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Mike Pence: il vice di Donald Trump

Caffè Americano – E’ ufficiale: il candidato in pectore del partito repubblicano, Donald Trump, ha annunciato su Twitter la candidatura di Mike Pence come proprio running mate. L’annuncio arriva dopo estenuanti settimane di trattative, in cui sono circolati i nomi più disparati: dall’ex Speaker della Camera, Newt Gingrich, al governatore del New Jersey, Chris Christie, sino all’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin. Adesso si attende la ratifica formale alla Convention di Cleveland.

CHI È MIKE PENCE – Cinquantasettenne, è l’attuale governatore repubblicano dell’Indiana. Eletto nel 2013, ha avuto una precedente carriera alla Camera dei rappresentanti. Pur non avendo mai conosciuto un’ eccessiva ribalta mediatica, il suo nome circolò nel 2012 come possibile candidato alle primarie repubblicane di quell’anno ma alla fine non se ne fece nulla. Si tratta di una figura fortemente legata alla galassia conservatrice: dalla politica estera (si è opposto alla chiusura del carcere di Guantanamo) alle questioni etiche (è fortemente contrario ai matrimoni omosessuali), passando per l’economia (si definisce nemico della spesa pubblica, nonché fautore di misure volte alla defiscalizzazione). Un profilo destrorso, ampiamente concretizzato nel corso della sua esperienza governatoriale in Indiana, contraddistintasi per una riduzione delle tasse e per posizioni particolarmente nette nelle materie eticamente sensibili. Forti polemiche suscitò ad esempio mesi fa il Religious Freedom Restoration Act, da più parti tacciato di contenere norme discriminatorie verso i cittadini omosessuali: polemiche che hanno costretto poi il governatore ad una parziale marcia indietro. Critico sull’accoglienza dei rifugiati siriani, oggi Pence è pronto ad affiancare Trump nella sua cavalcata verso la Casa Bianca. Si tratta di un nome oggettivamente bizzarro, che non è chiaro dove possa esattamente condurre.

PRO E CONTRO – La domanda che quindi sorge è scontata: per quale ragione la scelta del magnate newyorchese è ricaduta su Pence? Sotto molti aspetti le incognite non sembrano poche. Innanzitutto, ci troviamo a che fare con un nome non certo di primo piano all’interno del partito repubblicano: pur non trattandosi esattamente di uno sconosciuto, è altamente probabile che al grande pubblico americano (tradizionalmente disattento alle dinamiche della politica) non dica poi molto. A questo si aggiunga il fatto che Pence rappresenti l’Indiana, uno Stato tradizionalmente repubblicano che senza eccessive sorprese a novembre voterà quasi automaticamente per il GOP: un dato ben strano, visto che il miliardario avrebbe potuto puntare su territori maggiormente in bilico. Infine, abbiamo il dato ideologico: davanti a una candidatura fortemente radicale come quella di Trump, non è chiaro quanto una figura ultraconservatrice come quella di Pence possa aiutare il ticket a guadagnare le simpatie di quell’elettorato centrista, da sempre fondamentale per riuscire a conquistare la Casa Bianca (anche per questo molti analisti si attendevano un nome più moderato, come quello di Chris Christie).

Fig. 1 – Trump sembra sicuro di sè e della sua strategia per conquistare la Casa Bianca

Ciononostante, attenzione con i giudizi affrettati. Innanzitutto, se è vero che Pence non rappresenti uno Swing State, è altrettanto indubbio che Barack Obama nel 2008 e nel 2012 vinse in coppia con Joe Biden, politico proveniente da uno Stato elettoralmente quasi inutile come il Delaware. In secondo luogo, è vero che Pence potrebbe spostare il ticket a destra: ma non bisogna neppure dimenticare come – al netto di modi molto radicali – il programma proposto da Trump non risulti poi così in linea con i valori del conservatorismo tradizionale. Basti pensare al suo protezionismo economico, al suo isolazionismo e alle sue posizioni etiche non propriamente chiare. In tal senso, la scelta di Pence come running mate potrebbe essere finalizzata a raccogliere le simpatie di quella destra dura e pura che non ha mai mostrato di amare il magnate in questi mesi: l’elettorato di Ted Cruz, per intenderci, che ha giurato roboante guerra a un candidato visto come una sorta di liberal travestito, pronto a svendere gli autentici valori repubblicani all’ideologia democratica. In virtù di tutto questo,  la propensione di Pence al libero mercato e la sua vicinanza in politica estera alle ragioni di Israele potrebbero aiutare un Trump ad oggi da molti percepito come troppo statalista e – sotto alcuni aspetti – eccessivamente ambiguo nelle sue posizioni sul conflitto israeliano-palestinese. Che poi il duo riesca veramente ad amalgamarsi e ad avanzare una proposta politica seria, questo è ancora tutto da dimostrare.

Fig. 2 – Mike Pence a colloquio con Barack Obama

SCENARI FUTURI – E adesso occhi puntati sulla Convention repubblicana di Cleveland. Qui il ticket Trump-Pence dovrà ricevere la consacrazione ufficiale dal partito e non è affatto detto che tutto scorrerà liscio come l’olio. Non è infatti ancora escluso che i frondisti avversi al miliardario possano tentare un’imboscata in extremis o – eventualmente – abbandonare il GOP per costituire un terzo partito a destra: un’ipotesi che il giornalista neocon, Bill Kristol, sembra non aver del tutto accantonato, mentre non è ancora ben chiaro come agirà Mitt Romney, visto che si è detto nuovamente indisponibile a dare il proprio sostegno a Trump. Tuttavia, al di là delle beghe partitiche, la figura di Pence potrebbe rischiare molto presto di assumere un’importanza decisiva. E questo non tanto per ovvie logiche di equilibri interni all’elefantino. Ma anche per il ruolo stesso che si troverà ad incarnare. E’ vero, spesso si ripete che la figura del vicepresidente negli Stati Uniti rappresenti più una carica formale che altro. Ciononostante, non bisogna dimenticare che il XII Emendamento stabilisce che sia proprio il vicepresidente a dover sostituire il presidente nel momento in cui quest’ultimo venga meno all’esercizio delle sue funzioni. Il dato deve essere sempre ben ricordato, tanto più che da giorni circolano voci secondo cui Trump, in caso di vittoria a novembre (non escludibile, visto che i sondaggi iniziano a darlo in vantaggio in alcuni Stati chiave), possa decidere di fare un passo indietro (sulla scia di quanto compiuto da Nigel Farage all’indomani della Brexit). Ovviamente il miliardario nega, dicendosi pronto a governare. Sennonché, vista la sua propensione nel cambiare idea, l’ipotesi non è poi del tutto escludibile. D’altronde, nel 1974, Gerald Ford divenne presidente dopo le dimissioni di Richard Nixon a seguito dello scandalo Watergate. Quindi attenzione: perché potremmo ritrovarci molto presto un’amministrazione Pence. E se ci sarà da gioire o disperare, questo non ci è ancora dato saperlo.

Stefano Graziosi

Un chicco in più

Dal 18 al 21 luglio si terrà la convention repubblicana a Cleveland (in Ohio). 

Foto di copertina di Gage Skidmore pubblicata con licenza Attribution-ShareAlike License

2 comments
LucaPicicuto
LucaPicicuto

Potremmo ritrovarci molto presto un’amministrazione Pence? Trump vince a novembre e poi si dimette? Articolo molto interessante ma alla fine l'autore ha cominciato a scrivere ispirandosi allo stile "fantasy" o forse facendosi ispirare dalla stanchezza che rende tutto più confuso. Poi il paragone con le dimissioni del Presidente Nixon non sta minimamente in piedi: Nixon si dimise in seguito allo scandalo "Watergate" perché quella sarebbe stata un'uscita di scena più onorevole (o meno disonorevole) sapendo che comunque il Congresso statunitense - Camera dei Rappresentanti e Senato - avrebbe votato il suo impeachment.

Stefano Graziosi
Stefano Graziosi

@LucaPicicuto Gentile Luca Picicuto, l'ipotesi che Trump possa dimettersi subito dopo una sua eventuale vittoria è stata riportata (tra gli altri) dall'autorevole testata statunitense "The Hill". Per quanto si tratti di una possibilità fortemente improbabile, credo sia comunque necessario prenderla in considerazione, a maggior ragione se si parla del suo candidato alla vicepresidenza, visto quanto dispone il XII Emendamento. Per quanto invece attiene a Nixon, è chiaro che il contesto storico-politico sia assolutamente differente. Ciononostante, quello di Nixon è stato ad oggi l'unico caso nella Storia americana di un vicepresidente (Gerald Ford) subentrato a un presidente dimissionario (e non mortis causa): in tal senso, il riferimento è attinente con l'ipotesi riportata nell'articolo. 

Cordialmente