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Trasformativa e universale? L’impatto dell’Agenda 2030 sull’Unione Europea

Lo scorso settembre i leader mondiali hanno concordato l’Agenda 2030. Da oggi in poi, indistintamente, tutti i Paesi del mondo sono diventati “Paesi in via di sviluppo”.

Lo sviluppo sostenibile, spesso studiato esclusivamente sui 3 “pilastri” (sociale-economico-ambientale) si afferma come principio universale tramite il suo quarto elemento, spesso dimenticato: la governance per uno sviluppo sostenibile. Soffermiamoci sullo stato dell’implementazione in Europa.

UN’AGENDA UNIVERSALE – Il rapporto post-coloniale tra “Paesi in via di sviluppo” e Paesi industrializzati si è evoluto. L’Agenda 2030 contenente gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS o SDGs) e pone degli obiettivi, per i singoli e per i Paesi, destinati in qualche modo a rimodellare da una parte le relazioni tra Nord e Sud e dall’altra le priorità dei Paesi sviluppati, in cui le ineguaglianze si sono ingigantite negli ultimi trent’anni e gli sforzi in materia ambientale sembrano passati in secondo piano davanti alla lenta crescita economica e all’aumento esponenziale della disoccupazione. Per quanto tali ambizioni potrebbero risultare oggi esclusivamente come una potenziale retorica, l’argomento sembra essere implicito nell’assunzione dell’Agenda 2030, per la quale i Paesi aderenti si sono impegnati a raggiungere i 17 obiettivi, scanditi più precisamente in 169 targets e 230 indicatori. Nonostante gli OSS derivino dagli Obiettivi Del Millennio (ODM o MDGs), questi erano diretti esclusivamente agli ex “Paesi del terzo mondo”. Inoltre, il contesto globale negli ultimi sedici anni è notevolmente mutato grazie al peso dei Paesi emergenti – Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa ma non solo – e, ça va sans dire, a causa degli sconvolgimenti seguiti alla crisi finanziaria del 2007-2008 in Europa. A testimonianza di tale processo, infatti, sarebbe restrittivo considerare gli OSS come una Agenda esclusivamente a fini ambientali o sociali: sembra improbabile poter raggiungere gli obiettivi derivanti dall’Accordi sul clima di Parigi senza una chiara ridefinizione dell’economia e delle relazioni sociali dei Paesi sviluppati in primis.

Fig. 1 – Il set di obiettivi ribattezzati “global goals”

L’IMPLEMENTAZIONE – Dall’11 al 17 luglio, all’High Level Political Forum delle Nazioni Unite (HLPF) si sono discussi, per la prima volta, i piani nazionali di implementazione. Seguendo il concetto di “appartenenza” (ownership), ogni Paese presenterà una strategia specifica per ottenere i risultati stabiliti su scala internazionale. Ciononostante, i Governi di Francia, Germania, Svezia, Norvegia ed Estonia sono stati gli unici tra i 28 Paesi europei a presentare il proprio programma. La scricchiolante immagine complessiva sembra confermata da un Eurobarometro che ha attestato i livelli di conoscenza degli OSS al 36% della popolazione europea. Conseguentemente, se da una parte tali obiettivi sono stati concordati dai leader globali, non si vedono ancora passi in avanti per quanto riguarda un crono-programma omogeneo a livello europeo né su scala nazionale o locale. Il rischio implicito, riflettendo il caos post-Brexit, è che l’Europa ritardi un’Agenda che essenzialmente mira a ridefinire l’economia globale ed europea, direzionandola sostanzialmente verso un’economia sociale di mercato indirizzando più chiaramente la crescita economica verso ad esempio la green economy. Il treno verso “Il futuro che vogliamo“, ossia le conclusioni della Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile di Rio nel 2012 (Rio+20) rischierebbe di essersi perso tra la disgregazione dei Paesi europei e nel caos terroristico.

Fig. 2 – A Bruxelles, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon

UN’OPPORTUNITÀ SPECIALMENTE PER L’EUROPA? – Suddividendo gli OSS in aree tematiche, molti think tanks e centri di ricerca stanno provando ad inter-correlare i diversi aspetti dei goals, stabilendo problematiche specifiche e opportunità. Il primo rischio sarebbe quello del c.d. “cherry-picking“, ossia dello scegliere i goals più adatti al contesto nazionale dimenticando i restanti (scegliere la ciliegia più matura, tralasciando le meno attraenti). Viceversa, una adeguata implementazione dell’Agenda consisterebbe nel superare la “mentalità silo”, ovvero raggiungere delle politiche orizzontali più coerenti nel loro complesso riducendo le contraddizioni. Intravedendo una opportunità, infatti, alcune Organizzazioni Non Governative (ONG) hanno pubblicamente richiamato la Commissione Europea ad una nuova strategia per realizzare gli OSS. Il vice-presidente Timmermans, responsabile per le politiche orizzontali in materia di sviluppo sostenibile aveva precedentemente accolto gli OSS come una opportunità per l’Unione Europea, riconoscendo la necessità di un cambiamento interno in Europa oltre che una svolta nei rapporti con i Paesi in via di sviluppo, basati su un sistema di finanziamento più centrato sul ruolo dei privati piuttosto che sull’aiuto pubblico allo sviluppo (Overseas Development Assistance, ODA).
Allo stesso tempo, il Parlamento Europeo, lo scorso mese di maggio, ha rilasciato una risoluzione che auspicava l’azione della Commissione Europea in merito agli OSS. Qualche mese prima, una comunicazione in merito alla necessità di un cambiamento in Europa era stata redatta dalla stessa Commissione, ma senza esplicitare né misure pratiche né una roadmap.

Fig. 3 – Il vice-presidente della Commissione Europea Frans Timmermans

MANCANZA DI VOLONTÀ O AGENDA TRASFORMATIVA? – Bisogna tuttavia specificare come l’Unione Europea abbia già una strategia per lo sviluppo sostenibile, seppur raramente menzionata o intenzionalmente perseguita. La EU Sustainable Development Strategy, ideata nel 2001 e modificata nel 2006, aveva già identificato criticità e opportunità a livello europeo dello sviluppo sostenibile. Viene da chiedersi come questo nuovo set di obiettivi possa adesso integrarsi a livello europeo, se tramite l’esistente Europe 2020 della ex Commissione Barroso o se reintegrata nelle 10 priorità della Commissione Juncker. L’alternativa sarebbe ovviamente quella di portare avanti ulteriormente tali strategie senza considerare davvero il potenziale trasformativo degli OSS e dell’Agenda 2030. Così facendo le possibilità sarebbero due: rendere più “green” una strategia prettamente economica come Europe 2020 o le 10 priorità di Juncker o dare un contesto proprio all’Agenda 2030, con il rischio però di essere relegata al tavolo delle decisioni minori?
Nel frattempo la Commissione Europea ha ristrutturato alcune delle sue unità in vista dell’ambiziosa Agenda e dovrebbe pubblicare una sorta di gap analysis – una mappatura degli OSS sulle politiche esistenti – per il prossimo autunno e l’European Consensus on Development, in parte legato alle politiche esterne degli OSS. La strategia chiave in materia di Ricerca e Innovazione (R&I) invece, Horizon 2020, probabilmente reindirizzerà alcuni dei suoi fondi verso gli OSS, tramite investimenti capaci di creare capacity-building oltre le frontiere comunitarie. I fondi dovrebbero aumentare da circa il 46 al 60%. Dal canto suo, il semestre europeo, ossia il monitoraggio del contesto macroeconomico europeo, è stato in passato reso più “green” ma in seguito alla crisi, meccanismi come il patto di stabilità hanno introdotto un paradigma totalmente diverso e meno favorevole. Investire fortemente sulla green economy significherebbe utilizzare tale sistema per creare posti di lavoro, inglobando gli OSS.

Fig. 4 – Prima di considerare l’Agenda 2030 l’Unione europea dovrebbe risolvere la crisi dell’euro-zona? O la crisi del migranti?

CRISI DI BREVE E MEDIO TERMINE VS ORIZZONTE 2030 – Il punto cruciale del dibattito converge sia riguardo la posizione dell’Europa e dei Paesi membri nell’arena internazionale quanto sulle politiche interne e le priorità. Come ricercare al tempo stesso riforme strutturali, austerità e una economia sociale di mercato? Come poter far fronte alle crisi odierne (Brexit, migranti, eurozona, Ucraina) e ambire ad un 2030 scandito dal principio della sostenibilità? L’Agenda 2030 sembra riflettere le ambizioni e le frustrazioni di un continente in preda ad una crisi di identità. Certi goals non si basano esclusivamente su un futuro più “green”, bensì sulle cause dell’insostenibilità sociale, ambientale ed economica, vedasi il goal 12 – produzione e consumo sostenibile – o il goal 10 – ridurre le ineguaglianze. Sarebbe forse una forzatura considerare che la crescente frustrazione e scetticismo verso l’Europa siano dati da una mancanza di tali aspetti? A detta dell’ex ministro Giovannini no. Sebbene sia ancora presto per tirare le somme, ridefinire certi problemi alla luce di obiettivi delineati su scala globale sembra un programma ambizioso quanto una opportunità latente, sempre ammesso che i Paesi europei vogliano davvero prendere questa direzione. Ad oggi, tuttavia, è chiaro come dalle promesse non siano scaturiti passi avanti concreti e comunicati adeguatamente al pubblico europeo, il quale ha viceversa avvertito la scossa post-Brexit. Rileggendo quanto scritto un anno e mezzo fa, rimangono interessanti gli spunti e le promesse, ma 16 mesi verso l’implementazione sembrano aver portato ancora poco di concreto. Fino ad oggi.

Fig. 5 – Il professore della Columbia University e consigliere alle Nazioni Unite Jaffrey Sachs 

Dario Trombetta

Un chicco in più

In Italia l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile si sta facendo promotrice degli OSS, inglobando molte ONG di piccola e media dimensione. L’ex ministro Enrico Giovannini è il direttore.

Una seconda differenza tra gli OSS e gli ODM è che i primi sono stati stabiliti tramite un processo dal basso, gli Open Working Groups (OWG), con input da imprese e società civile. Gli ODM erano stati introdotti a seguito della Dichiarazione del Millennio e da una idea del professore Jaffrey Sachs, che rimane comunque alla guida del Sustainable Development Solutions Network. Lo stesso Sachs ha recentemente affermato che nel mondo oggi le persone stanno cercando «un nuovo tipo di globalizzazione. La versione corrente, precedentemente chiamata Washington consensus, ha portato crescita economica ma ad un costo enorme: la crescita delle ineguaglianze, una massiccia distruzione ambientale e una maggiore assenza di leggi. La ricerca è per un nuovo approccio, per garantire che la crescita economica sia anche socialmente equa e sostenibile per l’ambiente». 

Foto di copertina di United Nations Photo pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

 

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