti contatti con l’Unione è comprensibile a seguito dell’appoggio della Banca Europea d’Investimenti ottenuto da Macri nei primi giorni di luglio, tramite cui il Governo accede ad ulteriori linee di credito che potrebbero risultare determinanti nel processo di restituzione del debito di cui si è parlato precedentemente.

Fig 2 – Cristina Kirchner, ex presidente dell’Argentina, alle Nazioni Unite

3. I NUOVI EQUILIBRI DEL SUDAMERICA – La politica estera di Macri deve fare i conti con l’intricarsi delle relazioni diplomatiche con le nazioni limitrofe. Alla spinta verso le economie occidentali si aggiunge infatti il contrasto tra il Venezuela, candidato alla presidenza pro tempore del Mercosur, ed i Governi di Paraguay, Argentina e Brasile, i quali non vedono di buon occhio l’eventualità che il Presidente venezuelano Maduro si aggiudichi un ruolo di tale spessore. L’acquisizione da parte del leader socialista di una posizione così rilevante potrebbe compromettere, o rendere comunque ben più difficile, il percorso di avvicinamento fra Mercosur ed UE su cui il ministro degli Esteri argentino Malcorra ha preventivamente rassicurato gli animi alla luce del Brexit.
Attualmente Macri può contare numerose affinità ideologiche con alcuni dei principali leader politici dell’America meridionale, a cominciare dal Brasile: Michel Temer, capo del Governo ad interim a seguito dell’impeachment di Dilma Rousseff (di cui Macri sosteneva la legittimità del processo), ha intrapreso un programma liberista per ridimensionare il deficit pubblico, nonché un consolidamento delle relazioni con Buenos Aires.

Fig. 3 – Michel Temer e Dilma Rousseff.

La strategia di avvicinamento diplomatico fra i due Paesi è spendibile da Macri e Temer per ridurre l’influenza da parte del Venezuela all’interno del Mercosur, eventualità che vede contrariato anche il Paraguay. L’attuale Presidente della Repubblica Horacio Manuel Cartes Jara, preoccupato anch’egli per la possibilità di veder il Mercosur in mano ad un leader chavista, ha un profilo politico molto simile a quello di Macri: conservatore, svolge l’attività di imprenditore con notevoli risultati e promuove una politica economica liberista che si concilia con l’orientamento del Presidente argentino, motivo per cui entrambi sono particolarmente desiderosi di superare il problema venezuelano. Il rischio principale è che la presidenza pro tempore di Maduro possa minare l’interazione con l’Alianza del Pacifico (un progetto di integrazione regionale firmato da Messico, Cile, Colombia e Perù) e danneggiare le economie dei membri del Mercosur stesso, fra cui proprio l’Argentina.

Riccardo Antonucci

Un chicco in più

Alla base del Mercosur vi è non solo una mossa prettamente economica, bensì un progetto politico che punta a ridurre l’influenza del potere economico straniero nei confronti delle nazioni sudamericane. O almeno, così era fino a quanto si è avuta la concordia ideologica fra le nazioni che lo componevano. Con lo spostamento degli equilibri politici verso posizioni che sembrano rispecchiare di più gli interessi della borghesia nazionale, manifestato anche dal referendum perso da Evo Morales e dalla sconfitta elettorale di Maduro ed accentuato dalla vittoria di Macri, si sta assistendo ad una forte crisi del mercato comune che potrebbe avere conseguenze importanti sulla politica interna dei Governi coinvolti.
Per approfondire la crisi ideologica del Mercosur, cliccare qui

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