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Israele e Turchia: pace in nome della stabilità regionale

In 3 sorsi (MS) A sei anni dal raid israeliano contro una nave turca in cui persero la vita dieci attivisti pro-palestinesi, impegnati assieme alla Freedom Flotilla nel portare aiuti umanitari a Gaza sfidando il blocco navale imposto da Gerusalemme, Israele e Turchia hanno firmato l’accordo che normalizza i rapporti tra i due Paesi.

Vediamone insieme il contenuto e i risvolti che avrà sugli equilibri del Medio Oriente.

1. I PUNTI SALIENTI DELL’ACCORDO. Lo scorso 28 giugno, il direttore generale del ministero degli Esteri israeliano Dore Gold e il suo omologo turco Feridor Sinirlioglu, ponendo le loro firme sul documento, hanno messo la parola fine sul gelo nei rapporti tra le due potenze mediorientali. Un accordo fortemente cercato da entrambe le parti negli scorsi mesi, nonostante le forti opposizioni politiche interne, a causa dell’instabilità della regione. Punti fondamentali dell’intesa sono le scuse ufficiali dello Stato ebraico ad Ankara, con tanto di 20 milioni di dollari di risarcimento da versare alle famiglie delle vittime – condizione che ha attirato molte critiche trasversali dalle opposizioni al premier Netanyahu – e la possibilità per la Turchia di portare aiuti umanitari a Gaza, passando però attraverso il porto israeliano di Ashdod. Rimane, quindi, il blocco navale nei confronti della Striscia. Nulla di fatto, invece, per quanto riguarda la restituzione dei cadaveri di due soldati israeliani uccisi da Hamas nel 2014 e la liberazione di due cittadini ebraici ancora ritenuti ostaggi del gruppo – considerato terroristico dalla maggior parte delle potenze occidentali – palestinese. Più in generale, nessuna menzione è stata fatta nel documento ufficiale riguardo al destino dell’organizzazione, che dal 2007 controlla la Striscia e il cui quartier generale politico si trova ad Istanbul. Gold, respingendo le accuse di intesa al ribasso piovute dalla parte più a destra della coalizione di governo, ha definito l’accordo come una pietra angolare di stabilità per il Medio Oriente, sottolineando l’importanza di una collaborazione – basata su principi comuni, quali la lotta al terrorismo – tra le due potenze per la stabilizzazione della regione.

2. LA QUESTIONE DI GAZA E LA COOPERAZIONE IN SIRIA – Punto cardine dell’accordo è, naturalmente, la questione della Striscia di Gaza. Ottenendo il via libera agli aiuti umanitari, la Turchia si è impegnata a costruire infrastrutture, scuole e ospedali sul territorio. In particolare, le prime attenzioni si concentreranno sulle manutenzioni degli approvvigionamenti energetici, sulla depurazione delle acque marine e sul rifornimento di viveri e medicinali. Subito dopo la firma, sono salpate dalle coste turche 10,000 tonnellate di rifornimenti verso Ashdod. Amica di Hamas da circa un decennio, Ankara ha – per bocca del Primo ministro Binali Yildirim – celebrato l’intesa come un gran risultato. Il Premier turco ha strizzato l’occhio ai «nostri fratelli palestinesi di Gaza, che tanto hanno sofferto», presentando loro il patto come una boccata d’ossigeno. Netanyahu, dal canto suo, ha rivendicato il fatto di non aver rotto il blocco navale sulla Striscia, definendolo un supremo interesse per Israele nella prevenzione della crescita di Hamas e garantendo con forza il permanere dello status quo. Contraddittorie, invece, le reazioni dei vertici di Hamas, mentre Abu Mazen – leader palestinese di Fatah, movimento che controlla la Cisgiordania ed è riconosciuto dalla Comunità Occidentale – avrebbe salutato con favore l’accordo in una telefonata con il Presidente turco Tayyip Erdogan. Se riguardo a Gaza, dunque, sembra per ora aver prevalso il compromesso e la sensazione è che si dovrà attendere la stabilizzazione della situazione per tracciare previsioni sul medio-lungo termine, più chiaro è il quadro sull’immediato futuro della questione siriana. Simbolo geopolitico e cuore della crisi mediorientale, la Siria confina sia con Israele che con la Turchia. Gerusalemme è tradizionalmente il più stretto alleato dell’Occidente nelle regione mentre la Turchia è membro della NATO, ed entrambi sono coinvolti nel conflitto. I due Stati però, dall’espulsione dell’ambasciatore israeliano da Ankara del 2011, hanno sostanzialmente ridotto a zero la propria cooperazione militare e di intelligence. Prevedibile, quindi, una ripresa della stessa, essendo le due nazioni – con la Turchia che in particolare si è mostrata più vulnerabile – costantemente minacciate dal terrorismo di matrice islamista. Entrambe, inoltre, detengono interessi territoriali non indifferenti sul territorio siriano: Israele per quanto riguarda le alture del Golan e la Turchia nei confronti del lungo confine, in questi anni troppo spesso colabrodo della jihad internazionale, su cui Ankara teme la nascita di uno stato indipendente Curdo.

3. DUE DIPLOMAZIE AL LAVORO SU PIÙ FRONTI PER SALVARE LA REGIONE – Per entrambi i Paesi questo accordo si inserisce in un quadro strategico più ampio, che come obiettivo finale ha la stabilizzazione del Medio Oriente. Nell’ultimo mese, infatti, la Turchia è giunta anche a un disgelo nei rapporti con la Russia, precipitati sotto terra dopo l’abbattimento di un aereo militare di Mosca lo scorso 24 novembre sul confine siriano. Israele, invece, nelle scorse settimane ha ampliato i propri orizzonti attraverso una storica visita di Netanyahu nell’Africa subsahariana – in particolare in Kenya, Uganda, Ruanda ed Etiopia – che hanno contribuito al riavvicinamento tra lo Stato Ebraico e l’Egitto. Di ritorno a Gerusalemme, il Premier israeliano ha incontrato il ministro degli Esteri del Cairo Sameh Shoukry, aprendo alla possibilità di un meeting a tre nella capitale egiziana con Abu Mazen e il rais Al Sisi. Anche il Segretario di Stato americano John Kerry – da Roma, sede principale delle trattative – ha salutato con favore l’accordo, cui una settimana dopo ha seguito una telefonata tra Obama e Putin, nella quale si è discusso di una maggiore cooperazione tra le due superpotenze nella lotta militare all’Isis. Non tutto è oro quel che luccica, però. Proprio la sera del 28 giugno è avvenuto il terribile attentato dell’aeroporto Ataturk di Istanbul, che ha causato 47 morti e più di 200 feriti. Un attacco dietro cui si sospetta ci sia lo Stato Islamico – che non ha però fatto alcun tipo di rivendicazione – e che alcuni commentatori hanno legato proprio alla riapertura dei rapporti con Israele. Questa ennesima strage sul territorio turco, le continue tensioni in Cisgiordania e le notizie drammatiche che arrivano delle zone dove divampa in maniera più calda il conflitto tra sciiti e sunniti – Iraq, Siria, Yemen – lasciano intendere che ancora lunga è la strada per il processo, se non di pacificazione, quanto meno di stabilizzazione del Medio Oriente. Ben venga, allora, il disgelo dei rapporti tra due degli attori principali.

Giulio Monga

Un chicco in più

Oltre all’aspetto strategico-militare, positive si annunciano anche le conseguenze economiche dell’intesa. Israele, in particolare, fiuta la possibilità di poter esportare il proprio gas naturale in Europa, passando proprio attraverso la Turchia. «Questo accordo può rafforzare la nostra economia e l’esportazione delle nostre risorse energetiche» ha commentato Netanyahu, aprendo un nuovo interessante scenario sulla questione energetica, una delle più rilevanti nell’universo geopolitico mondiale.

“Riconciliazione o Resa” ha titolato il popolare quotidiano di lingua ebraica Yediot Aharonot annunciando l’accordo, con uno slogan vagamente garibaldino o da battaglia di Fort Alamo. 

Foto di copertina di orientalizing pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

2 comments
Pooka
Pooka

Ah, a proposito del recente tentato golpe in Turchia: mi sa proprio che erdogan

appartenga alla corrente "di Danzica" dei dittatori come il non compianto adolf.

Si crea artificiosamente un casus belli ed usando quello come giustificazione si passa

all'attuazione più brutale dei propri piani.

Prevedo che quei fessi dei turchi dovranno scordarsi quelle poche libertà civili che ancora

gli rimanevano.

Il nostro amico vorrà certamente rompere gli indugi ed instaurare la dittatura di fatto se non di diritto

(non che mancasse poi molto...) e se tanto mi dà tanto ci sarà da aspettarsi una netta virata antioccidentale.

Già sento gli applausi del politicamente corretto, quello stesso che riempiva i forni tempo addietro.

Buon divertimento! 

Pooka
Pooka

Gli Israeliani si stanno rimbecillendo: Ben Gurion avrebbe preferito scendere a patti con un serpente a sonagli

piuttosto che con un criminale come erdogan.

Presto a Tel Aviv se ne accorgeranno.