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E se l’Ossezia del Sud diventasse russa?

In 3 sorsiL’Ossezia del Sud è una piccola regione caucasica tra Russia e Georgia, formalmente facente parte di quest’ultima, che si è autoproclamata indipendente nel 1991. Il suo status, però, non è stato riconosciuto a livello internazionale e il conflitto con il Governo georgiano stenta a chiudersi.

L’unica via di distacco da Tbilisi è rappresentata da Mosca: l’annessione alla Federazione Russa come Repubblica indipendente potrebbe dare l’autonomia e la dignità che gli ossetini cercano. Il referendum sulla questione è stato però rinviato al 2017

1. CHI SONO GLI OSSETINI? – L’Ossezia del Sud è una piccola porzione di terra a confine tra la Russia e la Georgia. Con l’approssimarsi del collasso del regime comunista, in tutti i territori facenti parte dell’Unione Sovietica iniziarono ad esplodere i nazionalismi. Ciò accadde in alcune regioni in maniera più forte che in altre: in Georgia il movimento nazionalista portò all’indipendenza nel 1991. Il nazionalismo georgiano spinse principalmente sulla lingua, che diventò ufficiale e obbligatoria, e sulla religione cristiano-ortodossa. Questi elementi tagliarono fuori parte della popolazione, come gli ossetini, che parlavano russo e avevano una chiesa che, seppur ortodossa, era indipendente dal patriarcato georgiano. Il movimento georgiano con a capo il Presidente Zviad Gamsakhurdia fece del nazionalismo violento la sua bandiera attaccando non soltanto tutte le minoranze del Paese, ma la sua stessa opposizione georgiana. I villaggi osseti furono distrutti, e spinsero i suoi abitanti a riparare in Ossezia del Nord, repubblica autonoma della Federazione Russa, non esente da problematiche di natura sociale. L’Ossezia, fin dal 1991, ha sempre aspirato all’indipendenza riconosciuta a livello mondiale.

Fig. 1 – Incontro tra il Presidente ossetino Leonid Tibilov e quello russo Vladimir Putin a Mosca, marzo 2015

2. INDIPENDENZA DA CHI? – Il più classico degli slogan nazionalisti – “la Georgia ai georgiani” – rimase il leitmotiv della politica del Paese anche con l’insediamento di Eduard Shevardnadze. Gli ossetini lottarono per una indipendenza che non riuscirono ad ottenere. Politicamente, Tbilisi bocciò le istanze indipendentiste perché, a suo dire, l’Ossezia del Sud non possiederebbe forti legami con la cultura osseta, nata e radicata nel territorio dell’Ossezia del Nord, dove l’identità nazionale degli ossetini è molto più forte. La guerra devastò l’Ossezia, che come extrema ratio chiese l’annessione alla Russia e l’unificazione con l’Ossezia del Nord, dopo un referendum tenutosi nei primi anni Novanta che ottenne il 99% dei consensi. La Russia non procedette in alcun modo, ma continuò a supportare la guerriglia. Un cessate il fuoco particolarmente instabile durò fino al 2008, quando una guerra lampo scoppiò tra la Georgia e la Russia subito dopo l’invasione da parte dell’Esercito georgiano della piccola regione al fine di riprenderne il controllo. Lo scontro tra Georgia e Russia durò appena 5 giorni; il risultato politico fu il riconoscimento dello Stato dell’Ossezia del Sud da parte della Federazione Russa. I soli altri stati ad aver riconosciuto de iure il nuovo Stato sono stati il Venezuela, il Nicaragua e le isole di Tuvalu e Nauru.

Fig. 2 – Soldati russi prendono posizione nei dintorni della città di Gori durante la guerra russo-georgiana del 2008

3. IL REFERENDUMLeonid Tibilov, Presidente de facto della Repubblica Osseta, nell’aprile di quest’anno ha incontrato formalmente Vladimir Putin. Durante il meeting, si è palesata la volontà, da parte degli ossetini, di esprimersi nuovamente in modo referendario per l’annessione alla Federazione Russa. Tale possibilità è prevista dalla Costituzione osseta, che prevede, all’art.10, la possibilità di appellarsi al Presidente russo. Durante il meeting, il referendum appariva particolarmente vicino e Tibilov aveva addirittura parlato di una tempistica inferiore ai sei mesi. Alla fine la data è stata invece spostata al 2017, dopo che si saranno svolte le elezioni presidenziali ossete: Tibilov ha infatti legato la sua carriera politica all’uscita dell’Ossezia dalla Georgia; un suo secondo mandato appare quindi una conferma necessaria per portare a compimento le aspirazioni degli ossetini. Infuria invece una feroce polemica interna sul quesito da porre ai cittadini. La questione non è semantica, ma ideologica: entrare a far parte della Federazione Russa come entità a sé, oppure riunirsi con l’Ossezia del Nord? La questione non è da poco. Un’unione delle due parti dell’Ossezia risulterebbe certo politicamente più credibile.
Putin ha detto di considerare la faccenda una questione interna osseta: l’Ossezia ha tutti i diritti di scegliere della propria sovranità e delle proprie sorti. Tuttavia nessuna sicurezza è stata data in caso di vittoria dell’annessione.
L’annessione dell’Ossezia del Sud potrebbe rappresentare un grattacapo per Mosca, in quanto potrebbe dar via ad un effetto a catena: anche l’Abkhazia georgiana mira all’indipendenza da Tbilisi e potrebbe seguire la stessa strada persino la Transnistria, regione separatista della Moldava, che non nasconde simpatie filorusse.
I timori di Putin sono molteplici: all’esterno si teme una nuova ondata di russofobia e di sanzioni. Le similitudini con l’affaire della Crimea sono tante. C’è uno Stato sovrano (la Georgia) che possiede una regione con spinte indipendentiste (l’Ossezia) che con un referendum decide di diventare formalmente russa.
Inoltre a livello interno, non bisogna dimenticare i numerosissimi problemi che Mosca si trova già ad affrontare nel Caucaso: la Cecenia, l’Inguscezia, la stessa Ossezia del Nord, sono tutti territori dove le guerre si sono succedute senza tregua dagli anni Novanta, con situazioni economiche precarie e uno stato sociale disastroso.

Fig. 3 – Manifestazione di attivisti georgiani contro la possibile annessione di Abkhazia e Ossezia del Sud alla Russia, giugno 2015

Ilenia Maria Calafiore

Un chicco in più

La conflittualità nelle terre di confine tra Russia e Georgia è anche religiosa, data la vasta popolazione musulmana presente in tutta la regione caucasica. In politica estera, Putin è sempre stato attento a non radicalizzare mai il conflitto “cristiani-musulmani”; peraltro, negli ultimi decenni, c’è stato un tentativo da parte di Mosca di recuperare l’antica influenza che l’Unione Sovietica aveva sul Medio Oriente. Anche i recenti sforzi diplomatici con Ankara vanno in questo senso: la Russia sta mostrando ai propri cittadini musulmani che l’Islam è affare russo. Questo in parte anche per controbilanciare una pericolosissima tendenza da parte dei musulmani caucasici a guardare più all’Arabia Saudita che al Cremlino. Alterare gli equilibri, per altro molto fragili, in quest’area potrebbe rivelarsi fatale per Mosca.

 

Foto: МИД России / MFA Russia

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