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Brexit: le implicazioni per una Scozia indipendente

In 3 sorsi – Nonostante nel Regno Unito abbia prevalso il Leave, un’ampia maggioranza dell’elettorato scozzese si è espressa in favore alla permanenza nell’Unione europea

Il caos politico in cui versa il Regno Unito oggi e un’Unione Europea che – al contrario di due anni fa –  accoglierebbe calorosamente una Scozia indipendente, aprono nuovi scenari per la permanenza di Edimburgo nell’UE. Indire un nuovo Referendum sull’indipendenza (e vincerlo) sembra essere l’unico modo per accedere nuovamente all’Unione, questa volta con lo status di Stato Membro

1. IL VOTO SCOZZESE – Per la seconda volta in meno di due anni gli scozzesi sono tornati alle urne per votare un referendum : il primo – quello sull’indipendenza scozzese svoltosi nel 2014 – ha avuto esito negativo; il secondo (consultivo)  – quello sulla Brexit – ha visto in tutti i distretti scozzesi la vittoria del Remain con una media del 62% dei voti. Sfortunatamente per il Regno Unito, gli scozzesi non sono stati gli unici a votare.
Per quanto nazionalisti e nostalgici, gli scozzesi hanno sempre perorato la causa dell’indipendenza all’interno dell’UE, soprattutto per questioni economiche e di attrattività di capitale umano specializzato. Non è un caso che il Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon e leader del SNP – Scottish National Party – all’indomani del risultato del referendum, abbia cercato di tranquillizzare la forza lavoro straniera che risiede in Scozia, rimarcando il suo contributo all’economia e alla società scozzese. Si potrebbe sostenere che l’elettorato scozzese abbia dimostrato una lungimiranza di cui gli inglesi sembrano ormai privi, così affascinati dalle vane promesse dei vari Johnson e Farage, che – senza un qualsiasi piano concreto per la transizione – si sono già ritirati dalla scena politica. Tuttavia, non può essere questo il solo elemento che ha influenzato un voto così bilanciato.
Il ruolo cruciale va riconosciuto allo SNP attualmente al governo in Scozia, che è riuscito nell’ardua impresa di essere un partito di protesta e di governo allo stesso tempo. Il risentimento verso l’establishment, un’Europa di austerity e verso le politiche di immigrazione e di accoglienza è stato in gran parte incanalato nel voto per il Leave. Gli Scozzesi hanno già un Partito per cui possono votare se sospettosi e infastiditi dagli stranieri (gli inglesi); ed è proprio lo SNP.

Fig. 1 – Nicola Sturgeon, Primo ministro scozzese e leader del Partito Nazionale Scozzese (SNP)

2. LE TRATTATIVE CON L’UE – Il Governo scozzese si è già messo all’opera per valutare quali siano le strade percorribili per assicurare il futuro della Scozia all’interno dell’UE. Alcuni politici di origine tedesca, tra cui Manfred Weber – leader del Partito Popolare Europeo – e Gunther Krichbaum – capo della Commissione Tedesca per gli Affari Europei –, cui si aggiunge Guy Verhofstadt dei Liberali, hanno espresso il loro supporto a una permanenza della Scozia all’interno dell’UE.
Donald Tusk – Presidente del Consiglio europeo – ha cercato di bloccare gli abboccamenti tra il Primo ministro scozzese e i leader europei, definendoli non appropriati, data la situazione nel Regno Unito. Tuttavia, lo scorso 29 giugno, Sturgeon ha incontrato il presidente del Parlamento europeo Martin Schultz insieme ad altri rappresentanti. Per quanto le istanze scozzesi siano state accolte con un certo grado di solidarietà e comprensione – secondo quanto dichiarato da Sturgeon stessa – nulla è stato dichiarato ufficialmente. Francia e Spagna si oppongono fermamente alle negoziazioni, e il Primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha affermato che la Scozia uscirà dall’UE, in quanto parte integrante del Regno Unito.
Di fatto è sostanzialmente escluso che la Scozia possa permanere nell’UE, in quanto ancora parte integrante del Regno Unito; la situazione sarebbe differente se, una volta ottenuta l’indipendenza, facesse richiesta di adesione all’UE. Essa risulterebbe molto più semplice adesso rispetto a quanto non sarebbe stata nel 2014, quando l’UE tentò di scoraggiare la dissoluzione territoriale dei suoi Stati membri – Spagna e Regno Unito per primi. Due anni fa la procedura di adesione sarebbe stata lenta e osteggiata dai Paesi che storicamente soffrono al loro interno di spinte secessioniste – tra gli altri Spagna, Italia, Slovacchia, Belgio – e che temevano l’effetto domino. Dopo il voto per il Leave del Regno Unito, l’Unione europea accoglierebbe una Scozia indipendente a braccia aperte. Nonostante l’ostruzionismo che potrebbe giocare Rajoy in particolare, impegnato a scongiurare la secessione catalana, l’UE non potrebbe lasciarsi sfuggire l’occasione di riportare parte del Regno (non più così) Unito tra i suoi Stati Membri.

Fig. 2 – Manifestazione a favore dell’indipendenza scozzese, settembre 2014

3. UN SECONDO REFERENDUM – Nicola Sturgeon ha dichiarato che non indirà un secondo referendum, se ci fosse il modo di proteggere lo status di parte integrante dell’UE della Scozia – prospettiva che gli esperti escludono. Tuttavia sono molte di più condizioni che devono essere soddisfatte.
Il Primo ministro deve essere sicuro della vittoria e godere di un ampio margine di voti; se in un così breve lasso di tempo l’elettorato scozzese si esprimesse per due volte con un voto negativo, il sogno indipendentista scozzese sarebbe archiviato forse per sempre, parallelamente a quanto avvenuto in Quebec. Inoltre gli imprenditori scozzesi considerano la prospettiva del referendum troppo prematura: vorrebbero che il Governo scozzese collaborasse a stretto contatto con quello centrale per assicurare condizioni favorevoli nei trattati commerciali che presto verranno discussi. La priorità è quella di mettere in sicurezza gli interessi scozzesi e solo in un secondo momento di occuparsi di un eventuale referendum. Sono consci che le prospettive economiche dell’indipendenza scozzese sono decisamente cambiate, dal momento che il petrolio al barile si aggira ad oggi intorno ai 50$, contro il valore doppio di circa due anni fa.
Come nel 2014, il Governo scozzese dovrebbe ottenere il benestare da parte del Governo centrale per poter indire un referendum che sia deliberativo, dato che la materia costituzionale è competenza del Governo centrale; e come nel 2014 è plausibile che il governo scozzese lo ottenga (Un chicco in più). Con il caos del post-Brexit e la prospettiva di un’uscita dall’UE, la Scozia potrebbe davvero diventare indipendente e accedere all’Unione europea come un nuovo Stato membro.

Clara Callipari

Un chicco in più

Nel 1707 l’ Act of Union abolì i Parlamenti separati di Scozia e Inghilterra e creò il Parlamento del Regno Unito di  Westminster a Londra. Nel corso degli anni, tuttavia, la Scozia godette di una certa autonomia, avendo un sistema legale e una chiesa indipendente. Con un referendum, nel 1997, il 74% dell’elettorato scozzese votò a favore di un Parlamento Scozzese autonomo e il 63% sostenne il suo potere fiscale di variare la percentuale di tasse sul reddito. A seguito dello Scotland Act del 1998, l’esecutivo scozzese (solo dal 2007 riconosciuto con il titolo di Governo) e il Parlamento scozzese si riunirono, e i ministri scozzesi acquisirono i poteri precedentemente esercitati dal Segretario di Stato della Scozia e dai ministri del Regno Unito. Il Governo scozzese post-devolution detiene autonomia in materia di salute, educazione, giustizia, politiche rurali e ambientali. Alcuni poteri sono invece di competenza esclusiva del Governo centrale come ad esempio l’immigrazione, gli affari costituzionali, la politica estera e la difesa. 

 

 

Foto: Lawrence OP

 

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