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Barakah meets Barakah: amore e cinema in Arabia Saudita

Diretta da Mahmoud Sabbagh, la commedia Barakah meets Barakah è stata accolta con notevole interesse in Europa e incarna perfettamente l’attuale rinascita del cinema saudita dopo decenni di proibizioni e oscurantismo religioso. Tuttavia il film non osa sfidare la rigida censura delle autorità di Riyadh, rifugiandosi nella leggerezza comica e nella facile nostalgia del liberalismo culturale degli anni Settanta

UN PAESE SENZA CINEMA – Ci vorrebbe una bella Primavera in Arabia Saudita. Senza piazze tumultuose, senza arresti, uccisioni e torture. Una Primavera corale, di tutti. La Primavera del cinema, in un Paese dove non esistono sale cinematografiche. Sono vietate.

Non lo sapevo, lo confesso. L’ho appreso dalla viva voce di Mahmoud Sabbagh, giovane e brillante regista di una altrettanto brillante commedia, Barakah meets Barakah.
Presentato al 66esimo Festival di Berlino, dove è stato accolto come un piccolo colpo di genio, Barakah meets Barakah è poi approdato per il pubblico italiano al Middle East Now Film Festival di Firenze, aggiudicandosi il premio Menzione speciale «per la sua unicità, per la prospettiva originale e coraggiosa nel raccontare l’Arabia Saudita di oggi e le sue nuove generazioni».
Una prodezza quella di Mahmoud Sabbagh, perché parliamo di Arabia Saudita. Un Paese dove non esiste un’industria cinematografica vera e propria, e nemmeno sale di proiezione e teatri. Ai ventisette milioni di sauditi è precluso (anche) il piacere del grande schermo.
Barakah meets Barakah ė una commedia romantica. Non erano queste, tuttavia, le intenzioni di Mahmoud Sabbagh. «La storia d’amore ė stata una copertura; sullo sfondo c’è la storia della città e dello spazio pubblico», racconta Mahmoud, «volevo fare un film sulla mancanza di spazi pubblici, di vita sociale nel mio Paese [..]. La copertura ha funzionato perché il film non ha avuto alcuna censura», ha sottolineato il giovane regista alla platea di Firenze.
Non c’è stata censura ma nemmeno alcuna forma di sostegno o finanziamento. «Abbiamo fatto ricorso agli amici e agli amici degli amici per girare il film. [..] Spero che il mio film contribuisca a mettere in moto un dibattito in Arabia Saudita sulla assenza di luoghi di socialità e sulla loro importanza per la non violenza di una società».

Fig. 1 – La città portuale di Gedda, dove è ambientata la storia di Barakah meets Barakah

AMORE E NOSTALGIA – Girato interamente in Arabia Saudita, Barakah meets Barakah è ambientato a Gedda, seconda città del regno saudita.
Il protagonista, Barakah (interpretato da Hisham Fageeh, il comico saudita famoso per il video No woman no drive), è un funzionario pubblico, di modeste origini sociali; un sognatore, un aspirante attore teatrale. Recita Ophelia, in abiti femminili, in un gruppo teatrale improvvisato. Si innamora di Bibi, figlia adottiva di una ricchissima famiglia, modella seguitissima su Instagram.
Più che sull’amore, Barakah meets Barakah è un film sulla difficoltà per i giovani sauditi di conoscersi, frequentarsi, vivere apertamente le loro relazioni. Gli escamotage a cui ricorrono i due giovani per vedersi sono esilaranti, ma dietro una buona dose di comicità, Barakah meets Barakah è anche un film sulle differenze di classe (in uno dei Paesi più ricchi al mondo!), evidenti nella difficoltà che Barakah ha nell’approcciare il mondo glamour di Bibi.
Seppur audace, il film non va a fondo dei problemi della società saudita, men che meno della sua ortodossia religiosa. Mahmoud Sabbagh è molto attento nel mostrare una immagine positive della cultura tradizionale saudita. Ci sono nel film continui richiami nostalgici agli anni Settanta, quando l’Arabia Saudita viveva tempi liberali.
Si, perché non è stato sempre così nel regno saudita. C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui al cinema si poteva andare. Anche al teatro.
Ce ne erano molti prima del 1979. Annus horribilis per l’Arabia Saudita.

Fig. 2 – Un gruppo conservatore protesta contro la proiezione del film Menahi a Riyadh nel giugno 2009

LA STRETTA DEL WAHABISMO – Nel 1979 arriva Khomeini con la sua rivoluzione islamica a risvegliare i timori del mondo sunnita; mentre i sovietici vanno in Afghanistan, trovano il loro Vietnam, ma anche l’incubatrice del futuro jihad globale. A sconvolgere del tutto i sauditi è l’assalto di fanatici religiosi alla Grande Moschea della Mecca, sempre nello stesso anno. Più di cinquecento i feriti, oltre trecento i morti. Un terremoto che fa traballare il “patto di ferro” tra la dinastia dei Saud e gli ulema, il potentissimo establishment religioso salafita.
Un patto in base al quale ai principi sauditi si assicura l’esercizio del potere temporale in cambio del loro impegno a preservare la purezza dell’Islam e a diffonderne la versione più purista, il wahabismo.
Dopo l’attacco alla Grande Moschea gli Ikhwan (la Fratellanza in Arabia Saudita) accusano gli Al Saud di essere “impuri, corrotti”, troppo filoccidentali. Per tacitarli il Governo dà un giro di vite contro la liberalizzazione culturale. Il cinema, naturalmente, finisce nella morsa. “Anti-islamico”, lo definiscono i custodi del wahabismo.
I tentativi di restituire ai sauditi il cinema, tuttavia, non si sono mai interrotti, malgrado le innumerevoli battute d’arresto. Nei primi anni Ottanta spuntano alcune sale improvvisate, la maggior parte a Gedda e Mecca, dove film egiziani, indiani e turchi vengono proiettati senza alcun intervento da parte del Governo.
La “controrivoluzione” ha vita breve perché questi piccoli luoghi di entertainment vengono presto chiusi a causa dalla polizia religiosa.
A Gedda, nel 2006, il principe Al Waleed, il nipote liberale (e miliardario) del re Abdullah, sponsorizza il Jeddah Film Festival.  Giunto alla quarta edizione e malgrado il suo successo, la manifestazione viene improvvisamente cancellata.
Sempre a Damman, nel 2008, si inaugura con il sostegno del governo il Saudi Film Festival. Un’unica edizione e poi chiuso, anche questo. Nel 2015, dopo sette anni di silenzio, il festival è stato miracolosamente riaperto, giungendo alla sua terza edizione lo scorso marzo. 5 giorni di proiezioni, 70 i film in competizione.

Fig. 3 – Studentesse saudite promuovono un corso di cinematografia digitale dell’Università di Effat all’ultima edizione del Saudi Film Festival, marzo 2016

FAME DI CINEMA – Ci sono molti registi indipendenti in Arabia Saudita. Girano fra mille immaginabili difficoltà e devono spesso fare i conti con la polizia religiosa, che arriva sui set e interrompe le riprese.
I film continuano ad essere proiettati a porte chiuse. Le proiezioni avvengono in luoghi privati (a casa dei registi il più delle volte) o sono diffuse via Internet, on demand, come nel caso di Barakah meets Barakah.
Eppure c’è fame di cinema in Arabia Saudita, come dimostra il gran numero di sauditi che vanno al cinema …. in Bahrein!  L’Arabia Saudita è inondata di film. Si possono vedere in TV, su You Tube, Vimeo o in DVD. Ma non al cinema.
La televisione di Stato saudita ha dozzine di canali cinematografici, dove si alternano film (naturalmente censurati) di Hollywood e di Bollywood. Ma ai Sauditi non è consentito andare al cinema.
L’austera versione dell’Islam praticata nel Paese lo vieta. L’inasprimento del settarismo e della retorica nazionalista tutta in chiave religiosa rende difficile prevedere una apertura della vita culturale. Un’oasi granitica, l’Arabia Saudita, immune al cambiamento.
«Dobbiamo battere l’Iran con il cinema», ironizza Mahmoud Sabbagh. «Diverse ambasciate mi hanno invitato a fare delle proiezioni, non ho voluto. Ho fatto un film sugli spazi aperti, su quanto sia pericoloso non averli…».
Come dargli torto?

Fig. 4 – Foto di gruppo per i vincitori dell’ultimo Saudi Film Festival, tenutosi nella città di Dammam nel marzo scorso

Mariangela Matonte

Un chicco in più

Nato a Gedda nel 1983, Mahmoud Sabbagh ha studiato giornalismo alla Columbia University di New York e si è dedicato professionalmente al cinema a partire dal 2013. Prima di Barakah meets Barakah, ha realizzato il documentario The Story of Hamza Shehata e la controversa serie televisiva Cash, trasmessa direttamente sul web. Il suo blog Mahsabbagh è molto seguito dagli appassionati di cinema sauditi.

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