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Cina – Taiwan: corda tesa sullo Stretto di Formosa

In 3 sorsi – Le relazioni tra Cina e Taiwan sono come un gioco di tiro alla fune a cui le due entità geopolitiche stanno giocando da oltre mezzo secolo. In questi ultimi anni a tirare di più è stata la Repubblica Popolare Cinese, ma dall’inizio del 2016 Taiwan ha cominciato a mettere più forza e a tirare dalla sua parte.

Metafora a parte, la recente elezione di una nuova leadership democratica a Taipei sta mettendo a dura prova la parziale distensione raggiunta tra i due Paesi nel decennio scorso, facendo affiorare vecchi dissapori e nuove tensioni.

1. UNA NUOVA ERA? – Lo scorso 16 gennaio a Taiwan si sono tenute le elezioni presidenziali con la vittoria di Tsai Ing-wen, candidata del Partito Democratico Progressista. La vittoria ha suscitato grande clamore perché, oltre a essere la prima donna Presidente, Tsai potrebbe rimettere in discussione la politica del partito nazionalista uscente, il Guomindang. L’ex Presidente Ma Ying-jeou del partito nazionalista, infatti, dal 2008 (anno in cui vinse le prime presidenziali) aveva accantonato la questione dell’indipendenza e del riconoscimento internazionale di Taiwan, questione su cui, invece, Tsai Ing-wen non ha alcuna intenzione di tacere. Nel suo discorso di insediamento, tenutosi il 20 maggio, la nuova Presidente ha affermato il suo impegno a mantenere la pace e la stabilità tra la Repubblica Popolare Cinese (RPC) e la Repubblica di Cina (ROC), ma anche a “salvaguardare la sovranità e il territorio” di Taiwan. Le reazioni dalla terraferma non si sono fatte attendere e il Quotidiano del popolo (il giornale del PCC) ha aspramente definito il discorso “incompleto”, dal momento che Tsai non ha riconosciuto ufficialmente il Consensus del 1992, la base su cui sono state costruite le relazioni tra RPC e ROC.

Fig. 1 – Tsai Ing-wen, eletta Presidente di Taiwan nel gennaio scorso

2. IL CONSENSUS – L’accordo fu stipulato nel novembre del 1992 a Hong Kong tra l’Association for Relations Across the Taiwan Strait della RPC e la Straits Exchange Foundation della ROC. In quell’incontro le due associazioni si accordarono sul riconoscimento del principio dell’ “unica Cina”, pur tuttavia riservandosi ciascuna parte la propria interpretazione. Fu l’inizio di un dialogo mai tentato prima. Le due Repubbliche, infatti, non si erano mai lanciate segnali di pacificazione sin dalla fine della guerra civile nel 1949, quando le truppe nazionaliste guidate da Chiang Kai-shek si ritirarono sull’isola di Taiwan a seguito della sconfitta subita dall’esercito comunista di Mao Tse-tung. Dal 1992 si è avviato, dunque, un processo di avvicinamento che si è rafforzato a partire dal 2008, con la nuova politica del Presidente nazionalista taiwanese, e suggellato dalla storica stretta di mano tra i Presidenti  Xi Jinping e Ma Ying-jeou nel 2015. I rapporti bilaterali si sono intensificati, soprattutto a livello economico e commerciale – Taiwan attrae circa 1.6 miliardi di investimenti cinesi annui dal 2009 -, tant’è che il principio è visto da Pechino come la conditio sine qua non senza cui non sarebbe possibile alcun dialogo.

Fig. 2 – Lo storico incontro tra il Presidente taiwanese Ma Ying-jeou e quello cinese Xi Jinping a Singapore, novembre 2015

3. RAPPORTI RAFFREDDATI – Ritornando agli ultimi giorni, il discorso di insediamento di Tsai Ing-wen sembra essere stato solo l’inizio di un’escalation di dichiarazioni e di avvenimenti insidiosi. La Presidente filo-indipendentista si è mostrata ferma sulle sue posizioni anche nel messaggio scritto per la ricorrenza della strage di Tiananmen, nel quale ha chiesto a Pechino di “condividere l’esperienza della democrazia di Taiwan”. Non si è smentita nemmeno nelle prime visite ufficiali all’estero, durante le quali ha utilizzato il nome informale di Taiwan piuttosto che quello ufficiale di Repubblica di Cina. A gettare benzina sul fuoco è stata poi la deportazione da Kenya, Malaysia e Cambogia di taiwanesi sospettati di frode a Pechino, definiti da Taiwan “rapimenti”, e il lancio per errore di un missile della milizia taiwanese verso la costa cinese. La storia, dunque, continua a ripetersi: due sponde, due ideologie e due modi di reazione. Se da un lato c’è una Pechino irritata dalle affermazioni di Taipei e che deporta i fraudolenti taiwanesi; dall’altro c’è una Taiwan che vuole voltare pagina, ma che deve fare i conti con il partito nazionalista favorevole al riconoscimento, con le proteste studentesche contro gli accordi commerciali e con una profonda crisi economica, che potrebbe essere superata anche grazie al contributo proveniente dall’altra sponda. Il tiro alla fune prosegue.

Fig. 3 – Due navi pattuglia Kuang Hua della Marina taiwanese durante un’esercitazione nei dintorni di Hualien, settembre 2014

Roberta Maddalena

Un chicco in più

Il 7 novembre 2015 si sono incontrati a Singapore il Presidente cinese Xi Jinping e quello taiwanese Ma Ying-jeou. Si è trattato di uno storico summit, dal momento che l’ultima stretta di mano tra le due fazioni risale a quella nel 1945 tra Mao e Chiang Kai-shek. È stato un incontro simbolico, non seguito da alcun negoziato, in cui entrambi i Presidenti hanno affermato il loro impegno verso la conciliazione, pur mantenendosi sulle loro posizioni. Xi, infatti, ha definito la RPC e la ROC come un’unica famiglia, mentre Ma ha sottolineato il rispetto reciproco; tali affermazioni ricalcano i rispettivi orientamenti adottati nell’interpretazione del principio dell’unica Cina.

Foto di copertina di presidential office pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

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