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La Cina e i due Sudan: un cambio di strategia?

Dopo un periodo di cooperazione decennale con Khartoum, cui la Cina ha fornito supporto diplomatico e materiale, la scissione del Sud Sudan con i suoi giacimenti petroliferi ha apparentemente raffreddato i rapporti tra Pechino e il regime di Omar al-Bashir: quali sono le prospettive future per le relazioni tra questi due Stati?

PECHINO E KHARTOUM – Le relazioni diplomatiche tra la Repubblica popolare cinese e il Sudan sono state avviate a pochi anni dall’indipendenza del Paese africano, ottenuta nel 1956, e sono proseguite senza interruzione attraverso i vari cambi di leadership politica in entrambi gli Stati. Ai buoni rapporti politici si sono nel tempo aggiunte anche collaborazioni di tipo più strettamente economico, regolate con accordi bilaterali che tra il 1970 e la metà degli anni Novanta hanno garantito a Khartoum i finanziamenti necessari a costruire autostrade, ponti e ospedali. Con la crescita della propria domanda interna di combustibili fossili, Pechino ha poi progressivamente destinato gli investimenti quasi interamente allo sviluppo delle capacità estrattive dei giacimenti petroliferi di cui il Sudan dispone, per un totale che ammonta a 20 miliardi di dollari, diventando de facto l’unico compratore del greggio sudanese e uno dei suoi pochi alleati a livello internazionale.

Fig.1 – I Presidenti Xi Jingping e Omar al-Bashir, 1 settembre 2015

IL “PROBLEMA” SUD-SUDANESE – L’indipendenza del Sud Sudan, ottenuta nel 2011 dopo anni di lotta armata, ha però cambiato drasticamente le carte in tavola. Con la formazione dello Stato più giovane del mondo, Khartoum ha perso anche il controllo di tre quarti dei giacimenti petroliferi, che ora si trovano in larga parte a sud del confine. Gli effetti della scissione sull’economia dei due Stati sono stati quindi opposti: se da un lato il Sudan ha visto i ricavi derivanti dal petrolio crollare del 62% nel solo 2012, il neonato Governo di Juba è diventato un importante partner commerciale per Pechino, che dal Sud Sudan importa il 5% del proprio fabbisogno petrolifero. La Cina ha conseguentemente cambiato politica, promettendo investimenti da 8 miliardi di dollari destinati allo sviluppo del settore estrattivo sud-sudanese. A questi fondi – basilari per la sopravvivenza di un Paese come il Sud Sudan che basa il 97% delle entrate statali sulla vendita del petrolio – Pechino ha poi affiancato altri finanziamenti diretti al miglioramento del tessuto sociale ed economico, come il prestito di 1 miliardo di dollari garantito dalla Exim Bank nel 2014 o quello da 1,6 miliardi per la ristrutturazione dell’aeroporto di Juba. 

Fig.2 – Dipendenti cinesi della China Petroleum Engineering & Construction Corp. al lavoro in Sudan, 29 maggio 2010

IL PORTO DI LAMU – Ulteriori prove a conferma del cambiamento di strategia da parte di Pechino si possono trovare anche guardando al di fuori dei due Sudan. Lo dimostra la decisione di investire considerevolmente nel porto keniota di Lamu. Il progetto nel suo complesso, denominato Lamu Port and New Transport Corridor Development to Southern Sudan and Ethiopia (LAPSSET) andrebbe a completare il collegamento tra il Sud Sudan e l’Oceano Indiano passando per l’Etiopia, grazie a una rete di oleodotti che toccherebbe sia Addis Abeba che Juba, per un costo totale superiore ai 25 miliardi di dollari. Il coinvolgimento cinese riguarda un appalto da oltre 500 milioni destinati alla costruzione dei primi tre moli del porto, mentre un consorzio guidato da China Communications ha intrapreso i lavori per la costruzione di una nuova rete stradale. Nonostante i lavori siano ben lontani dal completamento, una volta terminato il LAPSSET rinforzerebbe enormemente la posizione del Sud Sudan, che avrebbe a disposizione uno sbocco sul mare indipendente, rendendo di fatto inutile l’approdo di Port Sudan, situato sotto il controllo di Khartoum e fino a questo momento unica possibilità per l’esportazione del petrolio sudsudanese.

Fig.3 – Il porto di Lamu prima dell’inizio dei lavori per l’ampliamento, 2012

QUALI SCENARI PER KHARTOUM? – Questa evoluzione rappresenta un serio problema per il Governo di Omar al-Bashir. Oltre alla perdita sopra menzionata di ricavi legati direttamente alla vendita del petrolio, il Sudan dovrebbe anche rinunciare alle commissioni imposte alla sua controparte del Sud per l’utilizzo delle proprie petroliere. Il disaccordo sull’importo delle commissioni stesse veniva inoltre utilizzato da Khartoum come pretesto per trattenere una quota del greggio che transitava sul suo territorio come compensazione. L’indebolimento relativo del Sudan nell’equilibrio regionale agli occhi di Pechino rischia peraltro di avere effetti non solo sulla situazione economica del Paese. Per decenni, infatti, la Cina ha garantito al Sudan le forniture belliche di cui il regime di Khartoum necessitava per affrontare la ribellione in Darfur, iniziata nel 2003, e in Sud Sudan, in cui i movimenti indipendentisti erano attivi già nei tardi anni Cinquanta. Tuttavia, a causa del rallentamento dell’economia cinese e del sorpasso a opera del Sud Sudan nelle priorità di Pechino, il Sudan potrebbe ora non ricevere più quei rifornimenti militari necessari a affrontare il permanente stato di conflitto in cui si trova il confine tra i due Stati.

Fig.4 – Soldati sudanesi scortano un convoglio a Dongola, 3 maggio 2014

Andrea Rocco

Un chicco in più

L’importanza della situazione sudanese per Pechino è dimostrata anche dalla decisione di aggregare 700 soldati alla missione ONU di peacekeeping in Sud Sudan in seguito alle violenze iniziate nel 2013 e che coinvolgono le zone più ricche di petrolio al confine tra i due Sudan. Questa scelta rappresenta una prima volta storica per Pechino, che prenderà parte in maniera attiva a operazioni militari nel continente africano a discapito della tradizionale politica di non interferenza con i conflitti locali.

Foto di copertina di United Nations Photo pubblicata con licenza Attribution-NonCommercial-NoDerivs License

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