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Nagorno Karabakh: superare il gruppo di Minsk?

Il conflitto in Nagorno Karabakh, dopo il riaccendersi delle ostilità militari nello scorso mese di aprile, ha riguadagnato – almeno per il momento – l’attenzione della comunità internazionale

Per evitare che gli scontri degli ultimi mesi deflagrassero in un conflitto vero e proprio, rischiando di destabilizzare l’intera regione, si sono moltiplicati gli sforzi della comunità internazionale per giungere ad un compromesso. Questo dovrebbe consentire in primis di garantire il cessate il fuoco nell’area, e in un secondo tempo l’avvio di negoziazioni strutturate per il raggiungimento di una soluzione definitiva del conflitto.

IL GRUPPO DI MINSK – Il Gruppo di Minsk – composto da Francia, USA, Russia, Italia, Germania, Turchia, Bielorussia, Svezia e Finlandia – è stato creato nel 1994 con l’obiettivo di favorire una soluzione diplomatica al conflitto tra Armenia ed Azerbaijan – che ne sono anche membri. Il Gruppo è guidato da Francia, USA e Russia, che detengono il ruolo di co-presidenti. Dalla sua creazione, se si esclude il mantenimento, più o meno duraturo, del cessate il fuoco nell’area, i risultati ottenuti non sono stati degni di nota. Il conflitto può essere, infatti, considerato congelato, ma gli scontri di aprile hanno riconfermato come tale status possa cambiare rapidamente. Le schermaglie degli scorsi mesi hanno inoltre enfatizzato la necessità di azioni immediate e risolutive per la soluzione di questa disputa decennale, visti i rischi di contagio per l’area circostante che lo scoppiare di un vero e proprio conflitto porterebbe con sé. Armenia ed Azerbaijan possono, infatti, contare su due importanti alleati, rispettivamente Russia e Turchia. Un coinvolgimento maggiore dei due attori che si stanno già confrontando, in maniera più o meno velata, su altri scenari – si pensi ad esempio alla Siria -, rischierebbe di avere conseguenze di rilievo sulla stabilità dell’intero Caucaso.

Fig. 1 – L’incontro tra Aliiyev e Sargsyan sul Nagorno Karabakh a Mosca

Dopo il raggiungimento di un’intesa sul cessate il fuoco grazie anche all’intervento di Mosca, il Presidente armeno Sargsyan ed il suo omologo azero Aliiyev si sono incontrati, con la mediazione dei ministri degli Esteri dei tre Paesi presidenti del gruppo di Minsk, a Vienna lo scorso 16 maggio e, successivamente, a Mosca lo scorso 20 giugno. Quest’ultimo incontro è stato fortemente voluto dalla Russia, anche allo scopo di rafforzare – o, più propriamente legittimare, – il proprio ruolo di negoziatore nei conflitti internazionali. Il meeting dello scorso giugno si è svolto in forma trilaterale, e gli altri co-presidenti del gruppo di Minsk sono stati informati dei risultati nei giorni successivi. Il ministro degli Esteri francese Ayrault ha evidenziato la volontà di Parigi di ospitare un nuovo incontro tra Armenia ed Azerbaijan, probabilmente nella stessa formula di quello tenuto a Mosca.
L’efficacia del nuovo format per questi incontri deve essere ancora provata, ma si tratta della conferma della necessità di superare il gruppo di Minsk, o perlomeno il suo modus operandi così come l’abbiamo conosciuto finora. Il coinvolgimento diretto di Vladimir Putin nella discussione, unito alla volontà degli altri ministri degli Esteri di porsi come mediatori, può essere visto come il primo passo verso tale direzione. Questo perché i tre co-presidenti del Gruppo sono tre ambasciatori – Igor Popov per la Russia, Pierre Andrieu per la Francia e James Warlick per gli USA – e non i ministri degli Esteri dei Paesi coinvolti, che stanno aumentando la propria assertività negli ultimi mesi.

GLI ESITI DELLA TRATTATIVA POST CESSATE IL FUOCO – Il forte attivismo registrato a seguito degli scontri sia del Gruppo di Minsk in generale, che della Russia in particolare, non sembra essere finora riuscito ad ottenere risultati significativi. Gli incontri ufficiali sopracitati si sono conclusi con dichiarazioni ottimistiche da parte dei membri del Gruppo, compresi i Paesi coinvolti nel conflitto. Tali dichiarazioni di principio non hanno, però, ancora trovato concreta applicazione, se non in minima parte.
Attualmente gli osservatori OSCE attivi nel Nagorno Karabakh sono soltanto sei, un numero irrisorio se rapportato alle dimensioni dell’area interessata dal conflitto. Armenia ad Azerbaijan sembravano, in un primo momento, aver accettato due dei punti principali delle trattative di pace che avrebbero dovuto cambiare tale situazione: l’istituzione di un meccanismo investigativo, una struttura che dovrebbe occuparsi di analizzare quanto accaduto ad aprile e il contestuale aumento degli osservatori attivi nell’area.
Il Presidente Aliiyev ha però immediatamente espresso la propria contrarietà all’istituzione del meccanismo investigativo. Secondo il Presidente azero, fino a quando l’occupazione armena del Nagorno Karabakh non avrà fine non ha senso avviare ulteriori investigazioni, perché tali attività non potrebbero produrre alcun tipo di risultato. Ovviamente il tentativo del Governo azero è quello di evitare che la propria posizione nella trattativa venga ad essere indebolita dal risultato delle indagini del nuovo meccanismo. Per quanto riguarda l’aumento degli osservatori dell’OSCE, l’idea di Aliiyev non si discosta molto da quanto sostenuto per il punto precedente: in linea di massima l’Azerbaijan non sarebbe contrario all’aumento degli osservatori, il problema è, in realtà, l’entità dell’aumento. L’Azerbaijan ha proposto che questo sia molto contenuto, e che gli osservatori passino dagli attuali 6 a circa 12-13 unità. Si tratterebbe, in pratica, di un consenso di facciata, vista l’ampiezza del territorio interessato dalla crisi – a causa della quale un semplice raddoppio degli osservatori non avrebbe nessun effetto sul loro lavoro. Il ruolo degli osservatori non verrebbe rafforzato e resterebbe, come già successo fino ad ora, marginale.
Nonostante le dichiarazioni trionfanti registrate al termine degli incontri ufficiali, siamo quindi ben lontani dall’avvio di un vero e proprio processo di normalizzazione dell’area. Se, infatti, era impossibile pensare di risolvere in poche settimane una disputa che si trascina da decenni, ma i risultati sono stati ben al di sotto delle aspettative. Fermo restando il cessare il fuoco, infatti, nessuno discussione sui punti di una possibile risoluzione del conflitto è stata seriamente avviata.
Si tratta, però, di una situazione che si spera potrebbe cambiare alla luce degli avvenimenti di aprile. Mosca, come già evidenziato in precedenza, vuole giocare un ruolo di primo piano nella vicenda: da un lato per dimostrare la propria capacità di negoziatore, e dall’altro per evidenziare la propria forza nei confronti degli altri attori che, direttamente o indirettamente, stanno muovendosi nell’area. Uno di questi attori è sicuramente la Turchia, che forte delle proprie relazioni con l’Azerbaijan (che negli ultimi anni si sono fortemente rafforzate), può essere considerato il maggior alleato di Baku nella questione Nagorno Karabah. Lo sviluppo delle relazioni tra Mosca ed Ankara assumerà, molto probabilmente, un ruolo fondamentale nel possibile congelamento definitivo del conflitto e/o nell’avvio di un efficace processo di pace. I due Paesi, infatti, dopo aver raggiunto il picco negativo nelle loro relazioni lo scorso anno, sembrano avviarsi verso una normalizzazione dei propri rapporti. In questo caso la questione del Nagorno Karabah potrebbe rappresentare un ulteriore banco di prova in tale percorso. Per Azerbaijan e Armenia diventerebbe, infatti, assai difficile opporsi a un’eventuale soluzione proposta dai loro principali alleati nell’area. A riguardo, non va dimenticato che Ankara aveva già provato, nel 2009, a proporsi come mediatore nel conflitto per il Nagorno Karabakh, ma con scarsi risultati. Non è quindi da escludere la volontà di riproporsi come possibile player nelle future trattative.

QUALI PROSPETTIVE NEL MEDIO PERIODO? – Se la guerriglia di aprile ha avuto il ruolo di riaccendere i riflettori sul conflitto nel Nagorno Karabakh, non è ancora chiaro se questa rinnovata attenzione si trasformerà in assertività da parte dei membri del gruppo di Minsk, oppure se ben presto la crisi sarà posta in secondo piano per dedicarsi alle criticità che stanno interessando altri quadranti geografici, anche con maggiore impatto sia mediatico che geopolitico.

Fig. 2 – Putin ed Erdogan al G20 di Istanbul

Di sicuro sarà necessario un intervento incisivo da parte dei leader del Gruppo di Minsk e, probabilmente, anche di attori che fino ad oggi non hanno svolto un ruolo attivo nella vicenda pur facendo parte del Gruppo. Quanto avvenuto a Mosca, soprattutto in merito al coinvolgimento diretto di Vladimir Putin nella trattativa, potrebbe servire da spinta per ottenere un maggiore coinvolgimento anche degli altri due Paesi co-presidenti del Gruppo di Minsk. A riguardo non va, però, dimenticato che l’agenda di Obama, ormai a fine mandato ed alla vigilia di un importante impegno elettorale, potrebbe non contemplare un coinvolgimento diretto in un’ulteriore disputa geopolitica. Anche la Francia sembra al momento essere ripiombata in altre discussioni che spostano in secondo piano la disputa sul Nagorno Karabakh. Non è però da escludere che ulteriori attori si muovano attivamente per la risoluzione del conflitto: l’importanza delle forniture di idrocarburi azeri per l’Europa non va, infatti, sottovalutata. Oltre alla Turchia non è improbabile che anche altri attori europei si facciano parte attiva nella discussione. Questo potrebbe essere per esempio il caso della Germania: il suo intervento, però, non dovrebbe limitarsi alle semplici dichiarazioni fatto dal ministro degli Esteri in visita a Yerevan nelle scorse settimane.

Felice Di Leo

Un chicco in più

Nel 2009, nel tentativo di normalizzare i propri rapporti con l’Armenia, la Turchia avviò la discussione per la creazione di un protocollo con Yerevan che avrebbe dovuto fissare le linee guida per le future relazioni tra i due Paesi. Nell’ambito di tali discussioni anche il tema relativo al Nagorno Karabakh. Tali tentativi non sono però stati coronati da successo: la normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Yerevan è infatti fortemente ostacolata dalla difficoltà della Turchia a discutere senza preconcetti del proprio passato.

Foto di copertina di Blackwych pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

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