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La monarchia “democratica” nel piccolo Regno dello Swaziland

È l’unica monarchia assoluta in Africa e una delle poche rimaste al mondo: il Regno dello Swaziland rappresenta oggi un anacronismo in un continente che cerca di lasciarsi passato e tradizione alle spalle e avviarsi verso la democrazia

Eppure dall’esterno sembra uno dei Paesi più stabili: dal 1986 è governato da Mswati III, non ha vissuto guerre civili né scontri etnici. Il panorama interno però è tutto fuorché pacifico e omogeneo: i diritti umani negati, la povertà e lo spettro dell’HIV.

IL PASSATO – Il piccolo Regno dello Swaziland, che nella lingua locale significa “terra degli Swazi”, dal nome della principale etnia che lo abita, è un enclave nel territorio sudafricano, eccezion fatta per una striscia di territorio che confina a est con il Mozambico. Non ha sbocchi sul mare e conta poco più di un milione di abitanti. Si trova al 148° posto nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano ed è uno dei Paesi più poveri al mondo.Ex protettorato britannico, raggiunse l’indipendenza nel 1968 con il sovrano Sobhudi II: proclamata la Monarchia costituzionale, il re aprì il Paese agli investimenti esteri (inglesi, ma soprattutto sudafricani) e si impegnò in un piano di sviluppo economico basato sull’esportazione delle risorse minerarie (stagno e amianto) e sull’agricoltura, contando sul territorio pianeggiante e il clima piovoso. La scena politica post indipendenza era dominata da due partiti: la formazione filo-monarchica dell’Imbokodvo National Movement (INM) e il partito d’opposizione Ngwane National Liberatory Congress (NNCL), antibritannico. Alla richiesta dell’opposizione di avviare un processo di democratizzazione nel Paese smorzando i toni autoritario della Corona, Sobhudi rispose, nel 1973, con lo scioglimento del Parlamento (la cui la maggioranza era detenuta dall’Inm) e la messa al bando dei partiti politici. Tutt’oggi questi ultimi sono proibiti e alle elezioni sono ammesse solo singole candidature. L’espressione della sovranità popolare, il Parlamento, è stato gradualmente svuotato dei suoi poteri: nel 1978 venne elaborata una nuova Costituzione che di fatto lo privava del potere legislativo e gli conferiva un mero potere amministrativo. Le riforme costituzionali che si sono susseguite negli anni erano volte più a mettere a tacere le opposizioni che a una reale volontà di attuare un processo di democratizzazione che non è mai stato avviato. Alla morte di Sobhuza, nel 1982, seguirono quattro anni di lotte di successione interne: nel 1986, venne incoronato il nuovo (e attuale) re, il diciottenne Makhosetive, che assunse il nome di Mswati III.

Fig. 1 – Il re poligamo Mswati III, 66° figlio di Sobhuza, è salito al trono nel 1986 ed è uno dei pochi monarchi assoluti rimasti al mondo. Come il padre ha eliminato ogni forma di opposizione alla Monarchia e represso con l’uso della forza le rivendicazioni del proprio popolo

LA SITUAZIONE OGGI – Lo Swaziland appare all’esterno come un Paese stabile dal punto di vista politico: dal 1968 a oggi non ha subito sconvolgimenti nella sua storia, né ha conosciuto guerre civili post indipendenza. In base alla nuova Costituzione varata nel 2006 è una Monarchia assoluta con un Parlamento bicamerale dalla funzione consultiva. Il Re esercita i suoi poteri affiancato dal Liqoqo, il Consiglio supremo dello Stato e della Corona: di nomina regia, è composto dal Primo Ministro e da un numero non ben definito di ministri. Il Parlamento è composto dall’Assemblea nazionale (65 membri, di cui 10 di nomina regia e 55 eletti sulla base di candidature individuali) e il Senato (30 membri tra cui 20 di nomina regia e 10 cooptati dall’Assemblea nazionale). Un’Assemblea generale tribale, Libanda, viene inoltre convocata annualmente dal Re per ascoltare le esigenze e le richieste dei vari clan.
Sono consentite solo le associazioni apartitiche (nonostante ciò rappresenti una chiara violazione degli articoli 11 e 13 della Carta africana dei Diritti dell’uomo e dei popoli dell’Unione Africana, di cui fa parte lo stesso Swaziland), tra le quali spiccano il People’s United Democratic Movement (Pudemo) e lo Swaziland Federation of Trade Unions (SFTU). Queste rappresentano anche le principali forze di opposizione al sovrano, ma le proteste e le richieste di maggiori diritti sono sfociate in violente repressioni. Le ultime elezioni parlamentari si sono tenute nel 2013: come hanno rilevato anche gli osservatori occidentali, sono state ben lontane dal poter essere definite libere e trasparenti. Lo spettro della Corona aleggiava su tutte le candidature presentate: donne, attivisti politici e rappresentanti dell’opposizione sono stati scoraggiati dal partecipare anche con l’uso della violenza.

Fig. 2 – Proteste in Swaziland contro la negazione dei diritti politici

LA LINEA POLITICA DI KING MSWATI – Nel 2013 Mswati, in seguito a una visione di Dio dopo un temporale fuori stagione, ha proclamato lo Swaziland «una democrazia monarchica: il matrimonio fra il monarca e la cabina elettorale. Unione in cui la cabina elettorale rappresenta la volontà del popolo che dà consigli e pareri al Re, il quale assicura trasparenza e rende conto del proprio operato». Purtroppo la politica interna del Re è incentrata sul rafforzamento del suo potere personale: le risorse del piccolo Stato vengono usate più per mantenere la famiglia reale (Mswati ha 15 mogli e più di venti figli) e i capricci del Re (circa 47 milioni di dollari negli ultimi due anni) che per arginare la povertà che dilaga. Il suo stile di vita sontuoso stride non poco con le condizioni degli Swazi: il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, il tasso di disoccupazione giovanile è intorno al 40% e l’aspettativa di vita non supera i 45 anni. Sul piano della politica estera, seppur negli anni dell’apartheid ci sia stato un allontanamento dal Sudafrica, tutt’oggi il vicino rimane il principale partner commerciale (secondo i dati del World Trade Organization, copre circa il 86% dell’import e circa il 67% dell’export). Il commercio interno, al contrario, è scarso e la principale attività alla quale si dedica la quasi totalità della popolazione è l’agricoltura di sussistenza. L’agricoltura commerciale è praticata invece solo da aziende e multinazionali straniere, interessate soprattutto alla coltivazione della canna da zucchero. Lo Swaziland è ricco di risorse minerarie come stagno, oro, carbone e soprattutto amianto, la cui domanda però negli ultimi anni è calata. In prospettiva regionale, il Paese prende parte all’Unione doganale dell’Africa meridionale (SACU) e alla Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC), di cui assumerà la presidenza ad agosto. La SADC è un’organizzazione complementare all’Unione africana che mira a coordinare le politiche degli Stati membri in tema di pace, sicurezza, commercio, diritti umani, sicurezza alimentare. L’obiettivo è affrontare con politiche comuni le problematiche della regione, ma di fatto è un’Organizzazione ancora debole.

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Fig. 3 – Giovani ragazze swazi in abiti tradizionali durante la festa popolare Umhlanga o Danza delle Canne: dopo otto giorni di celebrazioni, il re sceglie la sua futura moglie tra migliaia di donne in età da marito giunte da tutto il Paese (Amada44 (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons)

QUALE FUTURO PER LE DONNE?
– A livello internazionale, i rapporti con gli altri Paesi del Commonwealth, gli Stati Uniti e l’Unione Europea si sono raffreddati a causa della situazione dei diritti umani nel piccolo Regno: seppur la Costituzione del 2006 abbia sancito la parità di genere, la condizione delle donne nel Paese è ancora difficile, come emerge anche dai rapporti di Amnesty International. Il ruolo della popolazione femminile è secondario e marginale, come richiede la tradizione: le donne possono possedere solo abiti e oggetti domestici, ma non case né terre. Non possono entrare in politica e spesso sono vittime di abusi sessuali. A oggi non esiste una legge per cui i crimini sessuali contro le donne siano considerati reato. È difficile ripensare al ruolo della donna in una società in cui la festa più popolare nel Paese è l’Umhlanga o Danza delle Canne: migliaia di giovani donne, tra i 13 e i 22 anni, non sposate e senza figli che, vestite con abiti tradizionali e a seno nudo, danzano in onore del sovrano portando delle canne da utilizzare per rafforzare la recinzione del palazzo reale. Dopo otto giorni di festeggiamenti, il sovrano sceglie la nuova moglie che andrà ad aggiungersi alle precedenti.

IL DRAMMA AIDS Il tasso di incidenza dell’HIV è rimasto il più altro al mondo: un adulto su quattro ne è affetto, circa il 26% della popolazione, secondo i dati dell’Agenzia dell’Unaids. Il livello più alto di infezione del mondo. L‘aspettativa di vita si attesta tra i 31 e 40 anni, la più bassa del mondo. La situazione è peggiorata a partire dagli anni Novanta, quando l’incidenza era del 3,9% e la speranza di vita di 65 anni. Oggi, secondo le principali Organizzazione internazionali che operano nel Paese, ufficiosamente, si attesta sul 40%. L’AIDS, inoltre, rappresenta la causa di metà dei decessi per bambini sotto i 5 anni. Molte le motivazioni della diffusione della malattia: la poligamia praticata da molti uomini è stata una delle principali, ma anche l’estrema povertà, la disinformazione e l’ignoranza. I medicinali antivirali sono costosi e poco accessibili: i fondi governativi per contrastare l’infezione scarseggiano, anche se grazie all’intervento di molte ONG negli ultimi anni si è registrata una nota positiva nell’arginamento della diffusione. Lo Swaziland è un Paese cristiano e sia la Chiesa che la Corona scoraggiano l’uso di contraccettivi, predicando l’importanza dell’astensione dai rapporti sessuali. Il Re aveva varato nel 2001 (e abolito nel 2005) la cosiddetta “legge di castità“, che vietata a tutte le donne di età compresa tra i 14 e i 25 anni di avere rapporti sessuali, eccezion fatta per le giovani spose. L’HIV ha distrutto il Paese colpendo la popolazione più giovane e produttiva, con gravi ripercussioni anche sull’economia. La mancanza di acqua e l’insicurezza alimentare sono state aggravate dall’avvento di El Niño, che ha portato un’ondata di siccità senza precedenti nella regione. Infatti, lo scorso febbraio è stato proclamato lo stato di emergenza nazionale. Lo Swaziland appare come un Paese bloccato tra il legame con la tradizione e le istanze di cambiamento che emergono dalla società civile, con la richiesta di maggior democrazia e diritti. Le sfide che attendono il Paese nei prossimi anni sono legate alla riduzione della povertà e delle disuguaglianze nella distribuzione delle risorse, oltre all’arginamento della diffusione dell’HIV. La fotografia del Paese è fornita anche dallo Swaziland Humanitarian Situation Report pubblicato dall’Unicef a giugno: è difficile definire quante sono le persone che si trovano in stato di insicurezza alimentare a causa della siccità e della mancanza di acqua, poiché l’emergenza va ad esacerbare i già alti livelli di povertà e malnutrizione che affliggono la popolazione.

Irene Dell’Omo

Un chicco in più

L’ultimo report pubblicato dall’Unicef, Swaziland Humanitarian Situation Report, fornisce un’analisi dello stato di insicurezza alimentare della popolazione dello Swaziland, ulteriormente aggravato dall’ondata di siccità causata da El Niño.
L’organizzazione indipendente Amnesty International si occupa da anni della situazione dei diritti umani nel piccolo Regno degli Swazi: qui l’ultimo report 2015/2016 sulla situazione nel Paese e le campagne portate avanti. 

Foto di copertina di michaelischool pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-ShareAlike License

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