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La lunga notte del Bangladesh

La terribile strage dell’Holey Artisan Bakery di Dacca è meno inaspettata di quanto si creda. Da mesi il Bangladesh vive infatti una situazione di estrema precarietà politica, segnata da violente tensioni e brutali attentati terroristici. Una situazione aggravata dalla deriva autoritaria del Governo Hasina e dal suo rifiuto di riconoscere la crescente minaccia rappresentata da organizzazioni jihadiste come ISIS e Al Qaeda

UN ATTACCO INASPETTATO? – L’assalto jihadista all’Holey Artisan Bakery di Dacca, costato la vita a venti persone (tra cui nove cittadini italiani), rappresenta probabilmente il peggiore attentato terroristico nella storia del Bangladesh. Nemmeno le azioni di Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB) nei primi anni Duemila hanno infatti raggiunto un simile livello di spietata efferatezza e lucida pianificazione. Allora il gruppo guidato da Abdur Rahman fu anche neutralizzato facilmente dalle unità speciali della polizia bengalese, mentre il commando di attentatori di venerdì scorso – legato molto probabilmente a ISIS – ha messo in seria difficoltà gli esperti anti-terrorismo del Rapid Action Battalion (RAB) di Dacca, mostrando capacità e determinazione nettamente superiori a quelle del JMB. Una preoccupante prova di forza del jihadismo bengalese, quindi, che promette scenari parecchio inquietanti per il futuro del Paese asiatico. Ma si è trattato realmente di un evento del tutto inaspettato, come affermato dai media di mezzo mondo? Forse no, almeno a giudicare dai numerosi segnali giunti dalla galassia multiforme dell’estremismo islamico locale nei mesi scorsi.

Fig. 1 – Reparti di polizia presidiano le strade di Dacca dopo il sanguinoso attacco all’Holey Artisan Bakery, 2 luglio 2016

A cominciare proprio da quelli rilasciati da ISIS, sempre più presente nel Paese del subcontinente indiano sia a livello propagandistico che operativo. A partire dall’autunno scorso il famigerato Dabiq, magazine patinato del gruppo di Baghdadi, ha infatti dedicato numerosi servizi al Bangladesh, inclusa una maxi-intervista di otto pagine a Tamim Chowdhury, sedicente leader della cellula locale dell’organizzazione. Nel frattempo gli affiliati bengalesi di ISIS hanno rivendicato almeno una decina di significative azioni terroristiche, compreso l’omicidio del cooperante italiano Cesare Tavella, e hanno lanciato una violenta campagna intimidatoria contro le principali minoranze religiose del Bangladesh. A marzo, per esempio, i leader della comunità cristiana di Rangpur, nel nord-ovest del Paese, hanno ricevuto una serie di lettere minatorie a nome del Califfato, accompagnate dalla notizia del brutale omicidio del convertito Hussein Ali Sarkar nel distretto di Kurigram. Un delitto rivendicato orgogliosamente dagli outlet mediatici di ISIS, che lo hanno presentato come una “lezione” per tutti gli altri fedeli del “Cristianesimo politeista”. Tre mesi dopo è stata poi la volta di Sunil Gomes, giardiniere della chiesa cattolica di Bonpara, ucciso a colpi di machete dopo la messa domenicale. E anche qui la rivendicazione del gruppo di Baghdadi è arrivata puntuale, accompagnata dalla minaccia di ulteriori azioni dimostrative contro “apostati” e “infedeli”. Azioni già adottate con forza contro le minoranze sciite e ahmedi bengalesi, con attentati esplosivi contro moschee e santuari non sunniti in tutto il Paese. Una situazione talmente drammatica da aver spinto sia i vertici della Chiesa cattolica bengalese che Amnesty International a richiedere maggiori garanzie al Governo di Dacca a protezione delle minoranze religiose nazionali. Ma con scarso successo, visto il cruento omicidio di un sacerdote indù nei dintorni della capitale bengalese giusto poche ore prima dell’attacco all’Holey Artisan Bakery.

GLI ERRORI DEL GOVERNO HASINA – Di fronte alla crescente ondata di attentati rivendicati dal Califfato, accompagnata anche dall’arresto di sospetti reclutatori del gruppo come Abdullah Al Ghalib, il Governo di Sheikh Hasina ha sorprendentemente adottato un atteggiamento di parziale negazione della realtà, riconducendo i vari attentati terroristici a matrici puramente interne e minimizzando continuamente la presenza di ISIS in territorio bengalese. Anche dopo la strage del caffè di Dacca la musica non è cambiata, con il ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan che ha sostenuto la totale estraneità degli attentatori all’organizzazione di Baghdadi, presentandoli (piuttosto surrealmente) come membri del JMB. Una dichiarazione che fa a pugni con quella del vice-ispettore generale della Polizia Shahidur Rahman, che ha confermato che le indagini sono ancora in corso per appurare i possibili legami degli attentatori con ISIS o Al Qaeda, e con la rivendicazione ufficiale del Califfato sui social media, accompagnata dalle foto sorridenti dei membri del commando di fronte alla bandiera nera dell’organizzazione.

Fig. 2 – Sheikh Hasina Wajed, attuale Primo ministro del Bangladesh

Khan può avere in parte ragione nel suo prudente diniego: la galassia islamista bengalese è parecchio complessa, con diversi gruppi legati da molteplici e contraddittori “giuramenti di fedeltà” a organizzazioni esterne come Al Qaeda; affibbiare patenti di appartenenza agli attentatori di Dacca potrebbe quindi essere prematuro e portare le indagini verso conclusioni sbagliate. Allo stesso tempo i sospetti su un ritorno in forza del JMB non sono del tutto ingiustificati, e hanno ritrovato forza dopo la scoperta di diversi campi d’addestramento del gruppo in India nel 2010. Inoltre non ci sono prove che il JMB abbia davvero stipulato un patto di fedeltà con ISIS, come affermato dalla CNN e da altri media internazionali, anche se i programmi dei due gruppi coincidono su diversi punti fondamentali, come la creazione di uno Stato islamico in Bangladesh basato sulla sharia. Nel dicembre 2015 sette membri del JMB sono stati poi arrestati con l’accusa di stare pianificando attentati per le festività di fine anno. Durante il raid che ha portato al loro arresto la polizia bengalese ha anche ritrovato sedici bombe artigianali e diverse cinture esplosive, chiaro segno di un significativo ritorno dell’organizzazione alla lotta armata del decennio scorso.
E tuttavia le affermazioni di Khan possono essere anche viste come un modo per deflettere le proprie responsabilità nella pericolosa ascesa di gruppi estremisti sulla scena politica bengalese. Dalla vittoria nelle controverse elezioni del 2014, il Governo Hasina ha infatti adottato un atteggiamento sempre più autoritario contro le principali forze d’opposizione, cercando soprattutto di indebolire il Bangladesh Nationalist Party (BNP) di Khaleda Zia, storica rivale dell’attuale Primo ministro. Allo stesso tempo il Governo sta anche usando il pugno di ferro contro il Partito islamico Jamaat-e-Islami, chiudendone l’influente rete di assistenza sociale (scuole, ospedali, moschee) e mettendone i leader sotto processo per i loro supposti crimini commessi durante la guerra d’indipendenza del 1971. Paragonabile per ideologia e organizzazione alla Fratellanza Musulmana, Jamaat ha reagito con estrema durezza alla campagna repressiva delle autorità governative, specialmente dopo la condanna a morte di Abdul Quader Molla e Delwar Hossain Sayeedi nel 2013. Scioperi, scontri con la polizia e violenti attacchi a sostenitori del Governo sono quindi diventati la norma in varie parti del Paese, aumentando il caos politico-istituzionale e mettendo a rischio gli ambiziosi obiettivi di crescita economica perseguiti da Dacca. Inoltre, la brutale repressione del Governo – contrassegnata da numerose e gravi violazioni dei diritti umani – ha spinto diversi militanti o simpatizzanti di Jamaat verso posizioni politico-religiose ancora più radicali, accrescendo il rischio di una deriva jihadista del Paese. Inutile dire che un simile contesto è l’ideale per organizzazioni come ISIS e Al Qaeda, che stanno cercando da tempo di espandere la propria influenza e le proprie capacità operative nel subcontinente indiano.

Fig. 3 – Soldati sorvegliano un centro religioso sciita di Dacca dopo un attentato dinamitardo, ottobre 2015

CONSEGUENZE PERICOLOSE – Il “negazionismo” del Governo Hasina può dunque essere visto come un tentativo di nascondere le proprie colpe nella crisi interna del Paese e di evitare eccessive critiche internazionali per la mancata attuazione di un’efficace politica anti-terrorismo. Tuttavia è chiaro che dopo l’orribile strage di venerdì scorso nulla potrà essere come prima. Quali saranno allora le conseguenze per il Bangladesh del brutale attacco al cuore di Dacca? Al momento si possono solo fare delle ipotesi, ma le ricadute per lo Stato bengalese nel breve-medio termine appaiono comunque abbastanza pesanti. Anzitutto, è probabile che il Governo Hasina metterà in atto una stretta repressiva ancora più dura della precedente, dando ulteriore vigore alla radicalizzazione di diverse sezioni della società bengalese. Da questo punto di vista, l’accusa lanciata dalla stessa Hasina ai suoi oppositori politici di essere complici degli attentatori non lascia presagire nulla di buono, così come le feroci critiche rivolte da diversi esponenti governativi ai mezzi di informazione per la loro copertura “troppo libera” dell’attacco di venerdì, che ha rivelato la grave impreparazione della polizia bengalese ad affrontare situazioni simili. Allo stesso tempo il Paese rischia un maggiore isolamento internazionale, con le principali ambasciate straniere di Dacca che stanno invitando i propri cittadini a limitare seriamente spostamenti e visite in Bangladesh. Misure che promettono di colpire significativamente il tessuto economico nazionale, soprattutto il settore tessile, dipendente in larga parte dalla presenza e dagli investimenti di operatori stranieri (come molti degli italiani assassinati all’Holey Artisan Bakery).

Fig. 4 – Cittadini bengalesi depongono fiori in omaggio alle vittime dell’attacco all’Holey Artisan Bakery, 3 luglio 2016

La strage di Dacca rischia infine di compromettere pericolosamente i rapporti del Bangladesh con i suoi vicini regionali, soprattutto India e Pakistan. Con l’India il Governo bengalese ha avviato di recente un’importante fase di distensione diplomatica, volta a risolvere l’annosa questione del controverso confine tra i due Paesi e a lanciare promettenti iniziative economiche bilaterali. Ma instabilità politica e minaccia jihadista potrebbero spingere il Governo indiano a un atteggiamento più cauto nei confronti di Dacca, vanificando gli sforzi di riconciliazione e di apertura degli ultimi anni. Inoltre lo spettro del terrorismo islamico bengalese potrebbe alimentare ulteriormente la violenta retorica anti-musulmana del Bharatiya Janata Party (BJP), il Partito del Premier Modi, contribuendo a peggiorare la situazione politica interna degli Stati del Nord-Est indiano, dove le tensioni tra indù e musulmani appaiono già pericolosamente alte. Ma le possibilità di conflitto maggiore sono con il Pakistan, sospettato da tempo di essere coinvolto nell’ascesa di gruppi estremisti islamici in Bangladesh. Non a caso alcuni esponenti del Governo Hasina hanno subito attaccato il Governo di Islamabad dopo la strage, accusandolo di coprire e finanziare i gruppi terroristi bengalesi. Accuse poi smentite (o ritrattate) per via diplomatica, ma che hanno comunque provocato sdegno in Pakistan, promettendo di complicare parecchio i rapporti con Dacca, mai particolarmente calorosi dopo la sanguinosa guerra del 1971.

Simone Pelizza

Un chicco in più

Il brutale assassinio del blogger Avijit Roy, avvenuto a Dacca nel febbraio 2015, può essere considerato come il vero e proprio inizio della caduta del Bangladesh nella spirale terrorista. Ne avevamo già parlato qui. Dopo Roy sono caduti vittima degli estremisti altri blogger come Ananta Bijoy Das e Washiqur Rahman, il cooperante italiano Cesare Tavella e l’attivista per i diritti LGBT Xulhaz Mannan.

Foto: hasaniqbal

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