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L’Asia ha paura della Brexit (ma non troppo)

I mercati asiatici hanno accolto con costernazione la vittoria del fronte anti-UE al referendum britannico, registrando cali molto pesanti, e i Governi della regione si interrogano ora sulle possibili implicazioni del futuro divorzio tra Londra e Bruxelles per l’economia europea e per gli equilibri geopolitici mondiali

BORSE GIÙ – Il primo impatto della Brexit sull’Asia è stato drammatico. Nelle prime ore del 24 giugno, quando le notizie provenienti dalla Gran Bretagna hanno confermato la vittoria del Leave nel referendum sull’UE, i mercati della regione sono infatti crollati nel giro di pochi minuti, generando un’autentica ondata di panico tra banche e investitori internazionali. La Borsa di Tokyo è arrivata a perdere oltre l’8%, mentre quella di Hong Kong è riuscita a malapena a contenere il calo dei propri listini al 4.7%. Male anche la Borsa di Shanghai (-1.30%), nonostante tale mercato sia ancora parzialmente chiuso agli investitori stranieri. Sui listini le compagnie giapponesi sono state tra le più colpite, in virtù della loro eccessiva esposizione nel tessuto economico britannico, con i titoli Nissan e Hitachi giù rispettivamente dell’8% e del 10% a Tokyo. A Hong Kong sono andati poi malissimo i titoli della HSBC, una delle più importanti banche britanniche attive nella regione Asia-Pacifico, che hanno registrato un passivo di oltre il 6%. Inutile dire che la sterlina ha risentito pesantemente sul mercato dei cambi della decisione del referendum, perdendo vertiginosamente terreno sia contro il dollaro che contro l’euro. Della situazione ha approfittato lo yen giapponese, che ha funzionato da moneta rifugio per gli investitori, rafforzandosi sensibilmente nei confronti del dollaro.

Fig. 1 – Indici di borsa in rosso a Hong Kong dopo l’annuncio dei risultati del referendum britannico sull’UE

A fine giornata sia Tokyo che Hong Kong hanno recuperato un po’ di terreno, limando le perdite di inizio contrattazioni, ma lo shock della Brexit è stato chiaramente avvertito su tutte le principali piazze dell’area Asia-Pacifico. Nei giorni successivi i mercati sono parsi più tranquilli, ma la paura per ulteriori crolli rimane, alimentata dall’incertezza sui futuri negoziati che porteranno al “divorzio” tra Gran Bretagna e Unione Europea. Le autorità monetarie di Singapore, per esempio, hanno dichiarato che sono pronte a intervenire nelle prossime settimane per garantire la stabilità della propria valuta, il dollaro di Singapore, duramente colpito dagli effetti della svalutazione della sterlina. Simili parole rassicuranti sono venute anche dal ministro delle Finanze indiano Arun Jaitley, che ha affermato che il suo Paese è “ben preparato” ad affrontare le conseguenze finanziarie di “breve e medio termine” della Brexit.

COSA SUCCEDERÀ ALL’UE? – È soprattutto il futuro dell’Unione Europea a preoccupare i Governi e le istituzioni economiche dei principali Paesi asiatici. L’uscita di Londra dall’UE potrebbe infatti scatenare un effetto domino e portare alla definitiva disintegrazione dell’Unione. Un’ipotesi allarmante per Giappone e Corea del Sud, che hanno significativi rapporti di cooperazione economica e commerciale con la UE sin dai primi anni Duemila, e seriamente preoccupante per i Paesi ASEAN, che sono impegnati da diverso tempo in negoziati con Bruxelles per la firma di accordi di libero scambio. Per il Governo giapponese, poi, la Brexit e la crisi dell’Unione Europea coincidono con le crescenti difficoltà dell’Abenomics, ovvero l’ambizioso programma di riforme avviato dal Premier Shinzo Abe per rivitalizzare l’economia nazionale. Lanciato in pompa magna nel 2012, l’Abenomics non è infatti riuscito a spezzare la grave spirale deflazionaria in cui versa il Giappone da due decenni, confermando il lento declino di Tokyo nel contesto geoeconomico dell’Asia orientale. E un rafforzamento prolungato dello yen sui mercati internazionali, favorito dall’eccessiva debolezza della sterlina, potrebbe peggiorare ulteriormente le cose, danneggiando le esportazioni e gettando nuovamente l’economia giapponese in una profonda recessione.

Fig. 2 – David Cameron con il Presidente cinese Xi Jinping durante il Nuclear Security Summit del 2014

D’altro canto, anche la Cina guarda con malcelato nervosismo alla rottura tra Londra e Bruxelles. Già durante la sua visita a Londra dell’autunno scorso Xi Jinping aveva cortesemente invitato la Gran Bretagna a restare nella UE, contribuendo alla costruzione di un’Europa “prospera” e sostenendo lo sviluppo di più forti relazioni tra Pechino e Bruxelles. Una rottura discreta ma forte rispetto alla tradizionale riservatezza del Governo cinese sugli affari interni di altri Paesi, e una chiara indicazione della crescente importanza dell’area UE per i flussi commerciali cinesi nel mondo. Nel solo 2015, per esempio, le esportazioni cinesi verso la UE si sono aggirate intorno ai 350 miliardi di euro, mentre quelle della UE verso Pechino hanno superato abbondantemente i 140 miliardi di euro. Si tratta di una relazione solida e promettente, quindi, che potrebbe conoscere ulteriori margini di crescita nei prossimi anni, grazie anche agli investimenti economici sempre più massicci di Pechino in Europa Centrale e nei Balcani. Ma i rapporti tra Governo cinese e Commissione Europea sono spesso altalenanti, e alcuni legislatori UE vorrebbero imporre maggiori restrizioni alle esportazioni cinesi verso l’Europa. Da qui il tentativo di Pechino di arruolare la Gran Bretagna come possibile mediatore per arrivare a un’intesa commerciale di largo respiro con Bruxelles, usando anche i canali finanziari della City londinese. Ma con l’uscita di Londra dall’UE la Cina rischia di vedere adottate quelle misure protezionistiche che aveva cercato di evitare grazie ai buoni uffici di Cameron e Osborne. E di dover prendere decisioni sgradite per salvaguardare la posizione dello yuan, minacciata dalle fluttuazioni valutarie provocate dall’indebolimento della sterlina.

ANSIE E OPPORTUNITÀ – Tuttavia diversi analisti hanno sottolineato come l’uscita della Gran Bretagna dalla UE potrebbe anche rappresentare una grande opportunità per Pechino. Il probabile indebolimento della UE successivo alla Brexit potrebbe infatti aumentare l’influenza della Cina in Europa, spingendo i vari Paesi dell’Unione a cercare accordi bilaterali con Pechino e consentendo così al Governo cinese di impiegare la classica tattica del “divide et impera”. Inoltre la Gran Bretagna sarà costretta urgentemente a trovare nuovi partner per la sua economia, e questo potrebbe rendere il Paese sempre più dipendente dalla Cina, indebolendo il sistema di alleanze internazionali degli USA. Discorsi simili sono stati avanzati anche per l’India di Narendra Modi, che potrebbe avvantaggiarsi della svalutazione della sterlina per aumentare le proprie acquisizioni degli asset dell’ex “padrone coloniale”. Il Gruppo Tata, per esempio, già possiede importanti aziende britanniche come Tetley e Jaguar/Land Rover, mentre diverse compagnie indiane stanno sfruttando le infrastrutture tecnologiche del Regno Unito per espandere le proprie attività a livello internazionale. Dopo la Brexit questo trend potrebbe continuare e portare anche a un significativo incremento dell’interscambio commerciale indo-britannico, al momento inferiore persino a quello tra Delhi e la Svizzera. Inoltre i contraccolpi della crisi sul tradizionale sistema di alleanze degli Stati Uniti in Asia e in Europa potrebbero aumentare l’importanza dell’India agli occhi di Washington, spingendo a un rafforzamento della recente partnership politico-militare indo-americana.

Fig. 3 – Il ministro delle Finanze indiano Arun Jaitley, che ha cercato di rassicurare i mercati dopo le gravi turbolenze successive al risultato del referendum britannico

Tuttavia queste valutazioni sono forse un po’ troppo ottimistiche. Anzitutto, la persistente incertezza sul futuro politico della Gran Bretagna e dell’Unione Europea potrebbe impedire alle principali nazioni asiatiche di sfruttare le opportunità aperte dalla Brexit. Da questo punto di vista, il Premier cinese Li Keqiang è stato chiarissimo nella sua prima dichiarazione dopo il referendum: Pechino ha bisogno di una UE “unita e stabile” e di una Gran Bretagna “stabile e prospera” per garantire un riassestamento tranquillo della propria economia dopo le difficoltà dei mesi scorsi. Al contrario, una crisi politica prolungata a Londra e un indebolimento eccessivo di Bruxelles potrebbero avere effetti pesanti per il commercio e gli investimenti cinesi all’estero, così come per la stabilità dello yuan sul mercato dei cambi. India e Giappone hanno timori simili, acuiti anche dai loro rilevanti investimenti nell’economia britannica e in quella europea. La parola d’ordine è quindi “stabilità” e i Paesi asiatici attenderanno probabilmente maggiori chiarimenti sulla situazione prima di fare qualsiasi mossa significativa. Stesso discorso per i principali operatori economici della regione, che hanno già iniziato a sospendere o limitare la propria esposizione sui mercati europei in attesa di una schiarita politica sulle due sponde della Manica. È il caso della grande banca UOB di Singapore, per esempio, che ha annunciato a sorpresa il congelamento di parte delle sue attività sul mercato immobiliare di Londra sino a nuovo ordine.
Inoltre vi è poi il nodo dei futuri rapporti tra Gran Bretagna e UE: se Londra e Bruxelles non riusciranno infatti a trovare un accordo di cooperazione soddisfacente per il dopo Brexit, potrebbero risultare entrambi poco attraenti per gli investitori asiatici, portando a un’eventuale fuga di capitali verso altri continenti. A rischiare di più è sopratutto la Gran Bretagna, che è stata finora usata dalle principali economie asiatiche come una porta di ingresso per il mercato comune europeo. Ma una Londra tagliata fuori da tale mercato non è conveniente né per la Cina né per l’India. Nei loro calcoli geostrategici, incentrati soprattutto sull’Oceano Indiano, la Gran Bretagna è infatti abbastanza periferica e potrebbe diventarlo ancora di più se economicamente o diplomaticamente isolata dal resto dell’Europa.

Fig. 4 – Due donne giapponesi leggono sui giornali le notizie sull’esito del referendum britannico

Simone Pelizza

Un chicco in più

Il duro colpo inflitto dalla Brexit al processo di unificazione europea potrebbe avere importanti conseguenze per l’ASEAN, che sta seguendo un processo di integrazione economica non dissimile da quello della UE. Il voto britannico sembra infatti confermare l’impossibilità di conciliare interessi nazionali e aspirazioni regionali, fornendo munizioni ai critici delle politiche dell’organizzazione nel Sud-est asiatico. Non è detto che tali critiche abbiano effetto, visto il carattere più blando e graduale dell’integrazione ASEAN rispetto a quella europea. Ciò nonostante, sono ora in molti a chiedere un approccio più inclusivo e consensuale al processo di costruzione dell’ASEAN Economic Community (AEC), volto a evitare il ripetersi delle polemiche e dei conflitti visti in Europa.

Foto: [email protected]! +ox

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