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Tomomi Inada e il difficile riarmo giapponese

Nominata ad Agosto Ministro della Difesa, Tomomi Inada dovrà governare nei prossimi mesi le complesse dinamiche del riarmo giapponese, dando concreta applicazione all’ambizioso programma di riforme militari del Premier Shinzo Abe. Un ruolo non facile e su cui pesa negativamente la fama di “falco” della neo-Ministro, esponente degli ambienti più nazionalisti e conservatori della politica nipponica.

UNA FREDDA ACCOGLIENZA – Cinquantasette anni, originaria della prefettura di Fukui, Tomomi Inada è stata nominata lo scorso 3 agosto nuovo Ministro della Difesa giapponese. Non è la prima donna a ricoprire tale importante incarico: Yuriko Koike, attuale Governatrice di Tokyo, svolse infatti brevemente la stessa funzione nel primo Governo Abe del 2006-07. Tuttavia Inada promette di mantenere la carica per più tempo e sembra intenzionata a riformare profondamente il suo Ministero, trasformandolo in uno dei principali dicasteri dell’esecutivo giapponese. Inoltre la sua nomina avviene in un momento di crescente partecipazione femminile nella vita politica nipponica, simboleggiato anche dalla recente vittoria di Koike nelle elezioni per il Governatorato di Tokyo e dall’ascesa di Renho Murata ai vertici del Partito Democratico. Si tratta certo di un importante cambiamento della società giapponese, ancora ferma a valori di tipo patriarcale, ma il fatto di farne parte non sembra aver portato molta fortuna a Inada. La sua nomina ministeriale è stata infatti accompagnata da feroci polemiche e duri attacchi giornalistici, sia sui media nazionali che sulla stampa straniera.

Fig. 1 – Discorso inaugurale di Tomomi Inada al Ministero della Difesa giapponese, agosto 2016

Ad alimentare le polemiche sono sopratutto le posizioni nazionaliste di Inada e la sua vicinanza a gruppi ultraconservatori come la Nippon Kaigi, giudicata in modo sospetto da diversi media occidentali. Ecco quindi che Financial Times, USA Today, Wall Street Journal e Libération hanno dedicato ritratti poco lusinghieri al nuovo esponente dell’esecutivo giapponese, sottolineandone la problematicità ideologica e, in alcuni casi, addirittura la pericolosità politica. Alcune di queste critiche sono arrivate persino sulla stampa italiana, di solito poco interessata alle vicende politiche asiatiche, con Repubblica che ha dedicato un articolo parecchio polemico alla vicenda, presentando Inada poco simpaticamente come “l’Angelo nero” del Premier Abe. Una caratterizzazione poi ripresa meccanicamente da altre pubblicazioni online, che non hanno fatto altro che rilanciare le accuse di Repubblica senza curarsi troppo della loro veridicità o accuratezza. Inevitabilmente, questa marea di apprezzamenti negativi ha finito per provocare anche reazioni polemiche di segno opposto, come quella di Grant Newsham, Research Fellow al Japan Forum for Strategic Studies di Tokyo, che ha accusato i critici americani di Inada di averla giudicata meramente sulla base di pregiudizi e senza ancora averla vista all’opera concretamente come Ministro.

In ogni caso, si può dire che l’accoglienza internazionale riservata alla neo-responsabile della Difesa giapponese sia stata tutt’altro che incoraggiante, cosa che potrebbe comportare anche conseguenze negative sul medio-lungo termine, vista la crescente importanza del suo ruolo istituzionale nell’attuale contesto strategico e geopolitico dell’Asia orientale. Ma perchè Inada fa così tanta paura ai partner occidentali (e vicini regionali) del Giappone?

Fig. 2 – Manifestazione di nazionalisti giapponesi presso il Santuario di Yasukuni in occasione dell’anniversario della resa giapponese nell’agosto 1945

NAZIONALISMO E REVISIONISMO STORICO – Di sicuro il personaggio è estremamente controverso e problematico, come riportato – seppure in modo spesso caricaturale – dai suoi critici stranieri. Nazionalista convinta, Inada ha infatti costruito la sua carriera legale e politica sulla difesa e rivalutazione del ruolo del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, visto come tendenzialmente positivo e perfettamente giustificato dalle circostanze dell’epoca. Da questo punto di vista i giornali hanno dato ampio risalto alle sue frequenti visite al Santuario di Yasukuni, dedicato alla memoria dei caduti per l’Impero giapponese (di cui oltre un migliaio condannati come criminali di guerra da diversi tribunali internazionali dopo il 1945), e alle sue opinioni negazioniste sul massacro di Nanchino e sulla vicenda delle comfort women, ovvero le tante donne asiatiche costrette con la forza a prostituirsi dall’Esercito giapponese negli anni Quaranta. Curiosamente, meno spazio è stato dato al suo ruolo di rappresentante legale delle famiglie di Toshiaki Mukai e Tsuyoshi Noda, gli ufficiali coinvolti nella famigerata “gara a uccidere cento persone con una spada” avvenuta a Nanchino nel dicembre 1937. Tra il 2003 e il 2005 Inada assistette infatti tali famiglie nella loro causa di diffamazione contro diversi scrittori e giornali giapponesi,  colpevoli – a detta dei suoi clienti – di aver diffuso e presentato la notizia come “vera”. Alla fine i giudici diedero torto alle due famiglie, riconoscendo il massacro come realmente accaduto, ma Inada sfruttò comunque la vicenda per lanciare pubblicamente la sua carriera politica, incentrata sulla “difesa dell’onore” dei veterani dell’Esercito Imperiale giapponese. Un richiamo ideale condiviso da Shinzo Abe, allora astro nascente del Partito LiberalDemocratico (LDP), che prese fermamente la giovane avvocatessa sotto la sua ala protettiva trasformandola in un membro chiave della sua cerchia di fedelissimi.

Eletta deputato per la prima volta nel settembre 2005, Inada ha ripagato il favore di Abe sostenendone le principali battaglie parlamentari, incluso il tentativo di riformare in senso interventista la Costituzione del 1947, e garantendone la popolarità negli ambienti politici più conservatori. La sua carriera ha comunque conosciuto alti e bassi, con brevi nomine a ministeri secondari alternate a lunghi periodi nell’amministrazione interna dell’LDP. Inoltre il suo acceso nazionalismo ha spesso rischiato di comprometterne il futuro politico: nel 2014 una foto imprudente con il leader neonazista Kazunari Yamada ha infatti provocato un grave scandalo pubblico, minacciando di porre fine alle speranze di Inada per un nuovo incarico governativo dopo l’esperienza insoddisfacente al Ministero per le Riforme Amministrative. Nonostante ciò, Abe ha finito per confermare la fiducia alla sua “protetta”, prima affidandole la guida del Policy Research Council dell’LDP e poi nominandola Ministro della Difesa nel rimpasto governativo dello scorso agosto. Difficile dire se si tratti di semplice gratitudine per la lealtà dimostrata negli anni passati o di una scaltra manovra per assicurarsi il completo controllo di un dicastero chiave in una fase estremamente delicata del proprio premierato, segnata da persistenti difficoltà economiche e dalle tensioni internazionali provocate dalla probabile revisione delle disposizioni pacifiste della Costituzione. In ogni caso, Abe sembra avere anticipato le tante obiezioni mosse all’appointment di Inada e ha imposto (o suggerito) alla neo-Ministro un deciso cambio di stile e di linguaggio.

Fig. 3 – Esercitazione delle Forze di Autodifesa Terrestri giapponesi nei dintorni del Monte Fuji, agosto 2016

TONI PRUDENTI E BASSO PROFILO – Anzitutto, Inada ha saltato la sua annuale visita al Santuario di Yasukuni in occasione dell’anniversario della resa giapponese nell’estate 1945, volando invece a Gibuti per supervisionare la situazione della piccola missione militare nipponica lì presente dal 2009 in funzione anti-pirateria. Nel corso della visita gibutina la neo-responsabile della Difesa ha confermato l’intenzione di Tokyo di mantenere una presenza militare nel Golfo di Aden, ufficialmente come parte delle proprie “misure anti-pirateria”, e ha ispezionato le strutture della locale base operativa costruita dalle Forze di AutoDifesa (SDF) nel 2011. Prima di ripartire per il Giappone, Inada si è anche intrattenuta brevemente con il Presidente Ismail Omar Guelleh e il Ministro della Difesa Ali Hassan Bahdon, discutendo con loro delle principali problematiche di sicurezza del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Nei colloqui con i giornalisti non c’è stato alcun riferimento alle polemiche relative alla sua nomina o a controversi temi di carattere storico-politico. Istituzionalmente corretta e retoricamente prudente, Inada si è concentrata sullo scopo primario del suo viaggio e ha evitato accuratamente qualsiasi allusione al controverso programma di riarmo di Tokyo.

Rientrata in patria, la neo-Ministro si è poi preparata per il secondo e più importante viaggio all’estero del suo incarico, ovvero negli Stati Uniti, dove è giunta a metà settembre per una serie di colloqui con il Segretario alla Difesa Ashton Carter. Non c’e’ dubbio che si sia trattato di un banco di prova fondamentale per Inada: dopotutto Washington continua a rappresentare il principale partner di Tokyo per la propria difesa nazionale e Abe sa bene che qualsiasi tentativo di riforma militare del suo Paese, soprattutto in chiave interventista, non andrebbe molto lontano senza un parziale endorsement americano. Da parte sua l’amministrazione Obama ha sempre visto con favore i tentativi di revisione costituzionale del Premier giapponese, inquadrandoli all’interno della propria strategia di contenimento della Cina in Asia orientale, ma negli ultimi tempi questo favore sembra essersi un po’ affievolito, soprattutto per via del marcato carattere nazionalista con cui il Governo giapponese sta perseguendo un ruolo militare più attivo sulla scena internazionale. Non a caso alcune delle critiche più marcate verso la nomina di Inada sono venute proprio dall’establishment politico-militare americano, che ha visto l’evento come una conferma delle proprie crescenti paure sulla vera natura del riarmo giapponese.

Fig. 4 – Il Premier giapponese Shinzo Abe al G20 di Hangzhou, settembre 2016

L’incontro con Carter era quindi di primaria importanza per rilanciare il dialogo nippo-americano sulla sicurezza e Inada ha superato la prova abbastanza brillantemente, confermando gli impegni difensivi presi dal Giappone con Washington nel Pacifico e promettendo un maggiore coinvolgimento navale a sostegno della “libertà di navigazione” nel Mar Cinese Meridionale. I due responsabili della Difesa hanno anche discusso della possibile costruzione di un network di sicurezza regionale con Corea del Sud, Australia e India. E hanno confermato l’impegno a cooperare maggiormente con i Paesi del Sud-est asiatico per accrescerne e migliorarne le capacità difensive. Tutte mosse interpretabili in chiave anti-cinese, naturalmente, e la risposta piccata di Pechino non si è fatta certo attendere, con una serie di articoli e servizi sui propri media nazionali estremamente critici del vertice difensivo nippo-americano. Il Global Times, per esempio, ha invitato il Giappone a non immischiarsi nella crisi del Mar Cinese Meridionale, seguendo l’esempio di altri Paesi dell’area apparentemente solidali con le rivendicazioni territoriali di Pechino, mentre il South China Morning Post ha condannato la proposta di inviare navi giapponesi a pattugliare lo Scarborough Shoal come inutilmente provocatoria. Inada non ha comunque prestato troppa attenzione a tali critiche: l’obiettivo del viaggio a Washington era infatti quello di rilanciare la cooperazione militare con gli Stati Uniti in Asia orientale e, da questo punto di vista, l’intesa con i vertici del Pentagono è stata pressochè totale. Restano però diversi dubbi da parte americana sulla serietà degli impegni militari presi da Tokyo, anche per via dei recenti mutamenti della situazione strategica generale nella regione.

PROSPETTIVE INCERTE – Il più significativo di tali mutamenti è certamente l’insediamento di Rodrigo Duterte alla Presidenza della Filippine, che sembra aver comportato una grave crisi delle relazioni politico-militari tra Washington e Manila. Oltre a lanciare una brutale campagna interna contro il narcotraffico, risultata in centinaia di morti, Duterte ha infatti espresso la volontà di arrivare a una riconciliazione diplomatica con Pechino sul Mar Cinese Meridionale e ha attaccato duramente le interferenze di Washington negli affari interni ed esterni del suo Paese, arrivando persino a insultare pubblicamente il Presidente Obama. Inutile dire che ciò ha portato a un serio raffreddamento dei rapporti americano-filippini e messo in crisi uno dei pilastri del “Pivot to Asia” del Governo americano. Allo stesso tempo un altro pilastro di tale strategia, l’ASEAN, versa in uno stato di profonda crisi interna, incapace di esprimere una posizione comune sulla crisi del Mar Cinese Meridionale e drammaticamente diviso tra Paesi filo-cinesi e filo-americani. Non solo, ma Pechino è anche riuscita a far valere il proprio punto di vista nei recenti vertici dell’organizzazione, rafforzando la sua influenza politica nella regione e annullando gli effetti della condanna della Corte permanente di arbitrato dell’Aia. La strategia di contenimento obamiana in Asia appare quindi in seria difficoltà, e l’incertezza sull’identità e sulle mosse del prossimo Presidente americano non fa che renderla ancora più precaria.

Fig. 5 – Incontro tra Inada e il Ministro della Difesa birmano Sein Win a Tokyo, settembre 2016

È in questo contesto mutevole e delicato che Inada dovrà quindi implementare l’ambiziosa riforma militare promossa dal suo Governo, trasformando le SDF in uno strumento efficace di difesa e proiezione degli interessi giapponesi in Asia orientale. Un compito estremamente difficile e rischioso, sia per l’attuale situazione regionale che per il persistente ricordo di Tokyo come aggressiva potenza imperialista nel secolo scorso. Inoltre buona parte dell’opinione pubblica nipponica continua ad essere fermamente ostile al revisionismo costituzionale di Abe, inscenando manifestazioni di protesta e altre forme di disobbedienza civile contro le iniziative militari del Premier. Per il “falco” Inada si prospettano dunque tempi duri e complicati, che potrebbero affondare la sua promettente carriera politica.

Simone Pelizza

Un chicco in più

Alcuni analisti hanno indicato Inada come la possibile erede di Shinzo Abe alla guida del Governo giapponese. Si tratta però di un’ipotesi prematura perchè l’attuale Primo Ministro non sembra avere intenzione di ritirarsi dalle scene prima delle elezioni di fine 2018. Inoltre buona parte dell’LDP vorrebbe mantenerlo come proprio leader anche dopo tale data, così da realizzare tutti gli obiettivi delle sue riforme economiche. Ciò farebbe di Abe, in caso di ulteriore vittoria elettorale, il Premier più longevo nella storia del Giappone postbellico.

Foto di copertina di Secretary of Defense Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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