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Myanmar e la sfida dello sviluppo sostenibile

Nel 2010 il Myanmar ha visto, dopo anni di repressiva dittatura militare, una timida apertura verso una maggiore partecipazione democratica, culminata poi con la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia nelle storiche elezioni del novembre 2015. Tuttavia, molte politiche approvate dalla precedente giunta militare, soprattutto nel campo dello sfruttamento delle risorse naturali, sono ancora in vigore nella neonata democrazia birmana.

RISORSE NATURALI E SVILUPPO – Una popolazione di oltre 50 milioni di persone, di cui il 70% è impiegato nel settore agricolo, rappresenta tanto una risorsa per lo sviluppo socio-economico del Paese quanto un attore scomodo per l’implementazione di progetti di sfruttamento del capitale naturale promossi dal Governo birmano. Petrolio, gas naturale, pietre preziose e grandi capacità idriche fanno sempre più gola agli investitori internazionali, soprattutto in seguito al lento ma progressivo processo di democratizzazione iniziato nel 2010 che ha comportato, tra l’altro, anche un’apertura commerciale verso l’esterno. Il gas naturale rappresenta, non a caso, il 29% di tutti gli export, mentre i minerali il 26%. Inoltre, restrizioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea alle importazioni dal Myanmar hanno fatto sì che i legami commerciali siano andati sviluppandosi soprattutto con i Paesi dell’area asiatica: il 37% dell’export birmano è diretto in Cina, mentre il 25% in Thailandia. Tuttavia, sempre più investitori occidentali guardano al Paese come un mercato da esplorare e sfruttare. Nel 2015, gli investimenti diretti esteri (IDE) hanno raggiunto la quota di 3 mila miliardi di dollari (nel 2009 raggiungevano a malapena mille miliardi) e ben il 35% ha riguardato il settore energetico. Grazie a questa apertura verso i mercati occidentali ed, in particolar modo, grazie ad una maggiore stabilizzazione politica, l’accresciuta quantità di investimenti esteri ha richiesto l’attivazione di diversi schemi affinché i benefici da essi derivanti coinvolgano l’intera popolazione e diversi settori economici. Tra questi figurano l’ Extractive Industries Transparency Initiative (EITI), una serie di standard per giudicare i livelli di trasparenza e legalità delle compagnie dedite all’estrazione di petrolio, gas ed altre risorse minerarie.

Fig. 1 – Un operaio al lavoro in una miniera di rame a Monywa, nel nord-ovest del Myanmar

Già sotto il regime militare si era dato vita a progetti transnazionali per lo sfruttamento delle risorse disponibili attraverso l’elaborazione di programmi settoriali. Molti di questi, però, miravano unicamente ai ricavi economici, ignorando la realtà socio-ambientale circostante, con ricadute anche negative sullo sviluppo di lungo termine. Nel 1998, ad esempio, la costruzione di un gasdotto diretto in Thailandia ha comportato, secondo varie organizzazioni umanitarie (tra le quali Earth Rights International), la violazione di diversi diritti umani, lo sfratto di popolazioni presenti sulla rotta del progetto e continui episodi di inquinamento dovuti a numerose perdite nelle condutture. Alla luce del paradigma dello sviluppo sostenibile, appare chiaro, invece, come una strategia di sviluppo che tenga conto anche della preservazione ambientale sia necessaria a garantire una forma di progresso continuo. La ricchezza di risorse naturali rende infatti necessario un giusto equilibrio tra la volontà di raggiungere una rapida crescita economica nel breve periodo (spesso a spese dell’ambiente) e gli interessi di lungo-termine del Paese in questione.  Basti pensare che nel settore minerario le compagnie alle quali è affidato lo sfruttamento di giacimenti minerari godono di ampio potere decisionale sulle tecniche di estrazione e non è prevista, per legge, una procedura per la valutazione dell’impatto ambientale (Environmental Impact Assessment – EIA) e sociale (Social Impact Assessment – SIA).

Fig. 2 – Soldati scavano alla ricerca di superstiti dopo una frana in una miniera di giada nello Stato del Kachin, novembre 2015

TRA SETTORE IDROELETTRICO E SOCIETÀ – Il settore idroelettrico è oggi il secondo per quantità di investimenti, con un potenziale di più di 100.000 megawatt. Tuttavia, la capacità produttiva di 46.000 megawatt che si dovrebbe raggiungere una volta completati i progetti ancora in costruzione (se ne contano all’incirca 50) eccede il fabbisogno interno. La maggior parte dell’energia generata, infatti, sarà esportata in Cina, Thailandia ed India. Nonostante ciò, come avviene per il gas, solo una bassa percentuale della popolazione locale ha attualmente accesso all’energia elettrica (circa il 52%, con una proporzione minore nelle aree rurali, dove si attesta al 15%) ed i blackout continuano ad essere frequenti anche nelle maggiori città del Paese, quali Yangon.

Fig. 3 – Un generatore di corrente elettrica in un villaggio del Myanmar orientale. La maggior parte della popolazione birmana non ha ancora accesso a tale forma di energia

Tra i vari progetti vi sono quindici dighe con un potenziale superiore ai 1000 megawatt ognuna. Tuttavia, la loro costruzione ha spesso comportato proteste e reazioni violente da parte delle popolazioni locali per l’impatto sull’ambiente circostante e sul tessuto sociale degli attori coinvolti. Una forma di landgrabbing, infatti, ha spesso caratterizzato l’implementazione di progetti di sviluppo, con continue violazioni dei diritti umani (lavoro forzato, restrizione sui movimenti interni ed addirittura forme di tortura). Nel 2006, ad esempio, la costruzione della diga dell’alto Paunglaung, sotto la presidenza di Thein Sein (uno degli artefici del processo di democratizzazione, avendo ricoperto la carica di Presidente dal 2011 al 2016), ha comportato l’espulsione di 8000 persone da 23 villaggi. Tale scelta ha avuto ricadute sulle comunità riallocate, con un conseguente inasprimento delle condizioni di vita delle stesse e diffusi episodi di povertà. Si stima, infatti, che tra i riallocati il tasso di povertà sia salito dal 15% all’85%, dovuto soprattutto alla mancanza di terra o la redistribuzione di terreni inadatti alla coltivazione del riso, uno degli elementi base della dieta locale. Tuttavia, nel 2011, un progetto simile, a Myitsone, è stato stoppato dallo stesso Presidente Thein Sein dopo che una  serie di proteste pubbliche aveva accompagnato l’inizio dei lavori.

UN FUTURO (IN)SOSTENIBILE? – Nonostante l’abbondanza di risorse naturali, si stima che il 32% della popolazione viva ancora sotto la soglia di povertà estrema, ovvero con meno di 1,90 $ al giorno. Infatti, molte delle risorse vengono esportate in altri Paesi, condannando gli abitanti locali ad una cronica mancanza di accesso ai servizi di base. Inoltre, si suppone che i lauti compensi ricavati dalla concessione a compagnie straniere di licenze per lo sfruttamento di risorse naturali siano stati utilizzati per il rafforzamento dell’apparato autoritario e vi sia stata, almeno nel passato, una diversione di risorse. Lo stesso Myanmar, infatti, presenta un indice di percezione della corruzione pari a 22 punti, lungo una scala, elaborata da Transparency International, che va da 0 (altamente corrotto) a 100 (non corrotto).  A ciò si aggiunga il fatto che conflitti riguardanti il controllo delle risorse naturali spesso si traducono in conflitti etnici. Il 68% della popolazione è di etnia birmana, ma la canalizzazione delle risorse verso determinate aree e gruppi etnici fa sì che vi sia un accesso ineguale alle opportunità ed ai benefici derivanti dall’utilizzo delle ricchezze disponibili.

Fig. 4 – Ragazzini cercano bottiglie di plastica da rivendere in una discarica nei dintorni di Yangon, novembre 2015

Tuttavia, a partire dall’avvio del processo di democratizzazione, vi è stato un fiorire di organizzazioni non governative ed appartenenti alla società civile che richiedono maggiore trasparenza ed una forma di sviluppo (più) inclusivo. L’adesione a schemi per il rispetto di procedure standard, quali l’EITI, per una maggiore partecipazione e trasparenza nel settore dello sfruttamento delle risorse naturali ha dimostrato un impegno da parte del Governo birmano di procedere verso una forma di sviluppo sostenibile, tanto dal punto di vista ambientale quanto sociale. Ciò che il neo-democratico Governo birmano dovrebbe infatti evitare è il cosiddetto “paradosso dell’abbondanza”, teoria secondo la quale la crescita economica tende ad essere minore in quei Paesi ricchi di risorse naturali a causa di diversi fattori: alta corruzione, poco interesse a diversificare l’economia, volatilità dei prezzi dei materiali esportati sul mercato internazionale, conflittualità legata alla gestione delle stesse risorse. Molti Stati, nel loro processo di sviluppo, promosso soprattutto all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e delle ondate di decolonizzazione, hanno fallito nel  trarre un vantaggio di lungo termine da un utilizzo sostenibile ed equo delle ricchezze naturali presenti sul proprio territorio (basti pensare alla “cleptocrazia” di Mobutu nello Zaire post-indipendenza). Riuscirà, invece, la nuova democrazia birmana a liberarsi dalle catene di tale “maledizione”? Gli sviluppi recenti fanno supporre che si stia procedendo nella giusta direzione, ma si tratta di un equilibrio fragile, minato da alti interessi economici, pressioni internazionali e conflitti etnico-sociali. A ciò si aggiunga il fatto che il Myanmar è ancora una democrazia giovane e incerta, caratterizzata da un forte retaggio militare, ma, al contempo, dalla presenza di una forte leadership, identificabile in Aung San Suu Kyi (che, tuttavia, non può concorrere alla presidenza del Paese, così come stabilito dalla giunta al potere fino al 2014). Solamente il futuro ci saprà dire se il Paese riuscirà a consolidare la propria democrazia o diverrà un tassello aggiuntivo nel sempre più grande puzzle degli “Stati falliti”.

Michael Ruggeri

Fig. 5 – Speranza per il futuro: un murales a Mandalay celebra la recente elezione presidenziale di Htin Kyaw, stretto collaboratore di Aung San Suu Kyi

Un chicco in più

La Cina è il principale partner economico e commerciale di Myanmar sin dagli anni Ottanta. A partire dal 2008 il Governo di Pechino ha anche aumentato considerevolmente i propri investimenti nel Paese del Sud-est asiatico, finanziando grandi progetti infrastrutturali come la costruzione della diga di Myitisone o l’espansione delle miniere di rame di Leptadaung.

Questi progetti sono stati ideati soprattutto a sostegno della crescita della vicina provincia dello Yunnan, tra le più povere della Repubblica popolare cinese, ma le tante controversie ad essi legate hanno portato a un significativo calo degli investimenti di Pechino nell’economia birmana nel biennio 2012-2013.

Foto di copertina di ILO in Asia and the Pacific pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

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