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Brexit e social media: dove abbiamo sbagliato

Le analisi delle conversazioni social nei giorni precedenti al referendum britannico sul Brexit hanno largamente previsto la vittoria del Leave sul Remain: è quindi giunto il momento di interrogarci se i social media siano oggi un luogo adatto all’attività politica non propagandistica.

#WhatWeHaveDone si chiedono gli inglesi su Twitter in queste ore, due giorni dopo l’annuncio che il referendum su Brexit ha sancito in maniera inequivocabile il trionfo di “Leave” su “Remain”.
Risultato scontato per alcuni, come se si chiedesse oggi ai tedeschi di votare “si” o “no” all’ingresso di nuovi immigrati dalla Siria o agli italiani se votare “si” o “no” al bail in, e che era stato largamente previsto da numerose ricerche indipendenti che hanno misurato le conversazioni relative a Brexit sui social media nelle settimane precedenti al voto.
Pochi numeri, ma essenziali: sebbene secondo Talkwalker nelle ultime 24 ore del referendum il numero di hashtag associati a Remain avesse sorpassato di 10 punti percentuali quelli del Leave, è diventato presto evidente quanto questo recupero sia stato tardivo, rispetto al grande sforzo messo in atto sui social media dagli attivisti pro-Brexit nelle settimane precedenti il referendum.
Una predominanza che emerge in primo luogo su Twitter, dove secondo una ricerca condotta da EuVisions nel periodo che va dal 4 aprile al 9 giugno 2016 ogni attivista pro-Brexit riconducibile all’UKIP (il partito di Nigel Farage, tra i principali sostenitori della campagna per il Leave) ha pubblicato in media 48 tweet, rispetto ai 18 degli attivisti Liberal e Tories, e agli 8,6 dei Labour.

“Contenuti, slogan e hashtag a favore del Leave sono stati quelli più attivamente propagati e discussi – è la conclusione degli autori del report – a dimostrazione che anche piccoli gruppi organizzati e coordinati tra loro possono diventare decisivi, all’interno di dibattiti fortemente polarizzati”.

Per fortuna o no, Twitter non è più l’unica piattaforma di riferimento tra i social media quando si tratta di un tema specifico: la perenne crisi di utenti e la riduzione significativa del loro engagement ne fanno ormai solo una tra le tante piattaforme su cui le persone discutono e si informano su un argomento.
Brexit segnala infatti, forse per la prima volta, il riconoscimento di Instagram quale piattaforma di propaganda politica (non di dibattito, e vedremo perché).
Secondo una ricerca compiuta da un ricercatore dello Oxford Internet Institute Vyacheslav W. Polonski, anche su Instagram gli utenti in favore del Leave hanno dimostrato una maggiore attività, pubblicando fino a 5 post in più degli utenti in favore di Remain, ricevendo il 25,3% in più di “cuori” e il 19,7% in più di commenti, su un totale di 28.940 immagini e 13.310 hashtag riferiti a Brexit.

“Su Instagram, tranne in casi isolati – è il commento dell’autore della ricerca – ogni gruppo ha utilizzato i suoi hashtag. Gli euroscettici e gli attivisti del Leave sono stati più appassionati, attivi ed espliciti nell’esprimere la loro opinione”.

Per concludere il quadro, anche su Facebook la predominanza del Leave sul Remain è stata schiacciante. Secondo una ricerca di CrowdTangle, una piattaforma di social media analytics partner di Facebook,  ripresa dal New York Times, tra le 20 pagine con il maggior engagement che trattano temi inerenti l’Unione Europea i post pubblicati dalle pagine del fronte “Remain” hanno prodotto 3,3 milioni di interazioni, rispetto agli 11 milioni dei post pubblicate sulla pagine pro-Leave.
Non voglio dilungarmi qui sulla qualità e i meriti delle campagne social delle opposte fazioni (sul sito della BBC c’è un’interessante sintesi a riguardo).
È evidente come, non solo sui social media, gli attivisti del Leave abbiano avuto il merito di raggiungere e riuscire a unire sotto uno stesso fronte un elettorato profondamente diverso quale può essere quello dei seguaci di Nigel Farage e quello delle tradizionali roccaforti Labour che hanno votato in massa per Brexit.

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Fig. 1 – Gli hashtag più usati su Instagram a favore e contro Brexit (Copyright Vyacheslav Polonski)

Appare un controsenso che nell’età dell’informazione possano ancora esserci persone che votano senza prima essersi informate. Eppure è un dato di fatto, se si crede ai dati di Google secondo cui tra le ricerche più frequenti compiute dagli inglesi dopo il referendum comparivano “quali sono le conseguenze del Brexit” e “che cos’è l’Unione Europea?”. E il fatto che tanti inglesi abbiano espresso sui social media il proprio rimorso per aver votato a favore del Brexit ne è una controprova.
Una possibile spiegazione risiede nel concetto di “filter bubble”. Come scrive Geert Lovink in “Ossessioni collettive” i social media sono costruiti sulla geniale intuizione, da parte dei vari Zuckerberg sparsi in giro per il mondo, che la maggior parte degli utenti social sia spinta dall’”incestuoso desiderio di essere come i propri amici”.
I social media replicano in maniera esponenziale il modello della “filter bubble” dando a ogni utente  i contenuti che gli algoritmi dei social stessi ritengano siano più in linea con gli interessi di ciascuno di noi, riducendo al minimo il margine di varietà.
Sono gli utenti stessi ad aiutare gli algoritmi dei social a chiudere la Rete su di loro, indicando con un semplice clic quali argomenti non desiderano più vedere: Facebook, in un estremo omaggio all’ipocrisia, offre a chiunque la possibilità di oscurare del tutto i post di un “amico” dal proprio newsfeed senza rompere l’”amicizia”.
Se su Twitter si pensa solo a dichiarare la propria appartenenza a uno o all’altro campo per ricevere più retweet possibili, se i gruppi di Facebook rimangono asserviti totalmente ai loro amministratori (già mi immagino cosa sarebbe successo se un’attivista del Remain avesse guadagnato notorietà e supporto in un gruppo gestito da un’attivistà del Leave), risulta evidente come i social media in questo momento non offrano alcuno spazio definito dove il dibattito tra opposte fazioni possa verificarsi e avvenire sulla base di regole di convivenza civile.

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Fig. 2 – Il numero totale di post e tweet pubblicati sui social media riferiti a Brexit secondo TalkWalker.

In questo contesto è ben poco consolatorio affermare che la campagna di Brexit è solo l’ultimo degli esempi che dimostrano come i social media siano forse un terreno ideale per la propaganda politica (nel momento in cui offrono a chi può permettersi di spendervi del budget di inviare i propri messaggi a un pubblico selezionato di elettori) ma non lo sono probabilmente per il dibattito, che è alla base della costruzione di un’opinione pubblica informata e di una società migliore.
Paradossalmente, e qui vorrei tanto sbagliarmi, i social media sembrano nel lungo periodo costituire più un handicap che uno strumento a disposizione delle moderne democrazie.
Se è vero che i social offrono a chiunque la possibilità di informarsi meglio e in maniera più approfondita di quanto fosse possibile in precedenza, allo stesso tempo portano l’utente medio a chiudersi all’interno di un recinto composto da chi ha la propria stessa opinione, per partecipare alla demenziale e spesso impari lotta a chi delle due fazioni ottiene il numero di “mi piace” maggiore.
Con quale risultato, è sotto gli occhi di tutti.

Jacopo Franchi

Un chicco in più

Questo articolo è uscito originalmente su Umanesimo Digitale

 

1 comments
van_leprechaun
van_leprechaun

Le persone che vivono di media sono propagandisti dei media. Ovvio. E così non perdono occasione per cercare di convincere che i media sono importanti, che spostano le opinioni, ecc. ecc.

Non è vero, e la miglior prova di questo è l'Italia. E le "social" network non fanno eccezioni.

I media servono a vendere Pannoloni per Adulti Depend, una cosa molto più semplice del convincere qualcuno a votare questo o quello.

Chi ha votato Brexit, o Bremain, non lo ha fatto perché qualcuno lo ha convinto. E questo tipo di approcci serve ad evitare di farsi la domanda fatale: "perché hanno votato in quel modo?". Meglio non farsela e non cercare risposte, sarebbe imbarazzante (soprattutto per il committente), ed emergerebbe l'inutilità dei media.

È d'altronde di moda (vedi Big Data) pensare di sostituire le statistiche alla conoscenza. La proposta implicita è quella di tornare all'evoluzione basata sul Trial and error. Lo sciamanesimo insomma (che peraltro funzionava: era lento, ma funzionava). La negazione della cultura "occidentale".

La dimostrazione dell'inutilità dei media nel persuadere su cose più complicate dei pannoloni sta in questo:

In Italia, dal primo governo Berlusconi in poi, c'è stata un'alternanza perfetta. Una volta ha vinto il CD, quella succesiva il CS, e così via.

Quando Berlusconi vinceva, controllava una sola delle reti, la sua. Quando perdeva (stando al Gioverno) ne controllava due, la sua e quella pubblica.

Ma naturalmente, "con le televisioni si vincono le elezioni", dicono i venditori di inserzioni sui Pannoloni.